Contra judaizantes

Capitolo primo


di  Don Curzio Nitoglia




Gli articoli dell'Autore sono reperibili sul suo sito
https://doncurzionitoglia.wordpress.com/






Concilio di Gerusalemme - 49-50 d. C.



NON ABBIAMO FRATELLI MAGGIORI

L’Antica Alleanza è stata revocata;
e gli Ebrei hanno bisogno di Gesù Cristo per salvarsi




DAL CONCILIO DI GERUSALEMME AL VATICANO II:

Il cardinale Bea, Padre Morlion, Rav. Tanembau e Rav. Heschel



CAPITOLO 1°


Bergoglio e Ratzinger giudaizzanti?

I loro ultimi due libri: La Bibbia dell'amicizia e Giudei e Cristiani



I Giudaizzanti condannati nel Concilio di Gerusalemme
hanno trionfato nel Concilio Vaticano II





I)    Papa Francesco, «La bibbia dell'amicizia»

In generale

L’anno 2019 è iniziato all’insegna del dialogo giudaico/cristiano, con la pubblicazione di un libro molto interessante, titolato La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo).
Esso è stato curato dall’israelita professor MARCO CASSUTO MORSELLI, Docente di filosofia ebraica e storia dell’Ebraismo al “Collegio Rabbinico Italiano” e dal padre francescano GIULIO MICHELINI, Ordinario di esegesi neotestamentaria all’ “Istituto Teologico di Assisi”.


La cosa più interessante del libro sono le due “Prefazioni” a cura di Papa Francesco e del rabbino ABRAHAM SKORKA, accompagnate da una “Presentazione” redatta dai curatori (Cassuto e Michelini).
Infatti esse ci propongono il pensiero teologicamente giudaizzante come fosse la dottrina comune della Chiesa di Cristo, mentre esso fu condannato già agli albori della Chiesa dal Concilio di Gerusalemme, presieduto da S. Pietro a Capo del Collegio degli Apostoli, nel 49/50.


Il Concilio di Gerusalemme


Il Concilio di Gerusalemme, spiega il famoso esegeta Monsignor FRANCESCO SPADAFORA, è: «L’Assemblea tenuta a Gerusalemme nel 49 della nostra era, in cui la Chiesa cattolica, sotto la guida e l’autorità di Pietro, primo Vicario del Cristo Risorto, emise la prima definizione dogmatica.
Si tratta del primo Concilio ecumenico, di cui parlano gli Atti degli Apostoli (XV) e S. Paolo (Gal., II).
Il problema, grave e sostanziale, che fu discusso dai Giudei convertiti al Cristianesimo verteva sul valore e sulla obbligatorietà dei precetti cerimoniali/legali della Legge mosaica [non dei 10 Comandamenti, ndr] dopo la Redenzione di Cristo.
Gesù medesimo, nel “Sermone della montagna” (Mt., V, 10-48), aveva parlato di questo rapporto tra Antica (Israele) e Nuova Alleanza (la Sua Chiesa). L’Antica veniva elevata ed assorbita dalla Nuova.

I Giudei convertiti al Vangelo erroneamente volevano ancora che, ad esempio, un Gentile prima di ricevere il Battesimo si facesse circoncidere (cfr. S. PAOLO, Epistola ai Galati). Ecco il grave problema, che praticamente avrebbe paralizzato lo sviluppo della Chiesa ed avrebbe legato il Cristianesimo alla Sinagoga.
Inoltre, sostenere una tale soluzione, era svalutare, sminuire la portata, il significato della Redenzione; non comprendere affatto il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. Infatti, secondo il preciso e chiaro principio enunciato da Cristo (Mt., V, 17), non si trattava di una giustapposizione, di un abbinamento, ma, di “perfezionamento”, completamento che eleva e, per ciò stesso, assorbe e supplisce, prende il posto. Il frutto (NT) non si abbina al fiore (AT), ma lo sostituisce. […].
Dio insegnò a S. Pietro, quando stava recandosi alla casa del Centurione romano Cornelio (Atti, X, 28; XI, 3), che la Croce di Gesù aveva abolito ogni separazione e differenza tra Giudei e Gentili. […]. Paolo e Barnaba perorarono al Concilio di Gerusalemme la libertà dei Gentili, nei confronti della Legge cerimoniale/legale mosaica, e il valore pieno e definitivo della Redenzione di Cristo. […].
La prima definizione solenne [dogmatica ed infallibile, la quale obbliga a credere ciò che si è definito, ndr] è data dal Principe degli Apostoli, S. Pietro, il quale aveva già parlato a favore della libertà dei Gentili, dichiarando assolutamente arbitrarie, infondate, inattuabili le pretese dei Giudaizzanti. […].
S. Agostino si esprimeva, in caso

Il Cristianesimo superava il primo errore che avrebbe svuotato, nella teoria e nella pratica, l’Opera di Cristo.  Infatti, nelle pretese dei Giudaizzanti c’era una svalutazione ed una incomprensione del valore della Redenzione operata da Cristo (cfr. S. PAOLO, Epistola ai Romani). Tutta l’Antica Alleanza impallidisce, svanisce dinanzi a Cristo, al suo Sacrificio, alla sua Opera, come l’uomo davanti a Dio, come i colori dell’alba dinanzi alla fulgida luce del sole e tutta la gloria d’Israele, tutta la grandezza della Legge dell’Antica Alleanza consiste nell’essere precursori del Cristo; “pedagoghi a Cristo” (cfr. S. PAOLO, Epistola ai Galati, III, 24)» (F. SPADAFORA, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 125-127, voce “Concilio di Gerusalemme”).


I professori IGNAZIO SCHUSTER e GIOVANNI BATTISTA HOLZAMMER (Manuale di Storia biblica. Il Nuovo Testamento, [Friburgo, 1933], Torino, SEI, 1952, parte II, pp. 740-747, Importanza del Concilio degli Apostoli) scrivono:
Il problema dell’obbligatorietà del vecchio cerimoniale legale della Legge mosaica era una delle più importanti questioni che la Chiesa dovesse risolvere; si trattava della sua esistenza medesima. […]. Le esigenze dei Giudaizzanti cominciavano ad essere un pericolo ed una preoccupazione per la Chiesa di Cristo. […]. Infatti la Nuova Alleanza non si sarebbe potuta sviluppare ed estendere a tutta la terra, se ne avesse dovuto tener conto. Il grande pericolo consisteva in questo: che si fosse affermato che il cerimoniale giudaico era necessario alla salvezza. Con ciò, infatti, il merito della morte e Redenzione di Cristo sarebbe stato messo in questione e negato (Gal., V, 4 e 11).
Iddio aveva palesato sufficientemente la sua volontà (cfr. la visione di Pietro sugli animali non più immondi e quindi commestibili), ma gli uomini non l’avevano voluta intendere.
La suprema autorità della Chiesa doveva dare una risposta precisa che allontanasse ogni pericolo di errore. […]. Essa fu data da Pietro il quale definì che Gesù Cristo era l’unica via di salvezza, tanto per i Giudei quanto per i Gentili passati al Cristianesimo e non nell’osservanza della legge cerimoniale mosaica” (cit., pp. 741-743).



L’Incidente di Antiochia

I due Autori tedeschi succitati parlano poi dell’Incidente di Antiochia (Gal., II, 11 ss.), che avvenne sùbito dopo il Concilio di Gerusalemme. Pietro si trovava ad Antiochia e viveva assieme ai Gentili convertiti a Cristo senza chiedere loro l’osservanza del cerimoniale giudaico, come definito dal Concilio del 49/50, ma essendo giunti da Gerusalemme alcuni Giudaizzanti egli credette di non frequentare più i Cristiani venuti dal Paganesimo per non scandalizzare gli Ebrei/Giudaizzanti. Ora “Le conseguenze dell’agire di Pietro balzarono immediatamente agli occhi di Paolo, che si era recato con Barnaba ad Antiochia. I buoni rapporti tra Giudei e Pagani convertiti al Vangelo si erano improvvisamente interrotti. Paolo ricordò che ormai non vi è più Giudeo né Gentile, ma la nuova creatura rigenerata dalla grazia di Cristo; mentre i Giudaizzanti riproponevano la divisone tra Giudei e Pagani, che era stata abbattuta come un muro da Cristo ed avrebbero spaccata in due la Chiesa di Cristo. Quindi Paolo espose pubblicamente a San Pietro quali conseguenze sarebbero venute dalla sua condotta pratica. Così fu manifesto a Pietro e a tutti che la sua condiscendenza pratica ai Giudaizzanti era inconciliabile con l’Evangelo della Chiesa di Cristo” (IGNAZIO SCHUSTER - GIOVANNI BATTISTA HOLZAMMER, cit., pp. 743-744).

Il Papa non ha nessun superiore umano, essendo Vicario diretto e immediato di Cristo, tuttavia la sua autorità è limitata dalla divina Rivelazione delle cose da credere (il Dogma), da fare (la Morale) e da sperare (ottenendole mediante i Sacramenti e la Preghiera). Quindi egli non la può infrangere sotto pena di peccato grave, di cui dovrà rendere conto a Dio; mentre i fedeli non dovrebbero obbedire a Leggi ecclesiastiche che contraddicessero la Rivelazione dogmatica, la Legge divina e cambiassero la sostanza dei Sacramenti.

Ora balza agli occhi di tutti che la dottrina (e non solo la condotta pratica) dei Papi conciliari da Giovanni XXIII (eliminazione della parola “Perfidia” - da “Per/Fidem = Fede/Deviata - del Giudaismo che rifiuta Cristo, nella Preghiera della Liturgia del Venerdì Santo per la conversione dei Giudei: “Oremus et pro perfidis Judaeis”) sino ad oggi, con Benedetto XVI (“papa-emerito”) e Francesco (papa in carica), non è conciliabile con il Vangelo di Gesù.
Quindi oggettivamente si può concludere che dal 1958 sino al 2019 costoro giudaizzano de facto e de jure, rinegando Cristo e la sua Redenzione.
Difronte a questo orrore o “mistero d’iniquità operante in mezzo a noi” si deve restare fermi nella fede costante e tradizionale della Chiesa dagli Apostoli sino a Pio XII, ma non si può deporre il Papa regnante, considerato eretico, e nominarne un altro al suo posto. Si deve pregare Dio che lo converta o se lo ritiri in santa pace. Il Papa è Vicario di Cristo per mantenere la Rivelazione dogmatica, morale e sacramentaria e non per cambiarla. 



La Legge Vecchia e Nuova


Il padre Gesuita FERDINANDO PRAT (Gesù Cristo. La sua vita, la sua dottrina e l’opera sua, [1933], Firenze, LEF, IV ed., 1964, I vol.) scrive: «Dopo aver abbozzato, nel Discorso della montagna sulle Beatitudini, l’ideale cristiano, Gesù lo mette in antitesi con la Legge mosaica. […]. Presentandosi con autorità di riformatore divino, Gesù non assume affatto un atteggiamento rivoluzionario: Egli non fa tabula rasa del passato, ma eleva il Nuovo Edificio su fondamenta vecchie.   Non è venuto ad abolire la Legge [mentre il Vaticano II e il post/concilio hanno abolito la Nuova Alleanza per gli Ebrei e l’hanno lasciata solo per i Gentili, ndr], ma a perfezionarla.
Il Figlio di Dio non è venuto a rovesciare tutto [come ha fatto la teologia del Vaticano II riguardo ai rapporti tra Antica e Nuova Alleanza, ndr]. Gesù completa la Rivelazione Antica, nella quale abbondano le mezze luci e le penombre. Gesù avvera le Profezie, perfeziona la Legge morale o il Decalogo dato a Mosè, infondendovi uno “spirito” nuovo e interiore, infine, realizza le figure della Antica Alleanza. La Legge o i 10 Comandamenti dati da Cristo sono differenti dai 10 Comandamento mosaici, non solo quanto all’ordine di successione, ma anche perché Gesù aggiunge una perfezione interna e spirituale ai Comandamenti mosaici.
Infatti Egli dice: “Fu detto agli Antichi: Non uccidere. Ma Io vi dico: Chiunque si adira contro il suo prossimo sarà sottomesso a giudizio”. Lo stesso vale per l’adulterio, che con Mosè era proibito solo nell’atto esterno e che Gesù proibisce anche nel pensiero pienamente voluto. […]. Gesù si impone come Legislatore superiore a Mosè perché Egli è il Dio di Mosè. […]. La Legge mosaica aveva anche delle imperfezioni gravi, che il Vangelo ha corretto, riportando ad esempio il Matrimonio alla sua santità primitiva, da cui Mosè aveva dispensato i Giudei per la loro “durezza di cuore”, proclamando la sua indissolubilità e condannando il divorzio. […]. Ognuno vede quale abisso si spalanchi tra la Legge morale emanata da Mosè sul monte Sinai e l’ideale proposto da Gesù sulla Montagna delle Beatitudini. […]. Amare Dio con tutto il proprio cuore ed il prossimo come se stessi è tutta la morale cristiana in sintesi. Non era così nella Legge Antica o il Decalogo di Mosè, in cui il precetto dell’amore del prossimo non era chiaramente annunciato. Per un Ebreo il prossimo era il parente, l’amico, il vicino, il compatriota; non lo era lo straniero né lo sconosciuto» (cit., pp. 286-302).

S. TOMMASO D’AQUINO, il “Dottore Ufficiale o Comune” della Chiesa nella Somma Teologica (I sezione - II parte, questioni 98-108 (1)) tratta il tema della “Legge di Mosè” (I sezione - II parte, questioni 98-105); poi quello della “Legge Nuova” (I sezione – II parte, questione 106 e 108) ed anche del “Confronto tra la Legge Antica e la Legge Nuova” (I sezione - II parte, questione 107).

Per quanto riguarda la “Legge di Mosè” (I sezione – II parte, questione 98) egli insegna che “la Legge di Mosè era imperfetta, ma buona, poiché conforme alla retta ragione e alla Legge naturale” (I sezione - II parte, q. 98, articolo 1); “la Legge Antica fu data da Dio tramite il ministero degli Angeli, (cfr. S. PAOLO, Gal., III, 19; Ebr., I, 2; II, 2; Atti, VII, 53; S. GREGORIO I, Moralia, Pref., 1; S. AGOSTINO, Super Genes., XII, 27; In Exod., 33, 11 (2) ), poiché Dio stesso, con l’Avvento di Gesù, avrebbe poi dato, direttamente e senza intermediari, la Legge Nuova e perfetta” (I-II, q. 98, a. 3); la “Legge Antica doveva essere data prima solo al popolo ebraico, poiché da quel popolo doveva nascere il Messia per pura misericordia di Dio e senza alcun merito  da parte sua” (I-II, q. 98, a. 4). 

Quanto ai “Precetti morali della Legge Antica”, che riguardano la Legge naturale (I sezione - II parte, q. 100), l’Aquinate scrive che “la Legge Antica, essendo data ad un popolo simile ad un bambino che deve ancora crescere, cioè passare dalla Vecchia alla Nuova Alleanza, aveva una ricompensa o un castigo temporale e non spirituale come la Legge Nuova” (I-II, q. 100, articolo 7).

Sui “Precetti cerimoniali”, che riguardano il culto divino del Vecchio Testamento (I sezione - II parte, questione 101) S. Tommaso afferma che essi “erano figurativi di Cristo, ossia erano ombre della Realtà, che ci conduce in Cielo” (I-II, q. 101, articolo 2).

Circa le “Cause dei Precetti cerimoniali” dell’Antico Patto (I sezione – II parte, questione 102) osserva che “la causa finale era quella di raffigurare il Messia venturo, Gesù Cristo” (I-II, q. 102, articolo 2); inoltre “il fine delle cerimonie sacrificali, svolte nel Tempio di Gerusalemme, in senso letterale, era quello di innalzare le menti dei fedeli a Dio e, in senso figurativo, di adombrare la Passione di Cristo” (I-II, q. 102, a. 3).

A riguardo della “Durata dei Precetti cerimoniali” della Vecchia Alleanza (I sezione – II parte, questione 103), l’Angelico spiega che “le Cerimonie del Vecchio Testamento direttamente purificavano solo dalle impurità corporali; invece per purificare dal peccato avevano bisogno della Virtù di Cristo venturo” (I-II, q. 103, articolo 2); perciò “esse cessarono di aver valore con la morte di Cristo, con la quale cessò la Vecchia Legge ed iniziò la Nuova ed Eterna Alleanza” (I-II, q. 103, a. 3); dunque “esse non si possono osservare dopo la morte di Cristo senza peccato, poiché sarebbero in tal caso una professione di fede falsa nel Messia non venuto in Cristo, ma ancora da venire, come insegna il Talmud” (I-II, q. 103, a. 4).

Trattando la “Legge sociale” mosaica, che riguarda la vita politica del popolo giudaico del Vecchio Testamento (I sezione – II parte, questione 104), S. Tommaso scrive che “i Precetti della Legge sociale di Mosè, direttamente, erano ordinati a stabilire la giustizia nel vivere civile in società; ma indirettamente, erano figurativi di Cristo, perché tutto lo stato del popolo ebraico era una preparazione a Cristo” (I-II, q. 104, articolo 2); e siccome “i Precetti sociali mosaici erano prefigurativi di Cristo, persero vigore con la venuta e la morte di Cristo” (I-II, q. 104, a. 3).

Poi l’Angelico passa a trattare il tema del “Nuovo Testamento o Legge evangelica” (I sezione - II parte, questione 106) e spiega che “non conveniva che la Legge evangelica della Nuova Alleanza fosse data  sin dall’inizio del mondo, perché essendo Legge perfetta, doveva essere preceduta dalla Legge imperfetta del Vecchio Patto” (I-II, q. 106, articolo 3) e siccome “la Legge Nuova è perfetta, non ha bisogno di essere perfezionata (come diceva Gioacchino da Fiore), ma durerà immutata quanto alla sostanza sino alla fine del mondo. Infatti essa è opera del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; perciò non ci sarà una terza èra dello Spirito Santo o Nuovissima Alleanza, che perfezionerà la Nuova Alleanza come questa ha perfezionato l’Antica” (I-II, q. 106, a. 4).

Quindi l’Aquinate fa un “Confronto tra la Legge Nuova e la Legge Vecchia” (I sezione – II parte, questione 107) e specifica che “la Legge Nuova è Legge di perfezione e di amore, che completa il timore. Dunque è diversa dalla Legge Vecchia che è Legge imperfetta, di timore e di preparazione a Cristo o alla Legge Nuova. Tuttavia entrambe le Leggi hanno come fine Dio” (I-II, q. 107, articolo 1); inoltre la “Legge Nuova compie, perfeziona e attua la Vecchia perché dà in atto quanto la prima prometteva o conteneva in potenza, dando in atto la Redenzione del Messia-Gesù Cristo, Colui che completò la Vecchia Legge spiegandone il significato, precisando e perfezionando i Precetti puramente esterni (5° e 6° Comandamento) con obblighi interni (perfezionati dall’amore del prossimo e dal 9° Comandamento) e aggiunse anche i tre Consigli per aiutare a vivere meglio e più intensamente i Comandamenti. Quindi anche il Decalogo di Mosè, dato nell’Esodo e nel Deuteronomio, è stato perfezionato da quello dato da Cristo nel Vangelo” (I-II, q. 107, a. 2).

S. Tommaso spiega che “la Legge Nuova era contenuta nella Legge Vecchia poiché vi era in potenza, come l’albero nel seme o l’uomo nel bambino, essendo la prima la perfezione della seconda” (I-II, q. 107, a. 3).

Infine l’Angelico affronta il problema dei “Precetti della Legge Nuova” (I sezione - II parte, questione 108, articolo 4) e insegna che “la Legge di Gesù ha liberato l’uomo dalla farragine dei Precetti cerimoniali e giudiziali della Legge Antica, perciò è detta Legge di libertà”.

Qui finisce la “parte più teologica della Somma Teologica, poiché tratta della questione eminentemente dogmatica dei rapporti tra il Vecchio Testamento e il Nuovo Testamento” (padre CESLAO PERA o. p.), la quale è evidentemente in opposizione di contraddizione con la neo/teologia giudaizzante del Vaticano II da Giovanni XXIII sino a Francesco e Benedetto XVI “papa-emerito”. San Tommaso d’Aquino è il Dottore Comune o Ufficiale della Chiesa, la sua dottrina è quella della Chiesa ed essa è totalmente difforme da quella esposta da Bergoglio e Ratzinger nei loro libri succitati. Infatti per l’Aquinate “con la morte di Cristo cessò la Vecchia Legge ed iniziò la Nuova ed Eterna Alleanza” (Somma Teologica, I-II, q. 103, a. 3); dunque le Cerimonie dell’Antico Patto “non si possono osservare dopo la morte di Cristo senza peccato, poiché sarebbero una professione di fede falsa nel Messia non già venuto in Cristo, ma ancora da venire” (I-II, q. 103, a. 4).
Inoltre “la Legge Nuova essendo Legge perfetta, doveva essere preceduta dalla Legge imperfetta del Vecchio Patto” (I-II, q. 106, a. 3) e siccome “la Legge Nuova è perfetta, non ha bisogno di essere perfezionata” (I-II, q. 106, a. 4). Infatti “la Legge Nuova è Legge di perfezione. Dunque è diversa dalla Legge Vecchia, che è Legge imperfetta o di preparazione a Cristo” (I-II, q. 107, a. 1); insomma la “Legge Nuova compie, perfezione e attua la Vecchia perché dà in atto quanto la prima prometteva o conteneva in potenza, dando in atto la Redenzione del Messia-Gesù Cristo” (I-II, q. 107, a. 2).
Quindi non è vero che “l’Antica Alleanza non è stata mai revocata” (Giovanni Paolo II, Magonza, 1980) e neppure che “gli Ebrei sono Fratelli Maggiori dei Cristiani nella fede di Abramo” (Giovanni Paolo II, Roma, 1986); anzi è vero tutto il contrario.



