Contra judaizantes

Capitolo secondo


di  Don Curzio Nitoglia




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TALMUD






CAPITOLO 2°


NATURA DEL GIUDAISMO RABBINICO E SUOI RAPPORTI COL CRISTIANESIMO

SECONDO I RABBINI ZOLLI/BONSIRVEN & I RABBINI CARMONA/TOAFF




Giudaismo dell’Antico Testamento e Giudaismo post-cristiano


EUGENIO ZOLLI (l’ex-rabbino capo di Roma convertitosi al cattolicesimo) scrive: “Il popolo ebraico, che era stato veicolo della Rivelazione, quando questa si presentò nella sua pienezza con Cristo e gli Apostoli, la