II)        BENEDETTO XVI, “EBREI E CRISTIANI” 

IN GENERALE


Un secondo evento librario ha funestato teologicamente la seconda metà del 2019: il libro Ebrei e Cristiani redatto dal “papa/emerito” BENEDETTO XVI assieme al rabbino capo di Vienna ARIE FOLGER, che è ancora più perniciosamente giudaizzante de La Bibbia dell’Amicizia in quanto lo è, ma in maniera nascosta di modo che possa nuocere di più, come “la serpe che si nasconde tra l’erba” è più pericolosa di quella ben visibile in mezzo ad una strada.

A partire da questi due avvenimenti e dal contenuto dottrinale dei due libri in questione, si evince chiaramente 1°) che all’origine della teologia del Concilio Vaticano II vi è la dottrina giudaizzante della Dichiarazione Nostra aetate del 28 ottobre 1965, la quale cabalisticamente apre la via all’antropocentrismo che permea di sé la dottrina dei 16 Documenti conciliari; 2°) che il Concilio pastorale, la Dichiarazione conciliare Nostra aetate e l’insegnamento postconciliare, da Paolo VI (1963-1978) a Francesco (2019-), stanno in rottura o in opposizione di contraddizione con la dottrina cattolica bimillenaria (a partire da Gesù sino a Pio XII), rivelata da Dio, definita dal Magistero dogmatico e costante della Chiesa, sostenuta dalla Tradizione apostolico/patristica e dall’insegnamento dei Dottori scolastici a partire da S. Tommaso d’Aquino sino alla prima metà del Novecento. Quindi è più che opportuno studiare e confutare i princìpi esposti nei due volumi suddetti. È per questo motivo che mi accingo a scrivere, a mo’ d’introduzione, questo primo capitolo, cui ne seguiranno altri cinque, i quali espliciteranno ciò che è contenuto implicitamente in esso, facendo con esso un tutt’uno.



La Dichiarazione Nostra aetate su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”

Abbiamo visto che fra Tradizione divino/apostolica cattolica (i Padri ecclesiastici e il Magistero pontificio da San Pietro sino a Pio XII (3)) e Nostra aetate (28 ottobre 1965) vi è difformità.
Ora la Tradizione cattolica è una delle due Fonti della Rivelazione, essa consiste nell’insegnamento unanimemente comune dei Padri, che è infallibile; mentre Nostra aetate ha un valore unicamente prudenziale o “pastorale” - per esplicita volontà di Giovanni XXIII e Paolo VI, che indissero e conclusero il Concilio Vaticano II come “Concilio pastorale” - poiché esso consiste nell’applicazione della dottrina al caso pratico. Quindi non è infallibile né irreformabile ed essendo in rottura o in difformità con la Tradizione apostolica costante, deve essere corretto e riformato, compresa NA.

Per fare un esempio, il Dio degli Ebrei talmudisti (l’En Soph, indeterminato, non personale né trascendente il mondo, da cui emana una serie indeterminata di Sefiroth o Eoni e Semidei e quindi è una forma di politeismo idolatra) non è quello dei Cristiani, che è la SS. Trinità, di cui Gesù Cristo è la Seconda Persona Incarnata nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Questi due dogmi principali del Cristianesimo, per l’Ebraismo attuale o post-biblico (che non è l’Antico Testamento, ma il Talmudismo rabbinico), sono una “bestemmia” come disse Caifa, per la quale Cristo fu crocifisso “poiché da uomo, si faceva Dio” (Gv., X, 33) e s. Stefano fu lapidato.

L’ambiguità di “NA”, consiste nel far passare tutti coloro che discendono geneticamente da Abramo, come aventi legami spirituali o di fede con la Chiesa di Cristo.

Al n. 4-e, “NA” insegna: “Secondo s. Paolo gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”. Invece S. Paolo dice solo che la vocazione (chiamata o dono) da parte di Dio non muta (“Ego sum Dominus et non mutor”). Mentre la risposta alla chiamata di Dio può cambiare da parte dell’uomo, com’è stato per la maggior parte del popolo d’Israele (per Lucifero, inizialmente per Adamo/Eva, per Caino, per Esaù, per Giuda Iscariota e così via), che durante la vita di Gesù, ha malamente corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo prima i Profeti, poi Cristo stesso ed infine i Suoi Apostoli; onde son cari a Dio, ossia stanno in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di coloro che hanno accettato il Messia Cristo venuto (NT), come lo accettarono venturo i loro padri nell’AT.

Sempre secondo la dottrina conciliare (cfr. Nostra aetate: “i doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. GIOVANNI PAOLO II alla sinagoga di Magonza il 17 novembre 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”) l’Ebraismo attuale sarebbe ancora titolare dell’Alleanza con Dio. Invece la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri e dal Magistero ecclesiastico costante e uniforme) insegna che «c’è una prima e c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (S. PAOLO, Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Gv., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda Alleanza e l’aprì a quanti (i Pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente” da settentrione e da mezzogiorno (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolse (Rm., XI, 1-10). Inoltre prima della fine del mondo s. Paolo prevede e rivela, divinamente ispirato, la conversione finale, in massa, di molti altri Ebrei (Rm., XI, 26: “Et sic omnis Israel salvus fieret”).
Questa parola “conversione”, “salvezza” non piace agli Ebrei attuali, purtroppo dispiace anche ai prelati conciliari e post-conciliari e addirittura è messa in sordina da quei “tradizionalisti”, che, nella smania di sentirsi “uguali al Vaticano II al 95%”, finiscono per diventare “diversi dalla Tradizione cattolica”. San Paolo avverte profeticamente i Cristiani giudaizzanti (di tutti i tempi): “Se volete farvi circoncidere [pensando che l’Antico Patto è ancora valido], Cristo non vi gioverà a nulla. […]. Coloro che vi perturbano [i giudaizzanti] si taglino pure tutto!” (Gal. V, 2 e 12) e S. Tommaso d’Aquino commenta: “Utinam non solum circumcidantur, sed totaliter castrentur! / Voglia Dio che non solo siano circoncisi, ma che siano castrati totalmente!” (SANCTI THOMAE AQUINATIS, Expositio in Epistolam ad Galatas, cap. V, lezione III, n. 297).

La Dichiarazione Nostra aetate non reca una sola citazione di un solo Padre della Chiesa, di un solo Papa o di un solo pronunciamento del Magistero, perché non ve ne sono. Come si fa allora a dire che al 95% essa è accettabile?

Attenzione: il Vangelo ci ammonisce, come ammonì i “farisei/tradizionalisti” di 2000 anni fa: “Il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato ad altri”. L’Alleanza con Dio è definitiva solo per quanto riguarda la Chiesa di Cristo; quanto riguarda gli altri presuppone una corrispondenza al piano divino. Da qui nasce il problema della vera Dottrina e Carità, che occorre professare e vivere al 100% e non al 5% (facendo proprio l’errore conciliare al 95%) per essere “veramente figli di Dio”.



La “Piovra” che ha diretto “Nostra aetate”:
rabbi Tenembaum, rabbi Heschel e padre Morlion

Attenti a quei tre …
 

Quando rabbi Marc Tanembaum e rabbi Joshua Heschel giunsero a Roma, fu la “Pro Deo” di padre Morlion ad accoglierli e a mantenerli non esposti al pubblico, fornendo loro una copertura diplomatica vaticano/statunitense, degli alloggi sicuri e dei canali di comunicazione cifrati; insomma, una vera e propria operazione di alto spionaggio internazionale (cfr. CURZIO NITOGLIA, «Ancora sul caso Morlion», 8° capitolo, in www.doncurzionitoglia.wordpress.com; LUIGI MONTUORI, Felix A. Morlion e il servizio segreto vaticano Pro Deo, Chieti, Solfanelli, 2023, p. 141 ss.).

Tutto ciò permise ai delegati dell’«American Jewish Committee» (“AJC”) di muoversi all’interno della Città del Vaticano al riparo dagli occhi dei servizi segreti dei Paesi arabi, vaticani e dei Cardinali tradizionalisti della Curia Romana.



Il “filantropo” …  Nathan Cummings

I viaggi costosissimi che seguirono, dato lo staff ben nutrito che accompagnava Morlion/Bea in Usa partendo da Roma e Tanembaum/Heschel in Vaticano decollando dagli Usa, furono finanziati da Consorzi Industriali Privati Statunitensi (“American Council for the International Promotion of Democracy Under God”), ai quali parteciparono magnati e filantropi come Nathan Cummings (1896-1985), che fu un importantissimo e ricchissimo industriale ebreo canadese, naturalizzato statunitense, fondatore della multinazionale alimentare “Consolidated Foods Corporation”, poi (nel 1985) “Sara Lee Corporation”.

Egli guidò la sua azienda dal 1939 sino al 1968 per darsi (nel ‘68) a tempo pieno alla “Filantropia”, con la “neonata/filantropa”, “Nathan Cummings Foundation” - fondata già nel 1949 - ma diretta in maniera esclusiva e piena nel 1968 alla sola e “pura” filantropia sino alla morte di Nathan: 1985 (cfr. AA. VV., Selections from the Nathan Cummings Collection, Washington D.C., National Gallery of Art, 1971).

Si noti come la “Democrazia sotto Dio / Democracy Under God” fosse anche il motto di Morlion e della “Pro Deo”, di Maritain, di Montini e della DC italiana (Murri, Sturzo e De Gasperi), come pure del Sillon francese di Marc Sangnier (condannato da san Pio X, con l’Enciclica Notre charge apostolique, 1910).



La mano nascosta della Cia sovrintende tutto


Tuttavia, il regista occulto che manovrava tutto da dietro le quinte, servendosi di questi enti filantropici era la Cia, dietro alla quale agiva il Giudeo/americanismo, per sostenere la “Guerra psicologica” non tanto - principalmente - contro l’Urss (anche se pure contro di essa) quanto - in primis - contro il Cattolicesimo romano, che aveva iniziato ad erodere il primato del Puritanesimo nel Cristianismo americano a partire dalle immigrazioni degli europei cattolici (Irlandesi, Spagnoli, Portoghesi, Italiani e tedeschi cattolici) in Usa nel 1840/1850, che erano molto più prolifici dei Protestanti calvinisti americani e Wasp e, perciò, andavano ridimensionati affinché non diventassero maggioranza in America, con la “bomba demografica”, come sta succedendo ai Palestinesi da parte dei “fratelli peggiori”, dal 1948 sino a oggi.

La Cia voleva giudaizzare e americanizzare il Cattolicesimo romano per portare a compimento la “Missione Puritana” di “purificazione del mondo intero dal Papato”, iniziando dagli Usa (“piscis a capite foetet”). Certamente, la lotta al Comunismo era reale ma soprattutto era un diversivo, anche se di una grande importanza, per distrarre l’opinione pubblica dal vero obiettivo: il “Giudeo/Cristianesimo”, che non sarebbe stato accettato ancora, poiché allora avrebbe scioccato le intelligenze umane, come l’idea di un “cerchio/quadrato”, abituate ancora al principio di non-contraddizione, che oggi è stato totalmente ribaltato e non solo sorpassato, spostando l’attenzione dei popoli sulla “guerra fredda”, la lotta contro l’Urss e il Comunismo in generale, evitando di parlare della questione giudaica (cfr. ALEXANDR SOLGENITSIN, Due secoli assieme, 2002, tr. it., Napoli, Controcorrente, 2 voll., 2007).

Ecco perché i movimenti neocon, nord o sud americani ed europei, che si battono contro il Comunismo, ma non contro l’Americanismo e il Sionismo, puzzano di bruciato; ossia, di Massoneria angloamericana conservatrice, of course, e Giudaismo postbiblico.

Naturalmente anche il Vaticano aveva i suoi servizi segreti e la fazione tradizionalista capeggiata dal cardinal Ottaviani avrebbe potuto servirsene (anche se dal 1958 veniva ostacolata da Roncalli e Montini) per smascherare il piano Bea/Morlion e Tanembaum/Heschel, decriptando i loro memorandum segreti, facendo saltare “Notra aetate”.

Perciò, fu ancora una volta la Cia, tramite l’Ambasciata americana romana (di via Veneto) e la residenza dell’Ambasciatore statunitense (in Villa Taverna di via Bertoloni ai Parioli), senza dimenticare la “Pro Deo” (in via Nazionale, n. 89/A, dal 1944 al 1962 e poi in viale Pola, n. 12, nel quartiere Trieste/Parioli, all’interno di Villa Alberoni, a partire dal 1962), che garantirono una protezione efficace attorno al “Segretariato per l’Unità dei Cristiani” diretto da Bea per volontà di Roncalli.



Rabbi Marc Tanembaum: il
“Ministro degli Esteri dell’Ebraismo Mondiale”



Marc Tanembaum (1925 – 1992) è stato uno dei leader religiosi dell’Ebraismo americano più prestigiosi del XX secolo. Assieme a Heschel (più “mistico”, cabalista e “contemplativo”) Tanembaum (più organizzatore, attivo, pratico e politicamente appena un tantino più diplomatico) è il “Pioniere del dialogo interreligioso tra Ebraismo postbiblico e Cristianesimo modernista”, scherzosamente i suoi colleghi lo soprannominarono “Ministro degli Esteri dell’Ebraismo Mondiale”.

Nacque a Baltimora (Maryland negli Usa), da immigrati russi, ebrei ortodossi, fuggiti dai pogrom zaristi; Marc a soli 15 anni s’iscrisse alla “Yeshiva University” di New York. Fu “ordinato” rabbino nel 1950 presso il “Jewish Theological Seminary”, dove fu compagno di studi di Heschel (Varsavia, 1907 – New York,1972), anche se tra i due rabbini passavano circa 18 anni di differenza: Heschel era nato nel 1907, Tanembaum nel 1925.



Tanembaum, Heschel e “Nostra aetate

Tanembaum fu l’unico rabbino a partecipare pubblicamente (Heschel lo fece discretamente e da “dietro le quinte”) al Concilio Vaticano II (1962/65).

Egli ha dato un contributo notevolissimo alla genesi di “Nostra aetate”, che ha ribaltato da capo a fondo la Dottrina bimillenaria dei rapporti tra Cristianesimo ed “Ebraismo” (talmudico), equivocando scientemente su questo termine (“Ebraismo”) e confondendolo scientemente col il Giudaismo mosaico o Vecchio Testamento, senza accennare al Talmud e alla Cabala spuria.

Tanembaum ottenne 1°) la condanna dell’Antigiudaismo teologico, ancora una volta equivocando con il termine “Antisemitismo” (suscettibile di un’interpretazione biologico/razziale e di un’altra religiosa/teologica; delle quali, la prima non è compatibile con la Dottrina cattolica; mentre la seconda ne è l’essenza, come per la distinzione tra Antico e Nuovo Testamento); 2°) la cancellazione della Dottrina costantemente insegnata dalla Rivelazione (Tradizione apostolica e S. Scrittura) e dal Magistero  (sino all’Enciclica “Mit brennender Sorge” di Pio XI del 1937) del “Deicidio”; 3°) infine, anche la revisione totale del rimpiazzamento (senza distruzione) della Nuova Alleanza riguardo alla Vecchia, che sta al Vangelo come un bambino che cresce sta al futuro uomo maturo; sostenendo che “l’Antica Alleanza non è stata rimpiazzata dalla Nuova”, come se un neonato non fosse sostituito dall’uomo che lui stesso diverrà col passar del tempo; perciò, rendendo implicitamente inutile l’Incarnazione, Passione e Morte di Gesù Cristo.

Insomma, “Nostra aetate” è veramente il Documento conciliare più perfido (da “per/Fidem = Fede deviata) e apostatico, in quanto segna il passaggio da una Religione (Cristianesimo composto da Antico e Nuovo Testamento alla luce della Tradizione apostolico/patristica) ad un’altra, totalmente diversa: il Giudaismo postbiblico, che nega la Trinità delle Persone divine nell’Unità della Deità e la conseguente Divinità del Verbo Incarnato: Gesù Cristo, il Messia di Nazareth.



Tanembaum più vicino a Morlion di Heschel

Tanembaum, collaborò oltre che con Giovanni XXIII anche con Martin Luter King (una sorta di “neo-trinità immanentistica” del XX secolo, avendo rimpiazzato J. F. Kennedy, riscattatosi alla fine, essendo stato assassinato dal Mossad e Cia). Inoltre, collaborò con la Cia (come Morlion (4)) per la difesa dell’Ebraismo che soffriva discriminazione in Urss a causa del Sionismo, mal sopportato da Stalin e anche da Krusciov. 

Naturalmente, anche lui come Morlion, era un esperto di propaganda psicologico/televisiva e si occupò della serie TV “Holocaust” (1978), dietro al quale c’è la mano della Cia, che da allora è diventato un super-dogma, anzi l’unico dogma del mondo moderno, che non può e non deve (sotto pena di prigione) essere messo in discussione (cfr. SERGIO ROMANO, Lettera a un amico ebreo, Milano, Longanesi, 1997, II ed., 2002).



Tanembaum e Giovanni Paolo II

Il suo rapporto con Giovanni Paolo II, dopo quello con il duo Roncalli & Montini, è stato complesso. Caratterizzato 1°) da forte unione (1978/1987), ma 2°) anche da profonde crisi diplomatiche (1987/1992, l’anno della morte del Rabbi newyorkese), che Tanembaum, solo appena un po’ più diplomatico di Heschel, aiutò - con l’iuto essenziale di rabbi Elio Toaff (il vero artefice del “compromesso teologico” e il gran diplomatico del Talmudismo del XX secolo) - a risolvere.

Infatti, i rapporti tra Tanembaum e Wojtyla furono inizialmente idilliaci: 1°) per l’elogio della vulgata sterminazionista della Shoah portata avanti da Giovanni Paolo II, che appena 8 mesi dopo essere stato eletto (16 ottobre 1978) fece un “pellegrinaggio” ad Aushwitz (7 giugno 1979); 2°) per la promozione della “Libertà delle religioni” (cfr. Decreto del Concilio Vaticano II “Dignitatis humanae personae”, 7 dicembre 1965), messo in pratica un po’ dappertutto da Karol Woytila nel corso del suo lungo Pontificato (per esempio, in Italia il 18 febbraio 1984 con il Concordato firmato dal Primo Ministro Bettino Craxi e il card. Agostino Casaroli).

Tuttavia, circa 10 anni dopo l’elezione di Woytjla (1978/1987), vi fu anche una grave crisi diplomatica e un forte irrigidimento di Tanembaum, che essendo “diplomatico” se l’altra parte cedesse, reagì violentemente nel 1987: 1°) per l’udienza concessa il 25 giugno 1987 dal Papa al Presidente austriaco Kurt Waldheim, che durante il conflitto mondiale, essendo austriaco e quindi cittadino del III Reich germanico, era stato ufficiale della Wehrmacht tedesca; inoltre, 2°) sempre nel 1987 scoppiò una seconda “bomba”; infatti, a ridosso di Auschwitz fu aperto - già nell’autunno del 1984 - un Convento di Suore Carmelitane polacche, che secondo Tanembaum, affiancato dal Rabbinato statunitense e dal “World Jewish Congress”, profanava la sacralità dell’Olocausto ebraico, perché poteva significare che durante la Seconda Guerra Mondiale non morirono nei Lager solo gli Ebrei, ma anche i Cristiani; come pure morirono moltissimi soldati tedeschi, giapponesi e  italiani, nei campi di concentramento sovietici e angloamericani (5) ; 3°) infine, il Vaticano non aveva ancora riconosciuto diplomaticamente lo Stato d’Israele, il che per il Rabbinato americano (essenzialmente sionista) era inammissibile; il riconoscimento avverrà poi nel 1993 con tanto di Concordato, ma era stato già programmato nel 1987 a Castelgandolfo, grazie alla mediazione decisiva del diplomaticissimo Rav Elio Toaff.

Siccome lo Stato d’Israele (guidato allora dal Primo Ministro Isaak Shamir dell’estrema destra israeliana col Partito Likud, lo stesso di Jabotinsky, Begin e Netanyahu) e l’Ebraismo ortodosso soprattutto americano si stavano irrigidendo e stavano per mandare all’aria l’operazione ventennale: α) “Nostra aetate” (1965), condotta da “Bea & Morlion” vs “Tanembaum & Heschel”; più β) la visita del Papa per la prima volta in 2 mila anni di Cristianesimo alla Sinagoga di Mainz (1980) e poi γ) a quella di Roma (1986).



Il ruolo fondamentale di Rav Elio Toaff
salva l’operazione “Pro Deo et Sinagoga”


Allora il Rabbino Capo di Roma Elio Toaff (molto più diplomatico di Heschel e anche di Tanembaum), intervenne personalmente e discretamente per incontrare i vertici del Vaticano (cfr. ELIO TOAFF, Da perfidi giudei a fratelli maggiori, Milano, Mondadori, 1987; III ed. Bologna, Il Mulino, 2017).

Tanembaum volò ufficiosamente dagli Usa a Roma; invece, Toaff traversò con gran discrezione - non il Rubicone, ma semplicemente il Tevere, già inquinato dal Reno (6) - e incontrò Giovanni Paolo II in privato in Vaticano; mentre Tanembaum ufficiosamente lo incontrò a Castelgandolfo (1° settembre 1987), assieme ai cardinali Agostino Casaroli e Johannes Willebrands. Toaff non partecipò all’incontro, ma la sua azione diplomatica precedente l’incontro di Castelgandolfo fu discreta, continua e condotta tra il Tempio Maggiore nel Ghetto di Roma e il Vaticano, e fu indispensabile per dare il via a quell’incontro “riparatore”. Inoltre, da allora, Toaff mantenne sempre un canale di comunicazione aperto e diretto col Vaticano, avendo ricevuto nel “Tempio Maggiore” di Roma il Papa l’anno precedente (13 aprile 1986).



Due grandi amici: Toaff e Woytjla …

In séguito a tutto ciò il rapporto diplomatico tra Elio Toaff e Karol Woytjla divenne una profonda amicizia. Infatti, Woytjla da allora considerò Toaff non solo solamente come il Rabbino Capo di Roma, ma come un amico (assieme al Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini: “Dimmi con chi vai, ti dirò chi sei”!), l’interlocutore più saggio, equilibrato ed ecumenico dell’intero Rabbinato americano, europeo e israeliano.

Da quest’amicizia nacque: I - il primo concerto offerto da un Papa in commemorazione della Shoah (7 aprile 1994) all’interno dell’Aula Nervi/Paolo VI in Vaticano, cui presenziarono Toaff e Woytjla; II - il riconoscimento vaticano dello Stato d’Israele (30 dicembre 1993), sostenuto felpatamente da Toaff dal 1987 al 1993; III - la citazione di Toaff (assieme a Ratzinger e al suo Segretario personale: don Stanislaw Dziwisz, oggi cardinale) nel Testamento spirituale di Giovanni Paolo II, che fu letto pubblicamente in occasione della sua morte (2 aprile 2005). Toaff ne fu profondamente toccato …



Il “perfezionamento peggiorativo” di “Nostra aetate” (1965):

“Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah” (1987)
 
Fu così che il Vaticano il 22 febbraio 1987 invitò le Suore a lasciare Auschwitz (“trasferimento” che avvenne 6 anni dopo, il 30 giugno 1993) e promise a Tanembaum una seconda “NA” ancora più giudaizzante; un maggior impegno a combattere il “Revisionismo storico” sulla Shoah, equiparandolo al “Negazionismo” assoluto di ogni persecuzione antiebraica; e, finalmente, uscì il 16 marzo 1998 il Documento ufficiale vaticano “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah”, che attribuiva al Cristianesimo tradizionale e preconciliare l’ostilità contro il Giudaismo talmudico, l’Antisemitismo e quindi la Shoah, facendo una “teshuvà” o un atto di dolore pubblico, come fu chiesto dai farisei dell’una e l’altra sponda (“Periculis ex Gentibsus, …, periculis in falsis fratribus”, II Cor., XI, 26), nel gennaio 2009, a monsignor Richard Williamson, che cristianamente si rifiutò di apostatare: “Dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io”.

Quest’incontro tra Toaff, Woytjla (e Tanembaum) non solo salvò i rapporti tra Vaticano ed Ebraismo talmudico, ma permise al Papa di recarsi in Usa dal 10 al 19 settembre del 1987, facendo un viaggio “apostolico” che non gli sarebbe stato permesso dall’Americanismo, se non si fosse piegato al Giudaismo.

Come si vede la questione della Shoah ha un significato non solo storico e politico, ma soprattutto teologico. Perciò è profondamente sbagliato non studiare seriamente la questione della Shoah da un punto di vista storico, chimico (il cianuro lascia tracce anche per centinaia di anni) e teologico.

L’ultimo incontro ufficiale tra il Papa polacco e il Rabbi russo/statunitense avvenne nel 1990, due anni prima della dipartita di Tanembaum. 



Differenze tra “Giudeo/Cristianesimo” e “Giudaizzanti”  

Il termine Giudeo/Cristianesimo si applica in senso stretto ai “Cristiani nati Ebrei, i quali ritenevano che la Legge cerimoniale dell’Antico Testamento non fosse stata abrogata e sono entrati così in conflitto non solo con san Paolo, ma con il Cristianesimo stesso” (7).

Mentre la parola Giudaizzanti - etimologicamente - riguarda “i Gentili convertiti al Cristianesimo, che imitavano i costumi ebraici […] e ritenevano obbligatoria per salvarsi l’osservanza, totale o parziale, della Legge cerimoniale mosaica però - praticamente - furono quasi tutti Cristiani di sangue ebraico” (8).
In breve i Giudaizzanti sono in teoria i Gentili che si convertono al Cristianesimo, ma reputano necessarie le osservanze giudaiche cerimoniali; tuttavia in pratica essi son quasi tutti Ebrei. Infatti solo pochissimi Gentili convertitisi al Vangelo reputarono obbligatoria la Legge cerimoniale del Vecchio Testamento. I Giudeo/Cristiani invece sono de jure et de facto Ebrei convertiti a Cristo, che ritengono obbligatoria l’osservanza del cerimoniale giudaico. Quindi - praticamente parlando - i due gruppi, pur se teoricamente distinti, coincidono sostanzialmente.

Le pretese dei Giudeo/Cristiani e dei Giudaizzanti si fondavano – materialmente ed erroneamente – sulle promesse fatte da Dio ad Abramo ed ai Patriarchi; sul fatto che il Messia, nato dalla razza ebraica, avrebbe stabilito sulla terra un Regno temporale, che era quello di Israele; che Cristo era venuto per compiere la Legge sociale e politica dell’antico Israele. Il Giudeo/Cristianesimo voleva così “ricalcare il Cristianesimo sul Giudaismo, chiedendo ai popoli di affiliarsi – tramite la circoncisione [e l’osservanza della Legge cerimoniale, ndr] – alla nazione ebraica” (9).
Inoltre i Gentili convertiti al Cristianesimo con l’obbligo dell’osservanza cerimoniale giudaica, sarebbero stati Cristiani di seconda serie rispetto agli Ebrei divenuti Cristiani mantenendo l’osservanza del Giudaismo cerimoniale, con un’inferiorità ontologica e non solo con una posteriorità cronologica nell’ordine della salvezza.

La Chiesa dei Dodici Apostoli rispose allora, immediatamente e fermamente, a quest’insidia che oggi si ripresenta prepotentemente tramite gli uomini di Chiesa, insegnando che a) il Battesimo del Centurione romano Cornelio attesta che un Gentile è entrato, per ordine di Dio, nella Chiesa senza passare per la Sinagoga (Atti, X). Quindi si può essere Cristiani senza essere Ebrei di sangue (Giudeo/Cristiani) e nemmeno sottomettersi al cerimoniale ebraico (Giudaizzanti). 
L’Antica Legge è stata abrogata, al contrario di quanto affermato da Giovanni Paolo II alla sinagoga di Mainz il 17 novembre 1980. Finalmente con Cristo il “muro di separazione” (Ef., II, 14) tra Ebrei e Gentili  è caduto, la Chiesa è aperta a tutti, senza distinzione o primati di razza, non ci sono, ontologicamente parlando, “fratelli maggiori o minori nella fede”, contrariamente a quanto disse Giovanni Paolo II al Tempio Maggiore di Roma il 13 aprile del 1986;
b) il Concilio di Gerusalemme (Atti, XV; Gal., II, 1-10) riconobbe la libertà dei Gentili di entrare nella Chiesa senza passare per il Giudaismo fondandosi sul Battesimo di Cornelio; essi non sarebbero neppure diventati “fratelli minori”, ossia non avrebbero avuto un rango ontologicamente secondario nella Chiesa;
c)
l’incidente di Antiochia (Gal., II, 11-21) tra S. Pietro e S. Paolo c’insegna che i Pagani si salvano senza obbligo di sottomettersi alla Legge cerimoniale, bastano la fede e la carità soprannaturale. Anche gli Ebrei, si sarebbero potuti salvare attraverso la fede e la carità, mentre il sangue o la razza giudaica non avrebbero dato loro una dignità ontologica maggiore. San Paolo insegna che “la circoncisione è nulla” (Gal., VI, 15) e che ciò che salva è “la fede che agisce per la carità” (Gal., V, 6).

Così il Giudeo/Cristianesimo fu rigettato fuori della Chiesa, mentre oggi, da parte degli uomini di Chiesa anche al massimo livello, si cerca di farvelo rientrare con la teoria dei “fratelli maggiori”, della “Antica Alleanza mai revocata”, delle “radici giudaico/cristiane dell’Europa”. Occorre tenere alta la guardia perché il vecchio errore non si riproduca mai più. Infatti, circa cinquanta anni di pregiudizio sono duri a morire, la “catastrofe” più grande sarebbe proprio il ritorno teologico del Giudeo/Cristianesimo o la “nuova/giudaizzazione”, che sostituirebbe l’Evangelizzazione. Onde non bisogna mai dimenticare la dottrina apostolica e occorre riprovare ogni forma di discriminazione razziale di stampo giudaizzante che sarebbe, in quanto particolarismo razzista, un vero p
San Paolo nell’Epistola ai Romani insegna che “il ruolo d’Israele è oramai finito. Dio, irritato dalla sua condotta, l’ha abbandonato. Verrà un tempo in cui un resto d’Israele si salverà. Ora le promesse divine passano ai Gentili” (10).



Il Giudaismo è essenzialmente razziale, forse anche razzista?


ANTONIO RODRÌGUEZ CARMONA, professore di “Letteratura inter/testamentaria” alla facoltà di Teologia dell’Università di Granada, spiega che «l’essenziale nella religione giudaica postbiblica è l’appartenenza al popolo ebraico; ossia è ebreo chi nasce da madre ebrea, non chi crede e osserva la Legge. Inoltre, il concetto di fede giudaica è un affidarsi o aver fiducia [vedi la “fede fiduciale” luterana, ndr] nell’aiuto di Dio verso Israele, suo popolo eletto […]. Insomma la pratica religiosa ebraica può sussistere senza la fede, la quale, se esiste, ha solo un valore pratico e non dogmatico [vedi la “Teologia della prassi” bergogliana, ndr] ed è relativa all’appartenenza al popolo d’Israele. Infatti il Giudaismo consiste essenzialmente nell’appartenenza al popolo d’Israele, da cui può conseguire accidentalmente una pratica di legge, che aiuta a mantenere l’identità di popolo eletto; accidentalmente perché si è ebrei anche se non si pratica, purché si sia figli di madre ebrea. Tale pratica, normalmente, ma non necessariamente (si può “praticare” senza credere), è fondata su alcune verità religiose, ma queste verità hanno uno scopo più pratico che dogmatico, perché servono a cementare il senso di appartenenza al popolo eletto, separandolo dagli altri, specie dai Cristiani» (ANTONIO RODRIGUEZ CARMONA, La religione ebraica. Storia e teologia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, pp. 485-486).
Insomma la fede giudaica è ordinata al popolo d’Israele e alla sua Terra. Il primato spetta al sangue e al suolo, mentre la fede è del tutto accidentale, se c’è, meglio così, se non c’è, basta essere membri del popolo eletto, nati da una madre ebrea.

Anche l’ex-rabbino capo di Roma ELIO TOAFF spiega che in pratica: “Nel Giudaismo postbiblico o talmudico/rabbinico [quello che va dalla morte di Cristo/distruzione del Tempio sino ad oggi, ndr] non si ammette conversione al Giudaismo, si è Ebrei solo per nascita lo si può diventare solo per conversione piena, ma dopo tre generazioni, ossia figli di madre ebrea e nipoti di nonna ebrea: “Mater semper certa, pater numquam” (ELIO TOAFF, Essere ebreo, Milano, Bompiani, 1994, p. 51).

Perciò la teoria neo/modernista del Giudeo/Cristianesimo ci porterebbe non ad una forma superiore di “religiosità” come dice la teologia giudaizzante del Vaticano II e del post/concilio sino a papa Bergoglio, ma ad una pratica, perlomeno razziale se non razzista, di un’appartenenza estrinseca (solo come “proselite della porta”, ossia un amico che sta appena dietro - ma pur sempre fuori - la porta di casa, non essendo uno di famiglia o di sangue ebraico, ma solo un goy simpatizzante dell’Ebraismo) ad un “Popolo” eletto, che abita una “Terra” promessa e possibilmente pratica una forma razziale di “Religione”, che segue accidentalmente la sostanza del Giudaismo talmudico: ossia, il Popolo eletto, che abita la Terra promessa e da lì domina il mondo intero.
Questa è la “trinità” del Giudaismo talmudico.



Il Giudeo/Cristianesimo nella divina Rivelazione

La dottrina sul pericolo del Giudeo/Cristianesimo è esposta specialmente nelle Epistole di San Paolo. Egli nel suo secondo viaggio apostolico (nel 50 circa) arrivò in Galizia del nord (con capitale Ankara). Ritornandovi tre anni dopo, si accorse che coloro che aveva evangelizzato nel primo incontro, si “erano lasciati abbindolare dai fanatici Giudeo/Cristiani, abbracciando le pratiche del Giudaismo (circoncisione, ecc.) quasi fossero necessarie alla salvezza” (11). Dunque, da Efeso (nel 54 circa) S. Paolo - divinamente ispirato - scrive loro, confutando gli errori del Giudeo/Cristianesimo e dei Giudaizzanti.

Nell’Epistola ai Galati l’Apostolo delle Genti insegna: «Mi meraviglio che così presto vi siete allontanati da Colui che vi ha chiamato nella grazia di Cristo, passando ad un “vangelo diverso” …, vi sono alcuni che gettano lo scompiglio in mezzo a voi e si propongono di stravolgere il Vangelo di Cristo. Ora se anche un Angelo vi annunziasse un “vangelo diverso” [giudaizzante, ndr] da quello che noi stessi vi abbiamo annunciato, sia anatema!”» (I, 6-8).

I Padri, i Dottori e gli esegeti approvati nella Chiesa spiegano in tal senso il passaggio paolino: i Giudaizzanti disertano e abbandonano il Vangelo di Cristo, predicato dai suoi Apostoli, per aderire ad “un altro vangelo” giudaizzante e giudeo/cristiano contrapposto a quello cristiano; esso è un “contro/vangelo”, poiché i Giudeo/Cristiani della “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9) si propongono di pervertire il Vangelo di Cristo. Il Giudeo/Cristianesimo vuole disertare o abbandonare Dio, che chiama gli uomini nella grazia ottenutaci da Cristo, con la sua Passione e morte, e rimpiazzarlo con l’osservanza delle cerimonie legali antiche. La salvezza invece si ottiene solo grazie alla fede (vivificata dalla carità) in Cristo. I Giudaizzanti sono bestemmiatori e votati alla dannazione, tal è, infatti, il significato dell’anatema (v. 8) che equivale all’herem ebraico, il quale designava gli scomunicati come votati alla perdizione per motivi religiosi. Neppure un Angelo, un Apostolo e S. Paolo stesso potrebbe sfuggire alla dannazione, se predicassero il “contro/vangelo” giudeo/cristiano (v. 9), che da Giovanni XXIII sino a papa Francesco è stato predicato dagli uomini di Chiesa, soprattutto da Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI e da papa Bergoglio.

Nel capitolo II ai versi 3-4 dell’Epistola ai Galati, l’Apostolo delle Genti rivela che nel 49/50 circa, era salito al Concilio Apostolico di Gerusalemme, assieme a Tito, il quale essendo greco non era circonciso. I Giudaizzanti gridavano allo scandalo, poiché la presenza di un incirconciso a Gerusalemme e ad un Concilio, era ritenuta da loro intollerabile e quindi chiesero che fosse circonciso. L’Apostolo qualifica i Giudaizzanti come “falsi fratelli intrusi” (v. 4), [non “fratelli maggiori”, ndr] “che si erano infiltrati per spiare la libertà nostra, che abbiamo in Gesù Cristo e renderci schiavi” (v. 4). Il loro scopo era d’imporre la Legge cerimoniale giudaica come necessaria alla salvezza, abolendo la grazia santificante che rende liberi dal peccato, in Gesù Cristo. I Cristiani giudaizzanti più che a Cristo credevano al vecchio cerimoniale mosaico, ma l’antico cerimoniale era oramai – con l’Avvento di Gesù – incapace di santificare, esso era stato rimpiazzato dalla grazia di Cristo in virtù dei Suoi meriti. “Se, la giustificazione viene dalla Legge cerimoniale, certamente Gesù è morto in vano” (v. 21).
Il Giudeo/Cristianesimo (condannato dal Concilio di Gerusalemme e fatto proprio dal Concilio Vaticano II) è l’annullamento radicale e totale del Sacrificio di Gesù sulla croce e della grazia cristiana che ne deriva, in breve è l’apostasia e la distruzione del Cristianesimo apostolico. “Se vi lasciate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla” (Gal., V, 2).

Nella II Epistola ai Corinti san Paolo specifica che i Giudaizzanti sono “falsi apostoli, operai fraudolenti e mentitori, che si camuffano da Apostoli di Cristo, [come] lo stesso Satana si traveste da Angelo di luce” (II Cor., XI, 13-14).  Il Giudeo/Cristianesimo è la “contro/chiesa” o la “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9), che vuole carpire la buona fede dei semplici, con un falso zelo e una virtù simulata (12).



***

A) “LA BIBBIA DELL’AMICIZIA
 
IN MANIERA SPECIFICA



III) “LA BIBBIA DELL’AMICIZIA


La “Prefazione” di papa Bergoglio


Francesco nella sua “Prefazione” scrive che Cristiani ed Ebrei hanno “alle spalle 19 secoli di Antigiudaismo cristiano e che pochi decenni di dialogo sono ben poca cosa” (cit., p. 5). Ora se si riflette a quanto scritto non si può non dedurre che il “dialogo” ebraico/cristiano, iniziato - formalmente e pubblicamente - con la Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II (28 ottobre 1965), ossia 54 anni or sono, è una “novità” rispetto a circa 1900 anni ininterrotti di “Antigiudaismo cristiano”, cioè di disputa teologica tra il Cristianesimo e il Giudaismo postbiblico o talmudico a partire dai Libri del Nuovo Testamento (che vanno dal 40 al 90 d. C. circa), dagli scritti dei Padri ecclesiastici (che vanno dal II secolo sino a San Bernardo di Chiaravalle nel XII secolo), dei Dottori della Prima, Seconda e Terza Scolastica, ossia da S. Tommaso d’Aquino (XIII secolo) con i suoi Commentatori del Quattro/Cinquecento, ai Dottori della Controriforma (Cinque/Seicento), sino ai Teologi dell’Otto/Novecento. Poi improvvisamente dalla disputa teologica antigiudaica, che è fondata su la S. Scrittura, la Tradizione apostolico/patristica, il Magistero della Chiesa (dal Concilio di Gerusalemme del 50, il quale condannò i Giudaizzanti e definì che per salvarsi non erano necessarie le osservanze giudaiche, sino a Pio XI, il quale nella Enciclica Mit brenneder Sorge del 19 marzo 1937 scriveva che “Il Verbo si sarebbe Incarnato in un popolo che Lo avrebbe poi confitto in croce”) si è abbandona

Francesco prosegue scrivendo: “Occorre lavorare con maggiore intensità per chiedere perdono e per riparare i danni causati dall’incomprensione. I valori, le tradizioni, le grandi idee che identificano l’Ebraismo e il Cristianesimo devono essere messe al servizio dell’umanità” (ivi). Dunque il Vaticano II rappresenta non solo una “novità”, ma dice cose nuove (“nova”) in rottura con la Tradizione della Chiesa e non le dice in maniera nuova (“nove”) o più appropriata, ma sempre in continuità con essa. Infatti occorre “chiedere perdono per i danni prodotti dall’incomprensione”, cioè la Chiesa dai Vangeli al Concilio di Gerusalemme, presieduto da S. Pietro con gli Apostoli riuniti sotto di lui, non avrebbe compreso la vera natura dell’Ebraismo, l’avrebbe quindi condannato (“Antigiudaismo cristiano”) ed esso avrebbe prodotto “danni”, che debbono essere riparati mettendo a “servizio dell’umanità i valori e le grandi idee che identificano l’Ebraismo e il Cristianesimo”. Perciò non si deve dibattere teologicamente con l’Ebraismo su questioni quali la Divinità o meno di Cristo, la Trinità delle Persone nell’Unità della Natura divina, che vedono Giudaismo talmudico e Cristianesimo in opposizione di contraddizione, poiché uno le afferma e l’atro le nega; ma bisogna riconoscere che ci sono “grandi idee che li identificano”, ossia sino al 1965 Gesù, gli Apostoli, i Padri, i Dottori, i Papi si sarebbero sbagliati, non avrebbero compreso nulla ed avrebbero visto, errando, delle idee che separavano Giudaismo e Cristianesimo, invece esse li identificano, ossia Giudaismo talmudico e Cristianesimo sono identici, la stessa cosa, anche se il Giudaismo nega che Cristo sia il Messia/Dio e nega la SS. Trinità, mentre il Cristianesimo li presenta come i due dogmi o le “grandi idee” principali e fondamentali del Nuovo Testamento.

È possibile che la Chiesa con Gesù Cristo e i Dodici si sia sbagliata sin dal suo nascere fino al 1965? Allora Gesù non sarebbe Dio, che non può né ingannarsi né ingannarci.

Francesco conclude scrivendo: “Ebrei e Cristiani debbono sentirsi fratelli e sorelle, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune” (cit., p. 6). Invece essi non adorano lo stesso Dio poiché gli Ebrei non adorano Gesù, non credono nello Spirito Santo e dunque neppure nel Padre “della stessa loro sostanza”. Perciò non hanno un “patrimonio spirituale comune”, ma diverso ed opposto. Il Cristianesimo, infatti, crede in Cristo quale Dio mentre il Giudaismo Lo condanna “perché da uomo si è fatto Dio”, come urlò, farisaicamente stracciandosi le vesti, Caifa, a Gerusalemme il Venerdì Santo.

Come si vede papa Francesco scrive apertamente senza distinzioni, sfumature e, quindi, è facile scorgere il suo errore. Invece Ratzinger - come vedremo oltre - sfuma, distingue, sottodistingue, annacqua, diluisce, usa frasi dal doppio significato, si contraddice, cerca di conciliare kantianamente gli opposti e rende più difficile discernere ove si nasconda il suo errore.



IV) “LA BIBBIA DELL’AMICIZIA
 
La “Prefazione” del rabbino Skorka


Il rabbino Abraham Skorka nella sua “Prefazione” scrive: “papa Francesco […] ritiene che l’interpretazione dei testi biblici da parte degli studiosi ebrei più che portare ad una contrapposizione serva a chiarire e comprendere con più profondità i testi stessi” (cit., p. 9). Ora i rabbini talmudisti leggono la Bibbia in senso anticristiano e antitrinitario, ossia nella Scrittura, secondo loro, non si parla della Divinità di Gesù, né della sua Messianicità e neppure della SS. Trinità. Invece Gesù ha parlato di Sé come di Dio e del Messia ed è stato condannato a morte dal Sinedrio per aver “male interpretato” le Scritture; Egli ha chiaramente rivelato il dogma della SS. Trinità sin dall’inizio della sua vita pubblica, nella narrazione del “battesimo di acqua”  datogli da San Giovanni Battista; gli Apostoli hanno predicato queste verità e sono stati martirizzati per questo motivo: essi come Gesù facevano di un uomo un Dio; così S. Stefano è stato lapidato per questa “lettura” della Bibbia; i Padri della Chiesa, i Dottori, i Concili da Gerusalemme (anno 50) sino al Vaticano I (anno 1869-1870) hanno fondato il loro “Credo” sulla Divinità di Cristo quale seconda Persona della SS. Trinità. Perciò tra l’interpretazione della Bibbia da parte degli Ebrei talmudisti (da Caifa sino ad oggi) e quella dei Cristiani (da Gesù Cristo sino a Pio XII) vi è un’opposizione di contraddizione. Mentre l’interpretazione ebraica coincide con quella “cristiana” solo a partire dal Concilio Vaticano II (11. X. 1962 – 8. XII. 1965) con la Dichiarazione Nostra aetate (28. X. 1965). Ora è impossibile che la Chiesa si sia sbagliata per 1900 anni ed abbia scoperto la verità solo 54 anni fa.

Quindi è falso dire, come fanno Bergoglio e Skorka, che l’interpretazione della Bibbia da parte degli Ebrei talmudisti serve a comprendere più in profondità i testi biblici. In questo caso l’interpretazione cristiana non sarebbe solo meno profonda di quella giudaica, ma intrinsecamente erronea affermando due errori (Divinità di Cristo e SS. Trinità) negati fermamente degli Ebrei post/biblici.

Il rabbino Skorka prosegue: “Il paragrafo di Nostra aetate nel quale si chiarisce che Dio mantiene il suo Patto con il popolo ebraico, che mai è stato abolito, è stato per Bergoglio la base teologica per cercare nel dialogo con gli Ebrei una complementarietà che gli permette di raggiungere una visione integra della propria fede” (ivi).
In breve: 1°) Nostra aetate afferma che l’Alleanza Antica di Dio con Israele non è stata mai abrogata; 2°) questa Vecchia Alleanza irrevocata ed irrevocabile è il fondamento della teologia bergogliana; 3°) senza questa irrevocabilità della Vecchia Alleanza la fede “cristiana” non sarebbe integra. Si vede, dunque, l’importanza fondamentale della teologia giudaizzante in tutto il Concilio Vaticano II, il quale si fonda soprattutto su di essa. Se si vuol capire il problema del Vaticano II bisogna capire il problema del Giudaismo talmudico.

Ciò che lascia perplessi è 1°) il fatto che il Vaticano II abbia dichiarato che la “Vecchia Alleanza non è revocata ed è irrevocabile”; 2°) che Giovanni Paolo II abbia dichiarato “irreversibile” il Concilio Vaticano II e quindi 3°) implicitamente abbia “revocato”, almeno per gli Ebrei, la “Nuova ed Eterna Alleanza” stabilita da Gesù con tutti gli uomini nel Suo Sangue sparso sul Calvario, presentandola come utile solo ai Gentili convertiti al Cristo, come vedremo meglio oltre.

Skorka cita poi la Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Bergoglio: “Dio continua ad operare nel popolo dell’Antica Alleanza e fa nascere tesori di saggezza che scaturiscono dal suo incontro con la Parola divina. per questo la Chiesa si arricchisce quando raccoglie i valori dell’Ebraismo” (ivi).
In poche parole l’interpretazione della Bibbia data dall’Ebraismo postcristiano o talmudico, che nega la SS. Trinità, la Messianicità e la Divinità di Cristo, per la Evangelii gaudium di papa Francesco sarebbe un “tesoro di saggezza” pur bestemmiando Gesù e la SS. Trinità.
Ma ciò è contraddittorio. Infatti bestemmiare non è sapienza, ma insipienza. Ora l’insipienza e la bestemmia non “arricchiscono”, ma impoveriscono e deturpano. I “valori dell’Ebraismo” sono la negazione del Cristianesimo. Quindi per il vero Cristianesimo antimodernista non sono valori, ma disvalori. Solo per il “Cristianesimo” modernista e la sua ereticale  “evoluzione del Dogma” intrinseca, oggettiva e sostanziale, che passa da una verità ad un’altra essenzialmente diversa o eterogenea dalla prima, (ad esempio, da “Cristo è Dio” a  “Cristo è solo un uomo”) (13) , il Cristianesimo sarebbe un’evoluzione in discesa o in peggio del Giudaismo fatta soprattutto per i goyim o i Gentili (priorità ontologica e non solamente cronologica del Giudaismo sul Cristianesimo, dei  “Fratelli Maggiori sui fratelli minori” e minorati).  

Il rabbino Skorka dice, infatti, esplicitamente che “sebbene alcune convinzioni cristiane siano inaccettabili per l’Ebraismo, e la Chiesa non possa rinunciare ad annunciare Gesù come Signore e Messia, esiste una ricca complementarità che ci permette di leggere assieme i testi della Bibbia ebraica […]. La teologia di Francesco è fortemente pragmatica” (cit., p. 10).
Skorka spiega la conciliazione dell’inconciliabile o la “coincidentia oppositorum” tra la fede della Chiesa nella Divinità di Gesù e la sua negazione da parte dell’Ebraismo postbiblico o rabbinico/talmudico e del neo/modernismo bergogliano, mediante la “teologia fortemente pragmatica” (“teologia della prassi” clerico/marxista) di Bergoglio. Ossia i princìpi del Cristianesimo e dell’Ebraismo sono opposti in teoria, ma Francesco li amalgama praticamente, non facendone una questione di principio o teologica, ma una questione di prassi o di agire assieme per costruire un “mondo migliore”.
Vedremo oltre come Ratzinger cerchi addirittura di conciliarli teoreticamente, ricorrendo all’assurdo o contraddittorio mascherato da mistero per occultare meglio l’errore giudaico/cristiano.

Tutta la personalità di Bergoglio e il suo Pontificato vanno letti alla luce del primato della prassi, che è tipicamente cabalistico/talmudico ed hegelista/marxiano, vissuto apertamente e dichiarato esplicitamente.
Mentre la personalità di Ratzinger, va letta alla luce del Kantismo, che cerca di conciliare spinozianamente gli opposti, in maniera teoreticamente raffinata, cercando di nascondere l’assurdità della contraddizione, facendola passare per un “mistero”, il quale è oltre la ragione, ma non contro di essa; mentre il contraddittorio è contro la ragione, assurdo e ripugnante, come insegnano Aristotele (Metafisica, libro VI) e S. Tommaso d’Aquino (In VIum Metaphisicorum, lectio 6). Se si vuol fare un esempio, un mistero è “Dio Uno e Trino”, che non è contraddittorio poiché Dio è Trino quanto alle Persone e Uno quanto alla Natura. Invece sarebbe contraddittorio dire che - nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto - “Dio è un solo Dio e tre Dei”. Questo non è un mistero, va contro la retta ragione, non la oltrepassa, è una contraddizione che è assurda e ripugnante. Ora dire - come fanno i neo/modernisti dal Concilio Vaticano II sino a Francesco - che 1°) Gesù è il Salvatore universale di tutti; che 2°) gli Ebrei non hanno bisogno di Gesù (perché non sono come “tutti gli altri”?), è contraddittorio, è contrario alla sana ragione e non oltre essa. Ratzinger vorrebbe far passare la sua contraddittorietà teoretica per un mistero (14) , mentre Francesco pragmaticamente ed apertamente dichiara che la teoria (principio di non/contraddizione) è scavalcata dalla prassi (agire assieme). Perciò il dogma di “Cristo Salvatore Unico e Universale di tutti gli uomini” è sorpassato dalla prassi del “dialogare e camminare assieme” agli Ebrei per “costruire un mondo migliore”, come se inoltre non ci fosse il Peccato Originale ad impedire che il mondo possa diventare talmente “migliore” da essere un “Paradiso terrestre” che Adamo ha perso per sé e per noi irrevocabilmente, come vorrebbe il Giudaismo cabalistico e il Modernismo giudaizzante.



Identità sostanziale tra il Talmudismo
e l’antropocentrismo del Concilio Vaticano
II


Ciò che accomuna il neo/modernismo della Nouvelle Théologie del Concilio Vaticano II e del post-concilio con il Giudaismo cabalistico/talmudico è la coincidenza tra teocentrismo e antropocentrismo. Basta comparare le citazioni dei due rabbini cabalisti Abraham Heschel ed Elio Toaff con quelle di Paolo VI e Giovanni Paolo II per rendersene conto.

ABRAHAM YOSHUA HESCHEL nel suo libro L’uomo non è solo. Una filosofia della religione (Milano, Rusconi, 1987), scrive: “La Bibbia non è una teologia dell’uomo, ma un’antropologia di Dio”.
L’ex-rabbino capo di Roma Elio Toaff, spiega questo principio cabalistico, nel libro intervista: ALAIN ELKANN - ELIO TOAFF, Essere ebreo (Milano, Bompiani, 1994) dice: “L’epoca messianica è […] il contrario di quello che vuole il Cristianesimo: noi vogliamo riportare Dio in terra, e non l’uomo in cielo. Noi non diamo il regno dei cieli agli uomini, ma vogliamo che Dio torni a regnare in terra” (p. 40).

PAOLO VI nell’Omelia della nona sessione del Concilio (7 dicembre 1965) ha detto: “La religione di Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. […]. Anche noi, noi più di tutti siamo i cultori dell’uomo!” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971, p. [282-283]).

GIOVANNI PAOLO II nella sua Enciclica “Dives in misericordia” n. 1 (del 1980) afferma: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell’ultimo Concilio».
Di nuovo GIOVANNI PAOLO II nella sua Enciclica Dominum et vivificantem n. 50 (del 1986) scrive: «Et Verbum caro factum est. Il Verbo si è unito ad ogni carne [creatura, ndr], specialmente all’uomo, questa è la portata cosmica della Redenzione. Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di dentro. […]. L’Incarnazione del Figlio di Dio significa l’assunzione all’unità con Dio, non solo della natura umana, ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è carne: di … tutto il mondo visibile e materiale […]. Il Generato prima di ogni creatura, incarnandosi … si unisce, in qualche modo con l’intera realtà dell’uomo […] ed in essa con ogni carne, con tutta la creazione».
Infine KAROL WOJTYLA nel 1976 da cardinale, predicando un ritiro spirituale a Paolo VI e ai suoi collaboratori, pubblicato in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione. Meditazioni, (Milano, Vita e Pensiero, 1977), iniziò la meditazione “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122) citando Gaudium et spes n. 22 (15) : “In Cristo la natura umana è stata assunta, senza venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche innalzata ad una dignità sublime. Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo” e asserisce: «Il testo conciliare, applicando a sua volta la categoria del mistero all’uomo, spiega il carattere antropologico o perfino antropocentrico della Rivelazione offerta agli uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione, si è unito ad ogni uomo, è diventato - come Uomo - uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo mistero» (pp. 115-116).



O Dio o l’Io

Quanto stridono queste blasfemie di Montini e Woytjla con l’Incarnazione del Verbo e con quanto di essa scrive S. AGOSTINO (Discorsi, LXXVII, 11-12):
“Il Verbo da Dio si fece uomo, affinché l’uomo non osasse farsi simile a Dio”. Invece secondo PAOLO VI, grazie al Concilio Vaticano II, la pretesa luciferiana dell’uomo moderno di farsi simile a Dio avrebbe coinciso con l’esempio di umiltà e di massima “annichilazione / exinanivit semetipsum” (Fil., II, 7) del Verbo divino che si fece uomo.
Ecco un’altra coincidentia oppositorum addirittura tra il Diavolo e Cristo, che nella divina Rivelazione era stata solennemente sconfessata e condannata: “Quale alleanza può esserci tra Cristo e Beliar?” (S. PAOLO, II Cor., VI, 15) e che ci mostra il carattere demoniacamente preternaturale del Vaticano II e del post/concilio.

La Chiesa ha sempre insegnato che l’intero “mondo” (16)  - non in quanto creatura fisica di Dio, ma nel senso morale e peggiorativo (coloro che vivono secondo lo spirito mondano o carnale opposto a quello angelico o divino) - è sottoposto al diavolo, per il dilemma “o Dio o l’Io”, “o la verità o la menzogna”. Il Maligno è perciò chiamato anche “il capo del mondo” (Io., XII, 31; XIV, 30), “il dio di questo mondo” (2 Cor., IV, 4). Il regno di satana contrasta quello di Dio (Mt., XII, 26). Satana scaccia dal cuore dell’uomo il buon grano della parola di Dio per sostituirvi la zizzania o falso-grano dell’errore (Mc., IV, 15). Suo intento è di “accecare le menti di coloro che non credono ancora, di modo che non possano essere illuminati dal Vangelo della gloria di Cristo” (2 Cor., IV, 41). Il mondo di satana combatte nel tempo contro il Regno di Dio, ma Gesù alla fine vincerà e sconfiggerà definitivamente satana e conquisterà il mondo (Io., XVI, 33). «Sino alla fine del mondo vi sarà opposizione tra i “figli di Dio” ed i “figli del diavolo” (Io., VIII, 44), i quali compiono le “opere del diavolo” (Act., XIII, 10), che si riassumono nell’impostura o seduzione (Io., VIII, 44; 1 Tim., IV, 2; Apoc., XII, 9) con cui alla verità e alla giustizia viene sostituito l’errore e il peccato (Rom., I, 25; Iac., V, 19)» (17).

Genericamente il satanismo è lo stato di ciò che è satanico, ossia sottoposto e addirittura consacrato a satana. Il satanismo è interamente pervaso e impregnato dello spirito di satana, l’avversario di Dio e dell’uomo.

In maniera specifica il termine satanismo assume tre significati: 1°) l’impero di satana sul mondo; 2°) il culto reso a satana; 3°) l’imitazione della sua rivolta contro Dio.
Bisogna studiarli tutti e tre per capire bene il significato del concetto di satanismo e il suo rapporto con la modernità e post-modernità.



1) L’impero di satana sul mondo

Tale dominio è rivelato sia nel Vangelo che in San Paolo. Esso si compie e si estende mediante a) il peccato dell’uomo, che è contrario alla Volontà di Dio; b) l’orgoglio umano o l’egoismo, che è opposto a Dio infinitamente Vero e Buono (18) ; c) la legge puramente esteriore o farisaica, che è contraria alla vera Fede interiore vivificata dalla Carità.

Il dominio di satana sul mondo rappresenta quasi un “corpo mistico” come lo descrive SAN GREGORIO MAGNO (Hom. 16 in Evang.; Moral., IV, 14): “certamente il diavolo è capo di tutti gli iniqui; e tutti gli iniqui sono membra di questo capo”. Perciò i Padri e i Dottori hanno parlato di contro-chiesa, rifacendosi alla Rivelazione (Apoc., II, 9) che parla di “Sinagoga di satana” la quale avversa la Chiesa di Cristo.

Il Regno di Cristo è in opposizione radicale con quello di satana; essi sono contrari come il sì e il no, il bene e il male, la verità e l’errore, l’essere e il nulla, Gesù e Beliar. Loro rispettivo scopo è l’annientamento dell’altro, mediante un continuo e reciproco combattimento, che terminerà solo con la fine del mondo e il Giudizio universale.

SANT’AGOSTINO ci parla di due città, una di Dio e l’altra del diavolo, che si fondano su due amori opposti: l’Io e Dio (De civit. Dei, XIV, 18). PIO XII, in maniera radicalmente contraria a ciò che ha proferito Montini chiudendo il Concilio, ha insegnato che il satanismo più profondo e capillare è l’apoteosi dell’uomo, con riduzione della religione a cosa libera, e che, dopo aver abbattuto il cristianesimo, applica le due false vie del collettivismo socialista e dell’individualismo liberale, le quali conducono l’umanità all’annientamento, prima morale e poi fisico (Radiomessaggio natalizio, 24 dicembre 1952, nn. 12-30).

Sessanta anni dopo tocchiamo con mano questa terribile profezia, che purtroppo è divenuta realtà. Ad Est il comunismo collettivista e ateo e ad Ovest il liberalismo individualista hanno quasi annientato moralmente la civiltà europea e cristiana ed ora specialmente il secondo sta portando il mondo intero verso la distruzione fisica in Medio Oriente. “Oggi, mediante la bontà puramente naturale, il principe di questo mondo cerca di incatenare gli uomini per conservarli più sicuramente sotto il suo dominio, cioè lontani dalla vera Chiesa di Cristo” (19).



2) Il culto di satana

Se si nega l’esistenza del diavolo, si nega anche il culto che gli viene prestato. Oggi la vittoria più pericolosa di satana è quella di aver scosso la Fede cattolica sulla sua esistenza reale. Non meno perniciosa è la superstizione opposta, ossia il culto prestato a satana quale “divinità” malvagia da conciliarsi e servire per i propri tornaconti personali (onori, ricchezze e piaceri).

Gli gnostici antichi avevano identificato satana col serpente del paradiso terrestre (IRENEO, Adv. haer., I, 24; TERTULLIANO, Praescr., 47), che viene esaltato per aver rivendicato i “diritti dell’uomo” rivelando ad Adamo la conoscenza (gnosi) del bene e del male, insegnandogli la rivolta ai Comandamenti di Dio.
Per gli gnostici Cainiti (cfr. IRENEO, ivi, I, 31) i veri liberatori sono i grandi ribelli che si son eretti contro Dio: Caino, Esaù, gli abitanti di Sodoma e soprattutto Giuda che ha liberato l’umanità da Gesù. Pertanto non ci si deve meravigliare per la riabilitazione recente della figura dell’Iscariota fatta dal cinema e pure da alcuni “neo-esegeti”.

Monsignor ANTONINO ROMEO ci spiega come «il culto di satana si concentra nelle messe nere […], che ricordano formule e riti massonici. […] Covo segreto di satanismo è certamente la massoneria, la quale eredita fede e costumi dello gnosticismo cainita» (20). La massoneria, ispirata dal giudaismo talmudico, è la contro-chiesa universale che da oltre duecento anni pianifica gli avvenimenti politici, economici e militari, dai quali dipendono le sorti dei popoli. Si constata nella storia della modernità «una direttiva di marcia costante, che tende al ‘progresso’ incontrollabile, alla religione della natura, esclusa ogni religione o morale positiva. La lotta è condotta soprattutto contro il cattolicesimo, caduto il quale il cristianesimo non sarà più che un simbolo o un ricordo» (21).
I suppositi principali e preferiti di satana sono il giudaismo anticristiano (“voi che avete per padre il diavolo”, Io., VIII, 42), il quale a sua volta ha ispirato quasi tutte le sette e le eresie anticristiane (22).



3) La rivolta satanica

Consiste nella affermazione eroica dell’Io, difeso nella sua assoluta integrità. Monsignor Antonino Romeo scriveva: «persino alcuni teologi cattolici, per adulare la volontà o libertà umana non più rispecchiante quella divina, osano accarezzare il ‘rischio del peccato’ […], in una posa di ‘rischio’ mortale, che ha molti contatti col ‘titanismo’ odierno» (23).

Il marxismo, secondo cui “Dio è il male”, è una delle forme moderne del satanismo rivoluzionario, come pure il nichilismo filosofico post-moderno (Nietzsche/Freud), che vorrebbe distruggere la morale, l’intelletto umano e l’essere per partecipazione il quale rimanda all’Essere per essenza.

Infine queste citazioni di Paolo VI e di Giovanni Paolo II ci mostrano con evidenza che papa Bergoglio, quanto al Dogma, non è stato distruttore e sovvertitore quanto essi, ma nella Morale è molto più innovativo di loro. Quindi per correggere un “errore in Morale” (Bergoglio) non ci si può servire di un “errore in Dogmatica” (Montini/Woytjla): “Error non corrigitur per errorem”.



V)  “LA BIBBIA DELL’AMICIZIA

La “Presentazione” di Cassuto & Michelini


Il professore israelita MARCO CASSUTO MORSELLI e il padre francescano GIULIO MICHELINI nella loro comune “Presentazione”, da parte ebraica e cristiana, citando il Discorso di papa Francesco ai Rappresentanti del “V Convegno Ecclesiale di Firenze”, 10 novembre 2015, scrivono: “Il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e di discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di far progetti: non da soli, tra Cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà” (cit. p.15).
Questa è la filosofia di Bergoglio: il primato della prassi sulla teoresi. Essi, dunque, applicano alla Bibbia quanto detto da Francesco: “Da millenni Ebrei e Cristiani leggevano la Bibbia separatamente; da alcuni decenni è possibile per Ebrei e Cristiani iniziare a leggere insieme la Bibbia” (cit., p. 16) (24).

“La Torah è un Libro da fare: 613 miswot / precetti, per gli Ebrei e per chi voglia entrare nell’Alleanza di Mosheh / Mosè; 7 miswot / precetti, per [i non/ebrei o goyim, ndr] chi voglia entrare nell’Alleanza di Noah / Noè. […]. Il primato dell’Etica non è il rifiuto della Rivelazione, ma ne è il contenuto” (cit., p. 19).

L’Alleanza di Noah non è con Israele, ma con tutta l’umanità uscita dal mabbul / diluvio. I 7 precetti noachidi sono: divieto  di bestemmia, di idolatria, di adulterio, di omicidio, di furto, di essere crudeli nei confronti degli animali.
Per questo motivo i Gentili e i Cristiani non sono tenuti all’osservanza dei 613 precetti. L’Alleanza di Mosheh è solo con Israele e comporta l’osservanza da parte degli Ebrei dei 613 precetti, per l’Alleanza di Noè con i Gentili o goyim bastano i 7 precetti noachidi (cfr.  E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità. Studio sul problema della religione universale, curato da MARCO CASSUTO MORSELLI, Genova, Marietti, 2016).

Cassuto Morselli e Michelini si chiedono: per i Cristiani vi sono un’Antica Alleanza e una Nuova Alleanza nel Messia Gesù (Lc., XXII, 20; 1 Cor., XI, 25)? La prima è una prefigurazione della seconda, destinata a sostituirla? Il popolo della Nuova Alleanza è destinato a prendere il posto del popolo dell’Antica Alleanza? (cit., p. 20).

Quindi rispondono: “Nel corso di 19 secoli i discorsi dei Cristiani sugli Ebrei e l’Ebraismo sono stati caratterizzati dalla cosiddetta teologia della sostituzione e dall’insegnamento del disprezzo (cfr. J. ISAAC, Gesù e Israele, Genova, Marietti, 2001). Anche molti [in realtà “tutti”, ndr (25)] Padri della Chiesa sostennero la teoria della sostituzione o ‘super/sessionismo’, tanto che nel Medioevo essa divenne il fondamento teologico generale per le relazioni con l’Ebraismo: poiché Israele non aveva riconosciuto Gesù come Messia e Figlio  di Dio, le promesse e l’impegno di Dio non valevano più per Israele, ma si rivolgevano alla Chiesa di Cristo, che ora era il vero ‘nuovo Israele’, il nuovo popolo eletto di Dio” (cit., p. 21; cfr. “Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo”, Documento Noi ricordiamo: una riflessione sulla shoah, Città del Vaticano, LEV, 12 marzo 1998; ID., Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rom., XI, 29). Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico/ebraiche in occasione del 50° anniversario di Nostra aetate, Città del Vaticano, LEV, 10 dicembre 2015; P. STEFANI, L’antigiudaismo. Storia di un’idea, Bari, Laterza, 2015).

Essi proseguono “solo dopo la shoah, con la Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II ha avuto inizio un percorso di teshuwah / conversione” (cit., p. 21).


***



B )  “EBREI E CRISTIANI

IN MANIERA SPECIFICA


Verso la fine del marzo 2019 è uscito - per le Edizioni San Paolo di Cinisello Balsamo - il libro Ebrei e Cristiani del “papa/emerito”  BENEDETTO XVI in dialogo con il rabbino ARIE FOLGER, a cura di ELIO GUERRIERO. 

Questo secondo libro, anche se piccolo di mole (140 pagine) è assai ricco di significato. Esso riprende i temi svolti ne La Bibbia dell’Amicizia e li sviluppa.

È molto interessante studiare questo  secondo libro, specialmente le pagine scritte da Ratzinger, perché esse “approfondiscono” le tematiche giudaico/cristiane trattate dal Concilio Vaticano II, da papa Karol Wojtyla e da papa Francesco. Le approfondiscono, però, rendendole non più chiare e intelligibili, ma volutamente più oscure poiché Ratzinger (il teorico della “ermeneutica della continuità” del Vaticano II con la Tradizione) si è accorto delle difficoltà di discontinuità che presenta la “nuova” dottrina sui rapporti giudaico/cristiani, in quanto essa dice “novità” in “rottura con la Tradizione apostolica”, ossia a partire dal Vaticano II non vi è solo un modo di presentare la medesima dottrina in maniera nuova, ma si dice qualcosa che è sostanzialmente diverso da ciò che la Chiesa ha sempre insegnato sino a Pio XII.
Quindi Ratzinger “confonde le acque” per rendere la questione più difficilmente comprensibile, cercando di mantenere occulto l’errore del giudeo/cristianesimo, tramite la “complicazione” delle espressioni troppo esplicite di papa Francesco. 



VI) “EBREI E CRISTIANI

I TESTI DI BENEDETTO XVI

 
VI a) La tesi di Benedetto XVI:

La shoah è il frutto dell’Antisemitismo cristiano, da essa nascono Nostra aetate e  lo Stato d’Israele
 
A pagina 39 del libro succitato si trova la prima relazione di JOSEPH RATZINGER – BENEDETTO XVI, Grazia e Chiamata senza pentimento. Osservazioni sul trattato de Judaeis.   Ratzinger inizia sùbito con la shoah, scrivendo: “Dai tempi di Auschwitz è  chiaro che la Chiesa deve ripensare la questione della natura del Giudaismo. Il Vaticano II con la sua Dichiarazione Nostra aetate ha dato al riguardo delle prime, fondamentali indicazioni” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 39).
Quindi la shoah, secondo Ratzinger, è il principio e fondamento della teologia giudaizzante di Nostra aetate e del Vaticano II.

Ratzinger torna più volte sulla questione della shoah e ne mette in risalto la sua importanza non solo “teologica”, ma anche geopolitica; per esempio  a pagina 65 scrive: “Gli eventi della shoah resero ancora più urgente l’esistenza di uno Stato per gli Ebrei”. Dunque la shoah non è importante solo teologicamente, essendo il terminus a quo di Nostra aetate, ma riveste un’importanza politica e sociale talmente grande da giustificare l’esproprio, a partire dal 15 maggio 1948, da parte dei Sionisti di metà della Palestina, che era abitata da “non/ebrei” a partire dal 135, sino ad arrivare attualmente all’80% della terra palestinese “giudaizzata”.

Come giustificare un tale “esproprio plutocratico”?
Ratzinger ci prova a pagina 66, scrivendo: “Il popolo ebreo in base al diritto naturale come ogni altro popolo ha diritto ad un proprio territorio”, ma non mi sembra che potesse rubarlo ai legittimi proprietari che vi vivevano da circa 1900 anni: i Palestinesi, che in gran parte sono stati cacciati da casa loro.

Addirittura la shoah, per Ratzinger, non soltanto fonda la teologia giudaizzante del Vaticano II e l’esistenza dello Stato d’Israele, ma persino il fatto che tale Stato ebraico “può essere espressione della fedeltà di Dio al popolo d’Israele” (cit., p. 66) ed inoltre “nello Stato attuale [d’Israele, ndr] si può vedere un segno della perdurante Alleanza di Dio con Israele” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 15). Insomma lo Stato israeliano è un segno della Vecchia Alleanza con Israele “mai abrogata” (Giovanni Paolo II, Discorso nella sinagoga di Magonza, 17 novembre 1980; Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, n. 121).

Per quanto riguarda il Sionismo Bergoglio si spinge molto avanti ed ottiene l’approvazione di Ratzinger. Infatti quest’ultimo cita (Ebrei e Cristiani, cit., p. 123) il Discorso di papa Francesco ad una delegazione del “Congresso Ebraico Mondiale” (28 ottobre 2015), in cui asserisce: “Attaccare gli Ebrei è Antisemitismo, ma un attacco diretto allo Stato d’Israele è pure Antisemitismo”. Quindi, secondo Bergoglio, non si può neppure criticare la politica del Governo israeliano, sotto pena di “Antisemitismo”; per esempio, chi criticasse l’ordine impartito dal Governo Netanyahu ai cecchini dell’Esercito Israeliano di mirare sui Palestinesi, anche vecchi, donne e bambini per colpirli mortalmente, sarebbe un pericoloso Antisemita.

Insomma  il fatto che gli Ebrei, aiutati già sin dal 1917 dalla Gran Bretagna, abbiano occupato, nel 1948/49, con le armi la metà della Palestina e se ne siano appropriati, non solo non è un furto accompagnato da vari omicidi, ma è un segno  che Dio non ha rotto il Vecchio Patto con Israele ma lo ha rinnovato, violando il 7° e il 5° Comandamento che Lui stesso aveva dato al popolo d’Israele sul monte Sinai (1300 a. C.), approvando poi (1948 d. C.) le ruberie e gli assassinii compiuti da un ingiusto aggressore nei confronti dei legittimi e pacifici proprietari della Palestina.
Ma Dio non può disobbedire alla Sua Legge, poiché sarebbe una contraddizione che in Dio è assolutamente impossibile: “Ego sum Dominus et non mutor” (Mal., III, 6).

Ratzinger continua imperterrito a pagina 86 - nel capitolo titolato “Lettera di papa Benedetto XVI al rabbino Arie Folger” del 23 agosto 2018 - in cui scrive: “La triste storia dell’Antisemitismo cristiano, che ultimamente è sfociata nella triste storia dell’Antisemitismo nazista e ci sta davanti con il triste culmine di Auschwitz” (cit., p. 86).
Che tristezza! Il Cristianesimo non ha propugnato l’Antisemitismo biologico o razziale, ma un Antigiudaismo di dibattito teologico, che lo poneva in opposizione di contraddizione con il Giudaismo talmudico, il quale negava e nega tutt’ora la Divinità e Messianicità di Gesù Cristo e la SS. Trinità: i due dogmi fondamentali del Cristianesimo.



VI b) La “Pontificia Commissione Biblica”

Documento “Il popolo ebraico e le sue Sante Scritture” (24 maggio 2001),
ripreso da Benedetto XVI (Ebrei e Cristiani, 2019)


Ratzinger poi rincara la dose, riportando nel libro succitato (Ebrei e Cristiani, 2019), da pagina 103 a pagina 112, la sua Prefazione al Documento della “Pontificia Commissione Biblica” del 24 maggio 2001, Il popolo ebraico e le sue Sante Scritture, in cui scriveva: “Il dramma della shoah ha collocato la questione [dei rapporti tra Ebraismo e Cristianesimo, ndr] in un’altra luce.
Due problemi principali si ponevano: 1° problema) possono i Cristiani, dopo tutto quello che è successo, avanzare ancora con tranquillità la pretesa di essere gli eredi legittimi della Bibbia d’Israele? Possono continuare con un’interpretazione cristiana di questa Bibbia, o non dovrebbero piuttosto rinunciare ad una pretesa, che alla luce di ciò che è avvenuto non può non apparire come presunzione?” (Ebrei e Cristiani, cit., pp. 110-111)



Questa prima domanda retorica dell’allora (2001) cardinal Joseph Ratzinger, ripresa e sostenuta dal “papa/emerito” Benedetto XVI nel 2019, presuppone già implicitamente una risposta di condanna dei Cristiani, del Cristianesimo e del Nuovo Testamento, è il colmo dell’assurdità e ci rivela il fine cui tende il dialogo ebraico/cristiano: la giudaizzazione degli uomini della Chiesa di Cristo, fallita nel Concilio di Gerusalemme (anno 49/50) e riuscita nel Concilio Vaticano II (1962-1965).

Infatti dopo la shoah il Cristianesimo o il Nuovo Testamento, secondo Ratzinger, non sarebbe più l’erede legittimo dell’Alleanza Antica, che Dio ha stabilito con i Patriarchi in vista del Messia venturo nella Nuova ed Eterna Alleanza. Quindi il Nuovo Patto nel Sangue del Verbo Incarnato, che il Signore ha stabilito con tutti gli uomini (Ebrei e Gentili) convertitisi a Cristo, secondo Ratzinger sarebbe stato revocato (dalla shoah e dalla teologia giudaizzante del Vaticano II, che nasce dall’Olocausto del popolo d’Israele, il quale rimpiazza l’Olocausto di Cristo), mentre la Vecchia Alleanza sarebbe irrevocabile e il Concilio Vaticano II “irreversibile”. Dunque tutto il Nuovo Testamento, il Cristianesimo, la Chiesa di Cristo, l’Olocausto di Gesù sarebbero un inganno, una menzogna abrogata dalla shoah e definita come tale (“De abrogando Novo Testamento”) dal Vaticano II sino a Benedetto XVI e Francesco. L’interpretazione cristiana della Bibbia o del Vecchio Testamento, data da Gesù nei Vangeli, sempre secondo Ratzinger, non potrebbe continuare a sussistere, sarebbe una presunzione da parte del Cristianesimo “post/shoahstico”. Il Nuovo Testamento ha favorito la shoah. Siamo al ribaltamento della retta dottrina, non si tratta di eresia materiale, ma di apostasia oggettiva, ossia di un passaggio da una Religione (il Cristianesimo) ad un’altra (il Giudaismo talmudico).



VI c) La “Pontificia Commissione Biblica” (1993)
 

Documento “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”,
ripreso da Benedetto XVI (in Ebrei e Cristiani, 2019)


Poi Joseph Ratzinger cita in Ebrei e Cristiani (2019) un altro Documento (del 1993) della “Pontificia Commissione Biblica”, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, n. 22, il quale espone il  2° problema): “Non ha forse contribuito la presentazione degli Ebrei e del popolo ebraico, nello stesso Nuovo Testamento, a creare un’ostilità nei confronti di questo popolo, la quale ha favorito l’ideologia [nazista, ndr] di coloro che volevano sopprimerlo?” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 111).
Siamo addirittura arrivati alla bestemmia  oggettiva - da parte di un Documento della “Pontificia Commissione Biblica” promulgato nel 1993 sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II (1978 – 2005) fatto proprio nel 2019 anche dal “papa/emerito” Benedetto XVI - contro il Nuovo Testamento, negandone la divina Ispirazione e Inerranza. Infatti in questo caso il colpevole non è il singolo Cristiano, che ha deviato dalla sua Religione ed ha odiato, perseguitato e ucciso, ma è il Nuovo Testamento in sé ad essere colpevole di genocidio. Se non fosse scritto a chiare lettere si stenterebbe a crederlo.  Questa è una forma di Marcionismo rovesciato: Marcione (26), nel II secolo, riteneva - gnosticamente - che il Vecchio Testamento con il suo Dio fossero cattivi e solo il Nuovo Testamento fosse buono, ora - cabalisticamente - si ritiene (Ratzinger nel 2019 e la Pontificia Commissione Biblica nel 1993) malvagio il Nuovo Testamento e buono solo il Vecchio Testamento.



VI d) Il testo dell’Incontro ecumenico a Gerusalemme (1994),
“Israele, la Chiesa e il mondo”,
ripreso da Benedetto XVI (in Ebrei e Cristiani,  2109)



Il rabbino DAVID ROSEN, nel 1994, organizzò un incontro interreligioso a Gerusalemme. Per la parte cattolica fu invitato l’allora cardinale Joseph Ratzinger, che tenne una conferenza dal titolo Israele, la Chiesa e il mondo.
Il testo completo della conferenza si trova nel libro di BENEDETTO XVI, Molte religioni, un’unica alleanza, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007.

Ratzinger svolse il suo tema a partire dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) del 1992, n. 121, che a sua volta riprendeva quanto detto il 17 novembre 1980 nella sinagoga di Mainz da Giovanni Paolo II: “L’Antica Alleanza non è stata mai revocata”. 

Secondo Ratzinger, nel suo  intervento tenuto a Gerusalemme nel 1994, a) il primo compito che Ebrei e Cristiani debbono svolgere è quello della riconciliazione reciproca: “Dopo l’orrore della shoah l’iniziativa di questo avvicinamento deve venire anzitutto dai Cristiani”; b) inoltre egli cita il Vangelo secondo Giovanni (IV, 22): “La salvezza viene dai Giudei” per ricordare, a sproposito, che è il Giudaismo talmudico a salvare il mondo ed anche i Cristiani, invece la frase del Vangelo di Giovanni fu pronunciata da Gesù al pozzo di Giacobbe nel dialogo con la Samaritana (Giov., IV, 9-42), che gli aveva chiesto se la salvezza venisse dai Samaritani col loro culto nel Tempio sul monte Garizim o dai Giudei col culto nel Tempio di Gerusalemme. Gesù rispose che nell’Antica Alleanza: “Voi [Samaritani] adorate ciò che non conoscete; noi [Giudei] adoriamo ciò che conosciamo, poiché la salvezza viene dai Giudei” e non dai Samaritani, che “professavano una religione fondamentalmente ebraica, ma mescolata con influenze politeistiche di divinità assire” (F. SPADAFORA, Dizionario  biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 542-544, voce “Samaria, Samaritani”) per cui non conoscevano rettamente la Religione monoteistica di Jaweh, la quale era professata nella sua interezza a Gerusalemme; però Gesù aggiunse: “Verrà un tempo, ed è adesso, in cui i veri fedeli adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giov., IV, 23), ossia né con i sacrifici di animali al Tempio giudaico di Gerusalemme, né al Tempio samaritano sul monte Garizìm, ma nella Chiesa di Cristo, mediante il Sacrificio della Nuova ed Eterna Alleanza rinnovato misticamente o “in spirito e verità” nella Messa cristiana; c) Ratzinger asserisce che “non esiste colpa collettiva dei Giudei per la condanna a morte di Gesù”, invece i Giudei (capi e popolo) gridarono unanimemente: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt., XXVII, 25), ossia “la responsabilità della sua morte è tutta nostra e dei nostri figli” (F. SPADAFORA, Pilato, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1973, pp. 129-130; DENIS BUZY, St Matthieu, ne La St Bible, diretta da L. PIROT – A. CLAMER, vol. IX, Parigi, 1946, p. 367 ss.; P. JOUON, Recherches de science religieuse, Parigi, n. 26, anno 1926, p. 175; H. L. STRACK – P. BILLERBECK, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, 4 voll., Monaco, 1922-1928, II vol., p. 1023), formando essi un popolo che ha una religione la quale dura ancor oggi e perdura nel rifiuto di Cristo, che “merita ancora la morte perché da uomo si è fatto Dio”.

Benedetto XVI afferma pure che “il Tempio [di Gerusalemme, ndr] con il suo culto non si potrà più ripristinare anche se la situazione politica potrebbe consentirlo” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 40).

Ora secondo la profezia di Gesù, del Tempio non ne sarebbe rimasta “pietra su pietra” (Mt., XXIV, 2; Mc., XIII, 2; Lc., XXI, 6; XIX, 43-44) e “Gerusalemme sarà calpestata dai Pagani sino a  che  non si compiranno i tempi dei Gentili” (Lc., XXI, 24), ossia sino a che “dureranno i Gentili, cioè sino alla fine de mondo, la nazione giudaica non si ristabilirà mai più” (M. SALES, Commento al Vangelo secondo San Luca, II ed., Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2015, p. 119, nota 24).
Quindi il tentativo di ricostruire il Tempio, distrutto nel 70 da Vespasiano e Tito, va visto come la volontà di dimostrare che la profezia di Gesù era falsa e che dunque Egli non è Dio. Tuttavia secondo alcuni Padri della Chiesa (S. Ireneo da Lione (27) , S. Ippolito Romano (28), S. Cirillo da Gerusalemme, S. Giovanni Damasceno), durante il Regno dell’Anticristo finale (poco prima della Parusia), molto probabilmente sarà ricostruito il Tempio di Gerusalemme almeno in parte, ma poi l’Anticristo perseguiterà anche il Giudaismo rabbinico, il Tempio verrà distrutto ed allora “Omnis Israel salvabitur / Israele in massa si convertirà a Cristo” (Rom., XI, 26) (29).



VII) “EBREI E CRISTIANI”,
Il Rabbinato europeo, statunitense e israeliano: Dichiarazione “Tra Gerusalemme e Roma. Riflessioni a 50 anni da Nostra aetate” (1° febbraio 2015)


La Dichiarazione “Tra Gerusalemme e Roma” è molto importante. Infatti non è stata fatta da un singolo rabbino a suo nome o da un rabbinato di una singola nazione, ma dalle tre più importanti organizzazioni rabbiniche ebraiche: la “Conferenza dei Rabbini d’Europa”; il “Consiglio Rabbinico d’America”; il “Gran Rabbinato dello Stato d’Israele”.
Quindi questa Dichiarazione rappresenta il pensiero del Giudaismo mondiale ufficiale.

Per quanto riguarda la shoah la Dichiarazione “Tra Gerusalemme e Roma” scrive: “Quando 6 milioni di nostri fratelli sono stati brutalmente assassinati nelle ombre dei crematori nazisti, il Patto Eterno di Dio si è manifestato ancora una volta” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 118).

Dunque l’Antica Alleanza è Eterna, la Nuova è stata abrogata e la shoah è stata l’occasione perché Dio rinnovasse la sua Alleanza con il popolo ebraico. Come si vede per il Giudaismo  ufficiale la shoah ha un valore eminentemente religioso e non si può ignorare questa valenza teologica che l’Ebraismo ed il neo/modernismo danno alla shoah, minimizzando il problema e riducendolo ad un puro fatto storico. No! Per il Giudaismo la shoah è un Dogma, anzi l’unico Dogma che il mondo moderno laico, scettico, agnostico e relativista riconosce come tale e di cui proibisce persino il  dubitare o il chiedere delle ragioni di esso. Il “Caso Williamson” (2009) non è stato un fatto “storico”, disciplinare, interno alla struttura ecclesiastica, ma una “conclusione teologica” del Dogma della shoah della holocaustica Religio, per cui bisogna emarginare dalla Società civile e religiosa chiunque osi dubitare o chiedere prove di esso.

La Dichiarazione “Tra Gerusalemme e Roma” continua  a trattare il “Super/Dogma olocaustico” e afferma: “Senza dubbio, la shoah costituisce il nadir [il punto più basso, ndr] storico dei rapporti tra gli Ebrei e i nostri vicini non/ebrei d’Europa. Proprio dal continente alimentato dal Cristianesimo per oltre un millennio, è spuntata una diramazione crudele e malvagia, che ha ucciso con precisione industriale 6 milioni di nostri fratelli. Molti di coloro che   hanno partecipato  a questo crimine erano cresciuti in famiglie e in comunità cristiane”.

Inoltre la Dichiarazione del Rabbinato mondiale cita il Documento della “Pontificia Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo” titolato “Noi ricordiamo: una riflessione sulla shoah” del 16 marzo 1998, la quale afferma: “Il fatto che la shoah abbia avuto luogo in Europa, cioè in Paesi di lunga civilizzazione cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei C
Insomma, secondo la “shoahstica Religio” e il neo/modernismo, il Cristianesimo per 19 secoli avrebbe talmente perseguitato
Ora, riprende la Dichiarazione del Rabbinato, citando Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, n. 3 del 10 novembre 1994: “È pertanto giusto che la Chiesa si faccia carico del peccato dei suoi figli…” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 119).
Dunque per i Cristiani la “colpevolezza collettiva” esiste quanto alla shoah, mentre essa è  negata per il Giudaismo quanto alla morte di Gesù. Non sono solo i singoli Cristiani ad aver fatto sterminare 6 milioni di Ebrei europei, ma è stato il Cristianesimo stesso e, perciò, tutta la Chiesa di Cristo (nel tempo e nello spazio) deve farsi carico di questo peccato (in tutto lo orbe e sino alla fine del mondo).

In terzo luogo il Rabbinato (Tra Gerusalemme e Roma) dichiara: “Con la fine della seconda Guerra Mondiale, è cominciata ad emergere una nuova era di coesistenza pacifica e di accettazione, e si è affermata una nuova era di apertura al dialogo e di  tolleranza in molte confessioni cristiane” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 120).
In breve la shoah con “il martirio ebraico nell’Europa cristiana” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 127) ha causato anche il dialogo ebraico/cristiano iniziato con Giovanni XXIII, che continua alacremente con papa Francesco e viene e definito “una nuova era”.   



VIII) “EBREI E CRISTIANI

La tesi di Elio Guerriero



Nella sua “Introduzione” ELIO GUERRIERO, il curatore del libro, commentando i testi di Ratzinger, scrive: “Per comprendere la portata dell’affermazione conciliare [Nostra aetate n. 4, ndr], va ricordato  che alcuni padri [conciliari, ndr], in particolare i tedeschi, avevano nella  memoria l’orrore di Auschwitz e degli altri campi di concentramento generati dall’odio antisemita che molti Cristiani avevano contribuito a diffondere” (cit., p. 20).
Guerriero riafferma che non solo la shoah ha prodotto Nostra aetate, ma i Cristiani hanno diffuso “l’odio antisemita” da cui son nati i lager nazisti.
Ora il Cristianesimo ha prodotto la polemica teologica con il Giudaismo, qualche singolo Cristiano avrà potuto deviare verso forme di odio antisemita per suoi motivi o per problemi specifici e personali, ma non si può attribuire l’Antisemitismo biologico e neopagano al Cristianesimo, che nasce con Gesù  il quale, tra le altre invettive, ha detto anche ai Giudei increduli: “Voi avete per padre il diavolo” (Giov., VIII, 42).
Quindi anche Gesù sarebbe stato un antesignano del nazismo e di Auschwitz.



IX) “EBREI E CRISTIANI

La “Prefazione” di rabbi Arie Folger: 


IX a) Gli Ebrei si salvano senza Cristo:
mistero o contraddizione nei termini?


Il rabbino capo di Vienna, ARIE FOLGER, cita la “Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo” nel Documento Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. In questo Documento la Commissione sosteneva «la tesi che gli Ebrei hanno parte nella salvezza di Dio e definiva questa tesi “un mistero divino insondabile”.
La definizione di “mistero” permetteva alla Commissione di evitare di spiegare come sia possibile dal punto di vista cristiano che gli Ebrei, nonostante restino tenacemente attaccati alla loro via di salvezza e non accettino la via cristiana, hanno egualmente parte alla salvezza di Dio”» (Ebrei e Cristiani, cit., pp. 10-11).

Folger ha messo il dito sulla piaga. Infatti il Cristianesimo insegna come Dogma di fede rivelata e definita che Gesù Cristo è l’Unico Salvatore Universale dell’uomo e che “fuori della Chiesa non c’è salvezza” (30).
Quindi chi nega queste verità è eretico e siccome “senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6), perciò è impossibile che costoro si salvino, se perseverano nella loro negazione. Infatti il Giudaismo non crede che Gesù sia il Messia e neppure Dio e perciò nega che sia l’unico Salvatore Universale dell’umanità.
Ora come è possibile conciliare tra di loro queste 2 affermazioni opposte e contraddittorie (“Cristo Salvatore di tutti” / “Cristo è un uomo e un impostore, che mentendo si è fatto Dio”), di cui l’una è la negazione dell’altra? La retta ragione risponde che è impossibile. O è vera la prima e falsa la seconda oppure è vera la seconda e falsa la prima, tertium non datur: tutte e due non possono essere vere nello stesso tempo (dopo la morte di Gesù) e sotto lo stesso rapporto (“Gesù salva tutti” / “Gli Ebrei non hanno bisogno di Gesù per salvarsi”). La “scappatoia” o meglio il sofisma cui è ricorsa la “Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo” (“è un mistero insondabile”) viene fatta propria anche dal Folger per continuare il dialogo interreligioso con la “menzogna” o la “contradictio in terminis” del Giudeo/Cristianesimo (cfr. rabbi JACOB NEUSNER, Dibattito immaginario di un rabbino con Gesù, Casale Monferrato, Piemme, 1996; II ed., Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007).
Essa verrà fatta propria anche da Ratzinger (cfr. Ebrei e Cristiani, cit., pp. 10-12).

Invece vi è una differenza enorme tra la contraddizione e il mistero il quale è oltre la ragione, ma non contro di essa, mentre il contraddittorio è contro la ragione, assurdo e ripugnante. Ora dire - come fanno i neo/modernisti dal Concilio Vaticano II sino a Francesco - che 1°) “Gesù è il Salvatore di tutti”; e che 2°) “gli Ebrei non hanno bisogno di Gesù”, è contraddittorio, è contrario alla sana ragione e non oltre essa. Folger, la “Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo” e Ratzinger vorrebbero far passare la loro contraddittorietà teoretica per un mistero, mentre Francesco pragmaticamente ed apertamente dichiara che la teoria è scavalcata dalla prassi. In ciò Francesco è meno pericoloso di Ratzinger poiché l’errore nascosto (“ratzingerismo”) nuoce più facilmente di quello aperto ed evidentemente eterodosso (“bergoglismo”), per il quale la formula dogmatica: “Cristo Salvatore Unico di tutti gli uomini” è sorpassata dalla prassi del “dialogare e camminare assieme” agli Ebrei per “costruire un mondo migliore”.



IX b) Gli Ebrei non debbono essere evangelizzati
anche se Cristo è il Salvatore di tutti: mistero o contraddizione?


Rabbi ARIE FOLGER scrive: “Benedetto [XVI, ndr] trova una via per spiegare, nonostante si mantenga fermo ad un’unica via cristiana di salvezza, come mai i Cristiani debbano rinunciare ad una missione diretta (cfr. “Pontificia Commissione per i rapporti Religiosi con l’Ebraismo”, Documento I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili, 10 dicembre 2015, § 40 (31)) agli Ebrei e come mai l’Alleanza di Dio con il popolo ebreo non è stata revocata e non è revocabile” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 13).

La teoria secondo cui il Cristianesimo dovrebbe rinunciare ad evangelizzare gli Ebrei che non credono in Gesù, secondo il “papa/emerito” Benedetto XVI e il rabbino Folger, deriva dal principio secondo cui la Vecchia Alleanza non è stata mai revocata ed è irrevocabile. Ora la Chiesa  ritiene che vi è una sola via di salvezza: quella cristiana, ossia Cristo è l’unico Salvatore e Redentore del genere umano. Come conciliare questi due princìpi? Risulta impossibile la conciliazione dell’inconciliabile: 1°) “Cristo unico Salvatore di tutti”, ma 2°) “non bisogna predicare Cristo agli Ebrei”, (perché non sono “come tutti gli altri”?). Però secondo Folger, Ratzinger ci sarebbe riuscito egualmente, avendo “trovato una via per spiegare” tutto ciò: la coincidentia oppositorum.

Inoltre secondo il rabbino viennese, Ratzinger nega decisamente la teoria della sostituzione, secondo cui la Chiesa o la Nuova Alleanza ha rimpiazzato la Sinagoga o la Vecchia Alleanza, anzi addirittura non la ritiene “un dogma legittimo” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 13).

Inoltre Benedetto XVI non solo ha respinto la dottrina secondo cui la Chiesa è il Verus Israel, ma l’ha condannata come “Antigiudaismo” cristiano o meglio “della Chiesa” (ivi).

Rabbi Folger, finisce la sua “Prefazione” senza spiegarci quale sia la via trovata da Ratzinger per conciliare il dogma di Cristo unico Redentore di tutti gli uomini e il principio che la Vecchia Alleanza non è stata abrogata da Cristo. Quindi gli Ebrei si salvano in essa senza Cristo e la Chiesa deve rinunciare ad evangelizzarli per convertirli pur non rinunciando al dogma della Redenzione universale di Cristo. Molto probabilmente anche questo sarebbe un “mistero”, mentre è solo una contradictio in terminis.

A questo riguardo ELIO GUERRIERO nella sua “Introduzione” cita il Documento vaticano della “Commissione per i Rapporti con l’Ebraismo”, del dicembre 2015, presieduta dal card. Kurt Koch, titolata I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (32) , in cui è scritto che “va rifiutata la dottrina della sostituzione, secondo la quale il Cristianesimo avrebbe preso il posto d’Israele come popolo eletto. Dio non ha rinnegato l’Alleanza con Israele. Per questo, pur professando, l’universalità della salvezza portata da Gesù Cristo, gli Ebrei hanno una loro via a Dio anche se non credono in Gesù. Il  fatto che gli Ebrei abbiano parte alla salvezza divina è teologicamente fuori discussione, ma come questo sia possibile senza una confessione esplicita di Cristo è e rimane un mistero insondabile. […]. La Chiesa, pur continuando a creder nel mandato di evangelizzazione universale affidatole da Gesù rinuncia ad una missione specifica verso gli Ebrei” (Ebrei e Cristiani, cit., p. 22).

Ora, come abbiamo visto sopra, anche qui non si tratta di  un mistero, ma di una contraddizione. Infatti, oltre che contraddittorio dal punto di vista razionale e logico, tale coincidentia oppositorum dal punto di vista della fede è confutata da ciò che è divinamente Rivelato. 



La Rivelazione divina del Nuovo Testamento

È rivelato in SAN PAOLO: “Si quis non amat Dominum Nostrum Jesum Christum anatema sit. Maranà thà / Se qualcuno non ama N. S. Gesù Cristo sia separato da Dio. Signore vieni” (I Cor., XVI, 22). Padre MARCO SALES commenta: “Se qualcuno non ama di amore tenero e soprannaturale Gesù Cristo, sia anatema, cioè sia maledetto. Maranà thà, espressione aramaica, che probabilmente significa: Gesù viene per giudicare chi non lo ama e per mandare in esecuzione la sentenza di condanna contro di lui” (Le Lettere degli Apostoli, Proceno-Viterbo, II ed., 2016, S. PAOLO, I  Corinti, cap. XVI, v. 22, p. 254, nota 22).

Inoltre sempre nella I Cor., (XII, 3) L’APOSTOLO DELLE GENTI rivela: “Nessuno che parli mosso dallo Spirito di Dio, dice anatema a Gesù” e padre M. SALES commenta “Se qualcuno parla  in varie lingue e profetizza sotto l’ispirazione dello Spirito Santo non dirà mai anatema a Gesù, ossia sia maledetto Gesù. Infatti chiunque maledice Cristo, ossia nega o dubita della sua divinità, della sua missione, della sua dottrina, non può essere mosso dallo Spirito Santo [anche il Giudaismo, ndr] e neppure chi va contro la fede in Gesù può provenire dallo Spirito Santo [anche il Giudaismo, ndr], ma dal demonio [“il vostro padre è il diavolo” (Giov., VIII, 42), ndr]. Invece se promuove la fede e l’amore per Gesù, allora ha per autore lo Spirito Santo” (cit., p. 230, nota 3).

Nell’Epistola ai Romani (IX, 3) S. PAOLO scrive: “Io stesso bramavo essere anatema o separato da Cristo per i  miei fratelli” e p. MARCO SALES commenta: “Vedendo la triste condizione d’Israele incredulo ed escluso dalla salvezza messianica [nonostante Nostra aetate, ndr] l’Apostolo, se fosse possibile e utile per la salvezza degli Ebrei, bramerebbe essere egli stesso separato / anatema da Cristo pur di vederli convertiti a Gesù Cristo” (cit., p. 129, nota 3).

Infine nel Vangelo secondo Giovanni (XVI, 27) leggiamo: “Il Padre vi ama perché voi avete amato Me ed avete creduto che sono uscito dal Padre”. SAN TOMMASO D’AQUINO (In Evangelium Johannis expositio, cap. XVI, lezione VII, n. 2157-2159) commenta: «Gesù mostra  la prova dell’amore del Padre: “Perché voi avete amato Me, il Padre stesso  ama voi” Apostoli con un amore speciale, volendo a voi il Sommo Bene, cioè Se stesso; siccome: “Non siamo stati noi ad amarlo per primi, ma è Lui che per primo ci ha amati” (Giov., IV, 10); il fatto stesso che  amiamo Dio dimostra e prova che Egli ci ama, poiché poterlo amare dipende da un dono  di Dio (Rom., V, 5) […] E “avete creduto che Io sono venuto da Dio”. Infatti: “Senza la fede è  impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6). Ma la fede nasce in noi dall’amore col  quale Dio ci ama: “Essa è dono di Dio” (Efes., II, 8). Tuttavia il dono viene concesso solo  per l’amore di chi dona. Ora credere e amare Cristo in quanto procede da Dio Padre  è segno e prova  evidente di essere amati da Dio».



Predicate il Vangelo innanzitutto a Israele (Mt., X, 5)

Il “vangelo” predicato dal Vaticano II, da Ratzinger e Bergoglio non è il “Vangelo di Cristo”, anzi ne è la contraddizione. Infatti nel Vangelo (Mt., XXVIII, 19) Gesù ha comandato: “Andate ammaestrate tutte le Genti. Chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà condannato” ed anzi ha specificato: “Non andate fra i Gentili e non entrate nella terra dei Samaritani, ma predicate il Vangelo (potius) innanzitutto alle pecore sperdute della casa d’Israele. […]. Io sono stato inviato soltanto (non sum missus nisi / nonnisi, soltanto) per le pecore perdute della casa d’Israele” (Mt., X, 6; XV, 24).

SAN GIROLAMO (Commento al Vangelo di Matteo, lib., I, X, 5-6) spiega: «Gesù paragona i Giudei del suo tempo a “pecorelle sperdute”, poiché non avevano buoni pastori e si stavano smarrendo. Inoltre esse si smarrirono anche per la loro cattiva volontà e per propria colpa. […]. Prima della Risurrezione Gesù comanda di “non andare tra i Pagani e i Samaritani”, poiché prima era necessario annunziare l’Avvento del Messia ai Giudei, affinché non avessero più alcuna scusa per giustificare il fatto di aver respinto il Signore; in secondo luogo questo comando ha un significato allegorico, infatti a noi Cristiani viene parimenti comandato di non confondere la nostra maniera di vivere con quella dei Pagani e di non seguire l’errore degli eretici; mentre solo dopo la morte e Risurrezione Gesù ordina di “evangelizzare tutti i popoli”».

SAN GREGORIO MAGNO (Omelie sui Vangeli, IV, 1) osserva: “Cristo  volle  che l’annuncio del Vangelo giungesse prima ai Giudei e poi a tutte le Genti, perché dopo il rifiuto dei Giudei (previsto da Dio), gli Apostoli si applicassero in séguito alla predicazione rivolta ai Pagani”.

SANT’ILARIO DI POITIERS (Commentario a Matteo, X, 3) argomenta: “Gli Apostoli sono invitati a tenersi lontani dalle vie dei Pagani, non perché non fossero inviati anche per la salvezza dei Gentili, ma affinché si astenessero  dal modo di vivere e dalle azioni dell’idolatria pagana. Quindi Gesù invia i suoi Apostoli alle pecore perdute di Israele. Eppure esse si sono accanite contro di Lui  con lingue di vipere e fauci da lupi. Ma siccome la Legge Antica avrebbe dovuto ottenere per prima il dono del Vangelo, Israele sarebbe stato tanto più inescusabile per il rifiuto di Cristo e il Deicidio, in quanto aveva sperimentato una sollecitudine maggiore e cronologicamente anteriore nell’esortazione evangelica”.

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO (Commento al Vangelo di San Matteo, X, 15, Discorso XXXII, § 3-4): «Cosa dice Cristo agli Apostoli? Dà loro sùbito un avvertimento: “Non andate tra i Gentili, e non entrate in casa dei Samaritani, ma prima andate  alle pecore sperdute della casa d’Israele”. Vale a dire: Non crediate voi che io nutra odio verso i Giudei, che mi ingiuriano. Anzi ho cercato di convertire per primi proprio i Giudei ed ora, distogliendovi dai Gentili, vi mando innanzitutto a loro come maestri e medici. Vi proibisco di predicare ai Gentili prima che ai Giudei e non acconsento neppure che entriate nelle case dei Samaritani. Tuttavia la evangelizzazione era più facile con i Samaritani, che erano molto più pronti dei Giudei ad accogliere la Buona Novella; mentre quest’ultimi erano più duri di cuore ed ostinati nell’errore. Però Gesù invia gli Apostoli prima ai Giudei: sia perché essi per primi hanno ricevuto la Rivelazione della Vecchia Alleanza in Abramo, sia perché  voleva ridurli al silenzio dopo il loro definitivo rifiuto del Vangelo, di modo che non potessero apportare come scusante  l’accusa che gli Apostoli si fossero recati prima dai Pagani e poi da loro. Inoltre qui Gesù chiama i Giudei “pecore sperdute” sia perché senza buoni pastori, sia perché volontariamente si sono ostinati nel rifiuto del Messia Gesù Cristo».



La Cananea (Mt., XV, 21)

Si veda pure l’episodio di Gesù che inizialmente nega la guarigione alla figlia della donna Cananea poiché: “Sono stato mandato solo (nonnisi) per le pecorelle perdute della casa d’Israele” (Mt., XV, 21-28).

L’Abate GIUSEPPE RICCIOTTI commenta: “I Dodici furono inviati per una missione particolare, che consisteva  nell’annunziare che si era avvicinato il Regno di Dio; la squadra fu inviata in zone non ancora raggiunte. […]. Tuttavia  fu prescritto che queste zone appartenessero  al territorio d’Israele, perché ad Israele prima di tutte le altre Genti era stata promessa la Buona Novella della salvezza dagli antichi Profeti; i Dodici quindi non s’incamminassero verso i Paesi dei Gentili né dei Samaritani, ma piuttosto si rivolgessero alle pecore sbandate del casato d’Israele” (Vita di Gesù Cristo, Milano, Mondadori, V ed., 1974, I vol., pp. 387-388, § 352).

Padre FERDINANDO  PRAT dal canto suo chiosa: “Il tempo dei Pagani sarebbe venuto dopo. I Giudei che son stati chiamati per primi in Abramo godono di un diritto di  priorità cronologica quanto all’annuncio della Rivelazione divina” (Gesù Cristo. La sua vita, la sua dottrina e l’opera sua, [1933], Firenze, LEF, IV ed., 1964 , I vol., p. 374).

EPIFANIO LATINO (un enigmatico Vescovo latino autore della Interpretatio Evangeliorum, in 62 capitoli. Da alcuni viene considerato Vescovo di Benevento nel V/VI secolo) commenta “Gesù si recò verso Tiro e lasciò dietro di Sé la terra dei Giudei; la donna Cananea lasciò dietro di sé l’idolatria dei Cananei. Ella trovò ciò che i Giudei avevano perso: Gesù il Messia. Questa donna rappresenta la Madre dei Gentili, cioè la Chiesa dei Greci ed anche dei Giudei. Pertanto invocò Gesù in favore di sua figlia, che rappresenta i Gentili. Quando Gesù disse che era stato inviato solo per le pecore perdute di Israele lo disse anche per dare una lezione ai Giudei, di modo che non avessero scuse nel giorno del Giudizio, quando avrebbero potuto scusarsi dicendo che Gesù voleva andare dai Gentili piuttosto che dai Giudei” (Interpretazione dei Vangeli, cap. 58).

Ancora EPIFANIO LATINO (Interpretazione dei Vangeli, cap. 57) osserva: «I Giudei erano figli di Dio nella Vecchia Alleanza, mentre Gesù chiama “cani” i Gentili. La donna Cananea concorda con Lui, poiché ammette che i Gentili nell’adorare gli idoli e nell’abbaiare contro il Dio unico sono “cani” infedeli. Ma aggiunge che “anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dal tavolo dei loro padroni”, con ciò vuol  dire che Gesù è venuto tra i Giudei, ma essi non lo hanno accolto. Quindi ciò che essi hanno rifiutato, Gesù lo può dare ai Gentili, che lo chiedono, pregandolo come la donna Cananea. Quindi mediante la fede in Cristo i Pagani, che erano  “cani” infedeli, furono resi figli fedeli di Dio».

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO aggiunge: «Gesù chiamò i Giudei “figli”; la Cananea li chiamò addirittura “padroni”, poiché era talmente umile da non rattristarsi per gli elogi fatti agli altri. Invece si ascolti la iattanza dei Giudei: “Noi siamo discendenza di Abramo e siamo nati da Dio”. Non così agisce la donna Cananea, ma si riconosce “cagnolina” e chiama i Giudei “padroni”, però è proprio per questa umiltà che divenne “figlia”» (Omelie sul Vangelo di Matteo, LII, 2).

S. AGOSTINO precisa: «L’umiltà è stata esaltata in questa donna Cananea, che proveniva dal Paganesimo ed era figura della Chiesa. Invece il popolo ebraico, che si era gonfiato d’orgoglio per il fatto di aver ricevuto per primo la Legge, venne escluso dal Vangelo della Nuova Alleanza. Il Verbo da Dio si fece uomo, affinché l’uomo non osasse farsi simile a Dio (33). Il popolo ebraico non si riconobbe malato e non si avvicinò al Medico per la superbia. Quindi S. Paolo parla dei Giudei come di “rami secchi tagliati dall’albero dell’ulivo”, perché sterili a causa della superbia. Poi in quell’ulivo domestico e fertile (i Patriarchi) fu innestato un “ulivo selvatico” (i Pagani) a causa dell’umiltà dimostrata dalla Cananea quando disse: “È vero Signore, sono un cane e mi bastano le briciole dei padroni”. Per questa stessa umiltà piacque a Gesù anche il Centurione, che gli disse: “Non son degno che tu entri a casa mia”» (Discorsi, LXXVII, 11-12).

S. PAOLO nell’Epistola ai Romani (I, 16) ne spiega il perché scrivendo: “Il Vangelo è forza di Dio per la salvezza di chiunque crede: prima per il Giudeo e poi per il Gentile”.

SAN TOMMASO D’AQUINO nella sua  Expositio in Epistolam ad Romanos (cap. I, lezione VI, n. 101) commenta: «Bisogna considerare per chi il Vangelo è salvezza. In verità non è solo dei Giudei, ma anche dei Gentili: “Innanzitutto del Giudeo ed anche del Gentile”.
Ora “innanzitutto al Giudeo” va riferito quanto all’ordine cronologico della salvezza: i Giudei sono i primi perché a loro furono rivolte le promesse cronologicamente per primi, poi ai Pagani. Dunque “innanzitutto al Giudeo” non va riferito ontologicamente, ma solo cronologicamente, quanto al conseguimento  della salvezza, per la quale non c’è distinzione né priorità tra Ebrei Gentili. Infatti entrambi conseguono una medesima retribuzione». È per questo motivo che Gesù invia i suoi Apostoli a predicare prima ai Giudei e poi ai Gentili, mentre Lui stesso ha predicato solo ai Giudei e solamente in certe situazioni eccezionali a qualche Pagano.

Invece Ratzinger e Bergoglio (come Giovanni Paolo II) ritengono che non si debba predicare il Vangelo di Cristo per nulla ai Giudei, i quali si salvano senza Cristo osservando solo la Legge del Vecchio Patto, ribaltando completamente e contraddicendo nella maniera più radicale il Comando di Cristo ai suoi Apostoli di predicare non solo a tutti, ma prima ai Giudei e poi ai Gentili.
Infatti gli Apostoli restarono in Palestina e specialmente a Gerusalemme ed entravano nel Tempio a predicare il Vangelo soprattutto ai Giudei sino all’anno 42 quando S. Giacomo il Maggiore fu fatto “uccidere di spada” da Erode Antipa (Atti degli Apostoli, XII, 1-2). Solo da quel momento gli Apostoli si allontanarono dalla Giudea e si rivolsero specialmente ai Gentili. San Pietro, sùbito dopo il Martirio di S. Giacomo il Maggiore, fu fatto imprigionare da Erode in Gerusalemme (Atti, XII, 3), ma fu liberato dalla prigione da un Angelo di Dio (Atti, XII, 6-16) “e partito di lì andò altrove” (Atti, XII, 17).

Padre MARCO SALES spiega: “Pietro sapeva che non gli conveniva  richiamare sopra di sé l’attenzione del popolo, rimanendo ancora a Gerusalemme, perciò, raccomandato il silenzio su di lui e fatta una breve narrazione dell’accaduto, partì dalla città, andando altrove. Queste ultime parole fanno supporre che Pietro  abbia abbandonato Gerusalemme per un tempo assai notevole. Si ritiene che Pietro sia  andato per la prima volta a Roma a fondarvi una chiesa. Infatti gli antichi scrittori, i quali parlano di un primo viaggio di Pietro a Roma, lo pongono nei primi anni dell’Impero di Claudio (che regnò dal 41 al 54)” (Commento agli Atti degli Apostoli, 2016, p. 78, nota 17).  

Ora in S. PAOLO è rivelato: “Se anche un Angelo del cielo o noi stessi vi predicassimo un ‘vangelo’ diverso da questo che vi abbiamo annunciato, sia anatema” (Gal., I, 8-9). Dunque “in presenza della perfidia, ossia delle fede deviata o falsificata, l’Apostolo, pieno di santa indignazione, prorompe in due maledizioni contro questi falsi apostoli, mostrando il tremendo castigo  che cadrà sui falsificatori  del Vangelo, che predicano un contro/vangelo. Per Vangelo non s’intende qui il Libro sacro, ma la dottrina predicata da Gesù e dagli Apostoli compreso  S. Paolo. Chi la falsifica sarà separato o maledetto/anatema da Dio” (M. SALES, cit., p. 314, nota 8).

SETTIMIO CIPRIANI scrive: “Secondo l’Apostolo esistono dei falsi predicatori del Vangelo, che sono da considerare come bestemmiatori, condannati all’anatema o sterminio, che equivale all’herem ebraico, il quale designava cose o persone votate alla distruzione per motivi religiosi” (Commento alle Lettere di San Paolo, Assisi, Cittadella Editrice, 1965, p. 354, note 7-9).



Conclusione

I Papi del Vaticano II e del post/concilio per quanto riguarda la dottrina del Giudeo/Cristianesimo (“Antica Alleanza non abrogata”; “Gli Ebrei si salvano senza Cristo”; “La Chiesa non deve evangelizzare gli Ebrei”) sono oggettivamente “falsi predicatori del Vangelo, che sono da considerare come bestemmiatori, condannati all’anatema o sterminio” (SETTIMIO CIPRIANI, Commento alle Lettere di San Paolo, Assisi, Cittadella Editrice, 1965, p. 354, note 7-9).

Se poi costoro  volessero perseverare nel giudaizzare: “Si taglino pure tutto, coloro che vi turbano” (S. PAOLO, Gal., V, 12) predicando  il Giudeo/Cristianesimo.

Monsignor SETTIMIO CIPRIANI chiosa: “Se i Giudaizzanti vogliono la circoncisione a qualunque costo, conclude S. Paolo con un sarcasmo feroce, padroni di mutilarsi anche tutto! Allusione all’evirazione rituale praticata dai sacerdoti degli Dei Attis e Cibele” (S. CIPRIANI, Commento alle Lettere di S. Paolo, Assisi, Cittadella Editrice, 1965, p. 384, nota 12).

Padre MARCO SALES scrive: «Si recidano, significa l’evirazione - come riconoscono S. Giovanni Crisostomo, Teodoreto, Tertulliano, S. Agostino, S. Girolamo, S. Tommaso d’Aquino e molti altri - Con forte ironia S. Paolo dice che i Giudaizzanti gettano il turbamento tra i Cristiani, pretendendo che la circoncisione [e tutte le pratiche legalistico/cerimoniali giudaiche della Vecchia Alleanza, ndr] abbia tanta importanza. Se credono che sia così, non si arrestino alla semplice circoncisione, ma vadano sino alla mutilazione, o, come si esprime S. Tommaso d’Aquino: “Utinam non solum circumcidantur, sed totaliter castrentur! / Voglia Dio che non solo siano circoncisi, ma che siano castrati totalmente!” (SANCTI THOMAE AQUINATIS, Expositio in Epistolam ad Galatas, cap. V, lezione III, n. 297)”» (M. SALES, Commento alle  Lettere degli Apostoli, Proceno-Viterbo, Effedieffe, 2016, p. 334, nota 12).

Quanto scritto da Francesco e Benedetto XVI - che si rifanno  a Giovanni XXIII, al Concilio Vaticano II, a Paolo VI, a Giovanni Paolo II - merita di essere sviscerato.

L’ex-rabbino capo di Roma ISRAEL ZOLLI, che convertendosi al Cattolicesimo prese il nome di Eugenio in onore di Pio XII. scriveva: “Il popolo ebraico, che era stato il veicolo della Rivelazione, quando questa si presentò nella sua pienezza con Cristo e gli Apostoli, la rigettò, almeno nel maggior numero dei suoi componenti, e si pose fuori della Chiesa. […]. L’Ebraismo è proteso in un’attesa che non può essere che vana” (F. ROBERTI – P. PALAZZINI, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, [1955], IV ed., 1968, II vol., pp. 569-571, voce “Ebraismo, fuori dalla tradizione cristiana” a cura di EUGENIO ZOLLI). 

In queste brevi righe scritte dal rabbino passato dal Giudaismo talmudico al Cristianesimo abbiamo la confutazione della dottrina del Vaticano II e specificamente di Ratzinger/Bergoglio (passati dal Cristianesimo al  Giudeo/Cristianesimo) sulle “due salvezze parallele” per Ebrei e Cristiani, che avrebbero, secondo la neo-teologia del Vaticano II,  “sostituito” la dottrina della “sostituzione di Israele” da parte della Chiesa di Cristo. 





Anche i moralisti moderni, fondandosi sulla dottrina esposta dall’Aquinate, spiegano: «Nell’uso corrente e nel linguaggio teologico l’imprecazione, praticamente, non si distingue dalla  maledizione. L’imprecazione è un’espressione d’ira o odio, nella quale si formula il desiderio che venga arrecato danno sia a se stesso, sia a un altro, sia una creatura irragionevole. L’imprecazione diventa una bestemmia solo quando viene diretta contro Dio, le persone o le cose che hanno una certa relazione con Lui.
La maledizione, invece, si differenzia dall’imprecazione in quanto non è un semplice desiderio, ma un tentativo vero e proprio di arrecare danno mediante l’uso di parole; essa generalmente è basata sull’esplicazione di una certa potestà; per esempio, l’autorità paterna, che maledice i propri figli, come fece Noè con il suo figlio Cam e la sua discendenza. […]. Si noti che non è peccato l’imprecazione o la maledizione, che non intende il male spirituale altrui, ma gli augura o desidera un male fisico per il suo bene spirituale» (F. ROBERTI – P. PALAZZINI, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 1955, p. 627, voce “Imprecazione”).

Insomma, a) non si può mai desiderare il sommo male spirituale di qualsiasi persona, ossia la dannazione altrui, sotto pena di peccato mortale; tuttavia, b) si può chiedere un male materiale di qualcuno per la sua conversione (ad esempio, Santa Rita da Cascia chiese al Signore di far morire i suoi due figli prima che vendicassero il loro padre ucciso, uccidendo i suoi assassini); infine, c) si può chiedere per qualcuno persino un castigo o un male spirituale, purché non definitivo e assoluto, affinché gli serva da lezione morale e lo sproni a un bene spirituale maggiore e alla vera conversione; per esempio, una grave umiliazione morale (il triplice rinnegamento di Pietro), che faccia rientrare in sé qualcuno il quale presume eccessivamente di sé (Pietro che aveva detto: “Anche se tutti Ti dovessero rinnegare, io non Ti tradirò mai …”, Mt., XXVI, 33-34) e lo faccia arrivare alla Santità consumata (la crocifissione di Pietro a testa in giù, sul monte Vaticano in Roma nel 64, non essendosi stimato degno di morire come Gesù).

Nel Vangelo di San Matteo (XI, 20-24), il Salvatore, I) avendo costatato lo stato oggettivo o materiale di perversione morale a) del Giudaismo farisaico del Suo tempo e b) delle città della Galilea in cui aveva esercitato la maggior parte del Suo apostolato; li aveva disapprovati entrambe, oggettivamente e materialmente, esclamando: “Guai a voi …!”.
Questa è la MALEDIZIONE OGGETTIVA O MATERIALE.


La maledizione soggettiva

Invece, II) la MALEDIZIONE FORMALE O SOGGETTIVA, ossia invocare o augurare esplicitamente il male a qualcunoè lecita solo se s’invoca la giustizia di Dio sopra qualcuno che ha violato la legge del Signore; affinché a) l’ordine divino e naturale siano riparati (pena vendicativa), oppure affinché b) la persona maledetta formalmente si corregga (pena medicinale).

Ora, Gesù nel suo “Guai a voi !” (maledizione materiale o oggettiva) aveva solo costatato oggettivamente e materialmente la malvagità di queste città incredule e, perciò, aveva notificato l’esecuzione dell’opera della giustizia divina, che le avrebbe colpite, senza maledirle soggettivamente o formalmente (cfr. S. TOMMASO D’AQUINO, Commento al Vangelo secondo Matteo, cit., n. 945), come invece fece l’Apostolo San Paolo in Gerusalemme, nei confronti del Sommo Sacerdote, Anania, dicendogli: “Dio colpisca te, sepolcro imbiancato!” (Atti, XXIII, 3).

Inoltre, il Dottore Angelico nella Somma Teologica spiega più in dettaglio che è lecito maledire qualcuno (II-II, q. 76, a. 1); infatti il profeta Eliseo (II Re, II, 24) maledisse i fanciulli che lo deridevano in quanto profeta. Dopo aver dato l’argomento della divina Rivelazione (“Sed contra”) contenuto nella S. Scrittura, l’Aquinate, nell’argomentazione della ragione naturale (“Respondeo dicendum quod”), passa a scandagliare il problema con una serie di divisioni.

Innanzitutto maledire, etimologicamente, significa “dire male / malum dicere”, ossia equivale a costatare o enunciare che un avvenimento o una persona sono oggettivamente biasimevoli, per cui non possono essere approvati, “bene/detti”, ma devono essere disapprovati o “male/detti”.
Per esempio, se vedo Antonio che sta uccidendo la moglie, devo dire che Antonio è un omicida, non posso “dirne/bene”, ma devo “dirne/male”, ossia “male/dire”.

In secondo luogo, solo Dio – come causa efficiente – può determinare a produrre qualsiasi cosa con la sua Volontà, come quando, in modo imperativo, “dixit et facta sunt” (Ps., XXXII, 9); così può produrre un male con la sua semplice parola o un mero atto di volontà. Per esempio, non solo Dio creò ogni cosa con un moto di volontà, ma avendo maledetto Sodoma, essa fu poi incenerita realmente dal fuoco fisico e materiale sceso dal cielo (Gen., XVIII, 3; XIX).

In maniera secondaria anche l’uomo può, come causa seconda e subordinata, produrre qualcosa mediante i suoi ordini, voleri e parole. Ad esempio, il Centurione del Vangelo – che chiese a Gesù di guarire il suo servo gravemente ammalato – dava gli ordini ai suoi sottoposti ed essi facevano quanto egli avesse ordinato loro (Mt., VIII, 5 ss.).

In terzo luogo, si può ottenere qualcosa, mediante le parole espresse in maniera ottativa o esprimente un desiderio. Ad esempio, mi piacerebbe che Tizio sia arrestato perché è un ladro. Alcune volte i desideri espressi ed esposti a chi ha un certo potere sono poi esauditi.

Come si vede la vera e propria maledizione non è quella oggettiva o materiale, la quale è una pura costatazione, ma è quella formale, con la quale s’invoca (con un ordine o un desiderio) il castigo divino su qualcuno.

Ora, fare e volere una cosa, moralmente parlando, si equivalgono; infatti, se io voglio rubare (Settimo Comandamento) ho già rubato in cuor mio (Decimo Comandamento); così se voglio far l’elemosina, è come se l’avessi fatta.
Gli atti interni, infatti, se sono elicitati con piena avvertenza dell’intelletto e perfetto consenso della libera volontà, sono moralmente buoni, qualora il loro oggetto sia buono; oppure sono moralmente cattivi, se il loro oggetto fosse malvagio.

Analogamente la maledizione, se io voglio e ordino, oppure soltanto desidero il male nei riguardi di una terza persona, è moralmente buona o peccaminosa a seconda che 1°) io desideri il male in quanto male, solo per odio di malevolenza verso il prossimo; allora è peccaminoso sia il desiderio che l’ordine; invece 2°) se io voglio o desidero il male del prossimo non per il suo male, ma per un suo bene superiore, allora è lecito moralmente e anche buono e meritorio; infatti la mia intenzione principale – nel maledire imperativamente o soltanto in maniera ottativa –  non è il male in sé ma il bene.

Per esempio, il giudice maledice lecitamente il reo che condanna giustamente con una “pena vendicativa”, la quale restaura l’ordine violato dal crimine; così pure la Chiesa lecitamente condanna come eretici, coloro che scomunica giustamente.

Altre volte il male viene augurato, ordinato o desiderato sotto l’aspetto di bene utile (“pena medicinalepio, quando Tizio desidera una contrarietà o un malanno per Caio che ha commesso un male, affinché si ravveda o almeno perché cessi di nuocere agli altri.


Odio d’inimicizia e di malevolenza

In questo senso i moralisti parlano anche di “odio d’inimicizia e di malevolenza”. Il primo (“odium inimicitiae”) è lecito e anche doveroso, esso consiste nel combattere i nemici di Dio, della verità, del bene, della giustizia, della patria, senza volere il loro male spirituale; al massimo si può desiderare il male materiale di qualcuno per ottenere il suo bene spirituale.

Invece, il secondo (“odium malevolentiae”) è illecito; infatti, esso consiste nel volere il male dell’altro, in quanto male, e soprattutto non è mai lecito desiderare il male spirituale e morale di qualcuno, specialmente il male eterno (cfr. S. Th., II-II, q. 76, a. 1).


Gesù ha maledetto il Giudaismo talmudico

Nell’articolo 2°, della medesima questione 76, della II sezione della II parte della Summa Theologiae, l’Angelico, mostra come Gesù “meledixit ficulneae” (Mt., XXI, 19), poiché “il fico era figurazione del Giudaismo incredulo”; dunque, essi (fico e Giudaismo) sono stati maledetti da Gesù non solo oggettivamente (con la costatazione della loro infruttuosità e fede deviata), ma anche formalmente, tramite un anatema, che il Signore rivolse alla pianta e – figurativamente – al popolo deicida, affinché seccassero poiché infruttuosi – nel primo caso – di fichi e – nel secondo caso – di fede retta accompagnata dalle opere buone; inoltre, Giobbe “maledisse il giorno in cui era stato concepito” (Iob, III, 1), “a causa del peccato originale che si contrae nell’essere concepiti”; infine, Dio stesso dopo il peccato di Adamo maledisse la terra, affinché non desse più frutti senza essere stata prima duramente lavorata dall’uomo, dicendo: “Maledetto sia il suolo per causa tua” (Gen., III, 17), cioè a causa  del peccato del primo uomo.

Nel 3° articolo il “Dottor Comune” spiega che, se si augura il male a qualcuno, in quanto male, è un peccato mortale, che contrasta con il Comandamento della Carità soprannaturale verso il prossimo propter Deum, di cui dobbiamo volere il bene, soprattutto, spirituale; infatti “amare è volere il bene non tanto a qualcuno ma soprattutto di qualcuno”; ossia non si deve amare l’altro egoisticamente (“de bono proprio”) poiché ci è simpatico, ma si deve cercare che egli ottenga il suo vero bene, anche se esso risultasse per noi (o anche per lui) scomodo o non piacevole (“de bono alieno”).

Infine, nel 4° e ultimo articolo della medesima questione, San Tommaso ci spiega che è lecito maledire anche formalmente (ossia augurare il male come pena dovuta alla colpa) qualcuno affinché, in primis, sia riparato l’ordine morale violato (ad esempio, il giudice che pronuncia la sentenza: “Ti condanno alla pena dell’ergastolo” su un omicida); in secundis si scoraggino i malvagi dal reiterare le colpe (alla vista della prigione a vita comminata all’omicida, gli altri si asterranno probabilmente dal commettere il male); in tertiis si risarcisca la persona offesa o la sua famiglia (i figli dell’ucciso devono poter vedere l’assassino del loro padre condannato alla reclusione e non premiato) e, solo infine, si possa medicare e correggere il delinquente (l’assassino, in carcere potrebbe rientrare in sé e pentirsi del male fatto; per esempio, come avvenne ad Alessandro Serenelli, che aveva ucciso Santa Maria Goretti, il quale si pentì, fece penitenza, chiese perdono alla famiglia Goretti e dopo 30 anni di prigione dura, passò volontariamente altri 43 anni a far penitenza in un convento di Cappuccini).


SE SIA LECITA LA “VENDETTA”

Per quanto riguarda la “pena vendicativa”, padre Antonio Royo Marin ha scritto: «La vendetta o giusto castigo ha lo scopo di punire il malfattore per il peccato commesso. […] A questa virtù si oppongono due vizi: uno per eccesso, la crudeltà, e un altro per difetto, l’eccessiva indulgenza, che può animare il colpevole a continuare le sue cattive azioni»

S. Tommaso d’Aquino, nella Somma Teologica (II-II, q.108, aa.1-4), spiega che «colui il quale punisce deve avere come scopo non la propria personale rivalsa o la propria soddisfazione, poiché rallegrarsi del male altrui sarebbe odio; invece, innanzitutto egli deve volere la quiete pubblica della Società, poi la punizione e la correzione del reo e solo infine anche la sua guarigione» (a. 1).
Inoltre, «il punire entro i debiti limiti e senza eccessi è una virtù, poiché previene e rimuove ciò che potrebbe nuocere; il che è secondo la retta inclinazione naturale dell’uomo; infatti, nella vendetta occorre evitare i due vizi opposti: il difetto, ossia essere troppo blandi nel punire [come succede oggi in Italia, dove un omicida, al massimo, sconta sette anni di prigione chiusa, senza permessi premio e libere uscite, ndr]; oppure l’eccesso, cioè la durezza o la crudeltà di chi punisce troppo severamente, oltrepassando la giusta misura [come la detenzione a 20 anni di lavori forzati a Jean Valjean del romanzo “Les Misérables”, per aver rubato una pagnotta di pane per sfamare suo fratello, ndr]» (a. 2); perciò, «l’atto di punire il colpevole è moralmente buono, quando mira a tenere a freno e a reprimere i malvagi, togliendo loro le ricchezze, la libertà e persino la vita stessa [per un crimine gravissimo come l’omicidio, ndr]» (a. 3).


Padre Antonio Royo Marin, commentando la Somma Teologica (II-II, q.108, aa.1-4), afferma: «L’istinto di vendicare un male, come moto di ripulsa verso esso, è buono; perciò la giusta vendetta, che vuol – innanzitutto – riparare l’ordine violato dal delinquente facendo il male e – secondariamente – emendare il colpevole, è cosa buona e giusta; dunque, l’elemento primario della pena è vendicativo (ristabilire l’ordine e punire il male), mentre quello secondario è medicinale (aiutare il colpevole a riscattarsi). Invece oggi la pena è vista, solo come medicinale e s’ignora il suo lato afflittivo, correttivo, riparatore o “vendicativo”»

Inoltre, il significato etimologico della parola “vendetta”, nulla ha a che fare con odio o rancore o farsi giustizia da sé, come oggi comunemente si crede.
“Vendicare”, infatti, significa: proteggere, liberare. La parola è composta di “vim” (forza, violenza) e “dicare” o “dicere” (proferire, dire, accusare); ossia denunziare la violenza subìta ingiustamente.

Così, la vendetta è l’atto della redenzione o della liberazione da un’ingiusta aggressione; e il vindice o vendicatore è colui che riscatta o libera l’oppresso e punisce l’ingiusto aggressore, per poterlo poi eventualmente anche emendare.



NOTE

1 - La citazione della seconda parte della “Somma Teologica” di san Tommaso d’Aquino comunemente si fa così: “S. Th., I-II oppure II-II”; tuttavia, per essere più comprensibile anche da chi non conosce bene il Tomismo, in questo luogo ho preferito scrivere: “I sezione della II parte oppure II sezione della II parte”.

2 - Dio parlò a Mosè sul Sinai tramite un Angelo, dandogli voce. Invece Gesù Cristo dette, direttamente, la Legge Nuova agli Apostoli e ai fedeli.

3 – Tanto per fare un esempio si pensi alla Mit brennender Sorge, promulgata il 14 marzo 1937 da PIO XI, alla cui stesura collaborò l’allora card. EUGENIO PACELLI futuro PIO XII nel 1939, ove si condanna il razzismo materialista e puramente biologico e si afferma anche che “Il Verbo avrebbe preso carne presso un Popolo che poi Lo avrebbe confitto in Croce”.

4 - Cfr. Le carte personali di rabbi Marc Tanembaum, consultabili in “Marc H. Tanembaum Papers, 1960-1963”, New York, American Jewish Archives – Jewish Theological Seminary, ARC-1000-109, 1963. 

5 - Cfr. CAROL RITTNER – JOHN K. ROTH, Memory Offended: The Aushwitz Convent Controversy, New York, Praeger Publishers, 1991.

6 – Cfr. Padre RALPH MICHAEL WILTGEN, Il Reno si getta nel Tevere, New York, Hawthorn Books, 1967; tr. it., Proceno, Effedieffe, 2020.

7 -  F. VERNET, in «Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique»,  Paris, Beauchesne, 1911, vol. II, col. 1654, voce «Juifs et Chrétiens».

8 - Ivi

9 - Ibidem, col. 1655.

10 - D.A.F.C., art. cit., col. 1656.

11 - F. SPADAFORA, San Paolo: le Lettere, Genova, Quadrivium, 1990, p. 30.

12 - I testi dei Padri possono essere consultati in: CORNELIUS A LAPIDE, Commentarii in Sacram Scripturam. Epistolas sancti Pauli Apostoli, Amsterdam, 1681; Come pure in SAN TOMMASO D’AQUINO, Super Epistolas Sancti Pauli Lectura, 2 voll., Torino, Marietti, 1951.

13 - Mentre è ammessa la evoluzione da parte dei fedeli, e non dell’oggetto definito nella formula dogmatica, i quali approfondiscono la loro conoscenza della formula e la formulano meglio. Quindi si può parlare di mutamento estrinseco al Dogma ossia soggettivo, cioè da parte del soggetto o uomo, che aderisce con fede al Dogma, con un progresso omogeneo, ossia nello stesso senso e non passando, eterogeneamente, da un Dogma ad un'altra “verità” sostanzialmente diversa da esso; “nello stesso senso o significato e nello stesso contenuto oggettivo, cresce e muta l’intelligenza o la conoscenza della formulazione dogmatica” (S. VINCENZO DA LERINO, Commonitorium; cfr. R. GARRIGOU-LAGRANGE, Il senso comune. La filosofia dell’essere e le formule dogmatiche, [1909], tr. it., Roma, Editore Leonardo da Vinci, 2013, a cura di ANTONIO LIVI; FRANCISCO MARÌN SOLA, L’évolution homogène du dogme catholique, Parigi, 1922).

14 - Cfr. ENRICO MARIA RADAELLI, Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, pro manuscripto, Milano, Aurea Domus, 2017, dimostra il Kantismo di Benedetto XVI, citando i libri del teologo poi vescovo e cardinale Joseph Ratzinger e i suoi Documenti ufficiali e i suoi libri come dottore privato, dopo la sua elezione al Sommo Pontificato.  Il volume si può richiedere all’autore: http://enricomariaradaelli.it/emr/ureadomus/aureadomus.html

15 - Al n. 24 Gaudium et Spes recita: “L’uomo in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa (propter se ipsam)”. Attenzione “propter se ipsam”, ossia non “per Se stesso / propter Se Ipsum”, cioè l’uomo non è ordinato a Dio come al suo Fine ultimo, ma “per se stessa” vale a dire che il Fine dell’uomo è l’uomo stesso, l’antropocentrismo così diventa addirittura “antropo/latria”, ossia idolatria.

16Io, I, 10; VI, 7; XV, 18; XVI, 20; XVII, 9-16; 1 Io., II, 16; V, 19; Mt., XVIII, 7; Gal., VI, 14.

17 - F. SPADAFORA, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, p. 165.

18 - “Il diavolo non perseverò nella verità perché la verità non era in lui” (Io., VIII, 44).

19 - ADOLFO STOLZ, Teologia della mistica, tr. it., Brescia, 1940, p. 66.

20 - A. ROMEO, Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, vol. X, 1953, col. 1958, voce “Satanismo”.

21 - A. ROMEO, ibidem, col. 1959.

22 - Cfr. J. MEINVIELLE, De la cabala al progresismo, Buenos Aires, 1970, II ed., EVI, Segni (Roma), 2013; tr. it., Dalla Càbala al Progressismo, Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2019.

23 - A. ROMEO, ivi.

24 - Nel Giudaismo talmudico non vi è solo la Torah scritta, ossia il Pentateuco o i primi 5 Libri della Bibbia, ma “vi è anche la Torah orale. Questa accompagna ed esplicita quella. La Torah orale [la Cabala o la parte dogmatica della Tradizione giudaica, ndr] venne messa per iscritto in una situazione di estremo pericolo per l’esistenza stessa del popolo ebraico [la distruzione romana della Giudea e la Diaspora ebraica dopo il 70-135, ndr], dando origine così alla Mishnah. I Commenti alla Mishnah [Ghemarah, la parte morale della Tradizione orale giudaica] costituiscono il Talmud” (cit., pp. 17-18).  In breve, vi è nel Giudaismo talmudico o postbiblico oltre la Bibbia o Tradizione scritta una Tradizione orale, che è stata messa per iscritto ed è la Misnà; i Commenti orali dei rabbini alla Misnà si chiamano Gemarà; essi messi per iscritto formano il Talmud. Il Talmud rappresenta la Teologia Morale giudaico/rabbinica; invece la Cabala è la Teologia Dogmatica giudaica. (Cfr. J. MEINVIELLE, Dalla Càbala al Progressismo, Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2019).

25 -  Cfr. l’ottimo libro della studiosa di patristica DENISE JUDANT (Jalons pour une théologie chrétienne d’Israel, Parigi, éd. du Cèdre, 1975), una studiosa ebrea convertitasi al Cattolicesimo, che ha fatto una ricerca studiando il pensiero di tutti i Padri latini della Chiesa sulla responsabilità dell’Ebraismo postbiblico e degli Ebrei che ne fanno parte nella morte di Gesù. Il risultato di circa 50 pagine di citazioni è che “matematicamente tutti, nessuno escluso”, i Padri ammettono la responsabilità collettiva degli Ebrei postcristiani nella morte di Gesù. Ora il consenso moralmente (la maggior parte) e non matematicamente (assolutamente tutti) unanime dei Padri ecclesiastici è già sinonimo di dottrina infallibilmente insegnata. Quindi è infallibilmente vero che vi è una responsabilità collettiva dei Giudei talmudici o postbiblici nella condanna a morte di Gesù, che da uomo si è proclamato Dio. Quindi tra 1°) la dottrina costante e tradizionale del Deicidio, della responsabilità comune del Giudaismo, della sostituzione dell’Antico Patto  col Nuovo nel Sangue di Cristo, sostenuta dal consenso matematicamente unanime dei Padri, e 2°) la nuova dottrina di Nostra aetate, che non cita neppure un solo Padre, un solo Documento  del Magistero ecclesiastico poiché non ve ne sono; occorre schierarsi con la prima: infallibilmente vera, costantemente e universalmente insegnata e creduta ab omnibus, semper et ubique ed occorre allontanarsi dalla “novità” di Nostra aetate, che non può essere vera per motivi estrinseci (contraria all’insegnamento della Tradizione apostolico/patristica, del Magistero e della teologia scolastica da S. Tommaso sino alla metà del Novecento) ed inoltre non lo è, se si esamina la Dichiarazione conciliare in se stessa o intrinsecamente, che è piena di contraddizioni, di affermazioni gratuite e di interpretazioni soggettive della S. Scrittura difformi dalla Tradizione patristica.

26 - Cfr. Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, coll. 36-38, voce “Marcione” a cura di ERIK PETERSON; PIETRO PARENTE, Dizionario di Teologia Dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, pp. 252-253, voce “Marcionismo”; V ed., Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2018.

27 - Adversus haereses, V, 30, 3; V, 25, 2 e 4.

28 - Comm. in Danielem, IV, 49.

29 - Cfr. AUGUSTIN LÉMANN, L’Anticristo, Proceno - Viterbo, Effedieffe, 2014, pp. 100-102; GIANLUCA MARLETTA, La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale, San Demetrio Corone - Cosenza, Edizioni Irfan, 2018; MAURIZIO BLONDET, I fanatici dell’Apocalisse, Rimini, Il Cerchio, 1992.

30 -   S. GIOVANNI nella sua I Epistola (II, 2) rivela che “Gesù è la propiziazione dei peccati di tutto il mondo”. SAN PAOLO rivela che l’unica via di salvezza e di redenzione per tutti gli uomini è Gesù, che significa Salvatore, il quale ci ha redenti con l’Olocausto divino della sua morte in croce (cfr. Rom., VI, 4; VII, 15 ss.; VIII, 34 ss.; Gal., II, 19 ss.; Col., I, 20; Ef., V, 2; Ebr., IX, 12 ss.). Il Padri ecclesiastici orientali e latini (TERTULLIANO, De Baptismo, 15; De praescriptione haereticorum, 37; CIPRIANO, Epistula 59, 7 e Ep., 73, 21: “Salus extra Ecclesiam non est”; IRENEO, Adversus haereses, III, 24, 1; ORIGENE In Jesu nave, homilia 3, 5: “Extra Ecclesiam nemo salvatur”; sono unanimemente concordi nel credere questa dottrina come divinamente Rivelata. S. Ambrogio, De obitu Val., 51; infine, S. AGOSTINO riassume la dottrina patristica nella sua Epistula 173 ad Donatum; cfr. anche Sermo 267, 4, 4; De Fide et Symbolo, 10, 21; De Baptismo, IV, 22, 29). I Dottori scolastici e soprattutto S. Tommaso d’Aquino (S. Th., III, qq. 48-49) ne fanno una profonda analisi, fondandosi sulla Tradizione apostolico/patristica, sulla S. Scrittura e ne danno la “ragione teologica”. Il Magistero della Chiesa col Concilio Lateranense del 1215 (DB 430); il Concilio di Firenze dal 1438 al 1445 (DB 714); il Concilio di Trento (1545-63) hanno definito infallibilmente questa verità divinamente Rivelata come dogma di fede (Conc. Trid., sessione 5 e 6, DB 787 ss.). Il Magistero pontificio con LEONE XIII nell’Enciclica Satis cognitum del 1896 (DB, 1955) e PIO XII nell’Enciclica Mystici Corporis del 1943 hanno ripreso queste verità e le hanno ampiamente commentate e approfondite. Non vi è dogma definito più volte di questo: “Extra Ecclesiam nulla salus”. Invece il Giudaismo talmudico contrappone all’Olocausto di Cristo la shoah, ossia l’olocausto del popolo ebraico e ne fa una via di salvezza diversa da quella cristiana e un “super-Dogma” che nessuno può mettere in dubbio, pena la “scomunica / herem”, v. “Caso Williamson”.  Per questo motivo non si può minimizzare la portata storico/politica/“religiosa” della shoah, che è stata fatta propria anche dagli uomini di Chiesa a partire dal Giovanni XXIII (1958-1963) e dal  Concilio Vaticano II (1962-1965).

31 - “La Chiesa cattolica non conduce né supporta alcuna iniziativa specifica di Missione istituzionale rivolta agli Ebrei”. Documento pubblicato il 10. XII. 2015 per il 50° anniversario di Nostra aetate del 28. X. 1965.

32 - Da parte di Dio i suoi doni sono irrevocabili, ma da parte dell’uomo ci vuole la corrispondenza, che poi può venire meno. Il Patto è sempre bilaterale: Dio con gli Angeli o con l’uomo. Per fare un esempio, Gesù ha scelto Giuda come Apostolo, da parte di Gesù non c’è pentimento né revoca della chiamata o vocazione di Giuda; ma da parte di Giuda, che inizialmente ha corrisposto alla vocazione, è subentrata poi l’infedeltà, per cui Giuda ha rotto il Patto con Dio e il Signore ha preso atto di questa rottura da parte umana e del fatto che il Patto è stato scisso da Giuda (“Deus non deserit nisi prius deseratur / Dio non abbandona tranne il caso in cui venga abbandonato”). Così pure per Lucifero: Dio lo ha chiamato alla Visione Beatifica, ma lui ha rifiutato. Quindi Dio ne ha preso atto ed ha rotto con Lucifero. Idem con il Giudaismo, che inizialmente (da Abramo al Giovedì Santo) aveva corrisposto sostanzialmente, pur se con molte infrazioni, alla chiamata di Dio; ma con la crocifissione del Verbo Incarnato da parte d’Israele il Vecchio Patto è stato rimpiazzato dalla Nuova Alleanza con tutti gli uomini: Ebrei e Gentili, credenti in Cristo.

33 - PAOLO VI nell’Omelia della nona sessione del Concilio (7 dicembre 1965) ha detto: “La religione di Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. […]. Anche noi, noi più di tutti siamo i cultori dell’uomo!” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971, p. [282-283]).




 
agosto 2026
AL SOMMARIO ARTICOLI DIVERSI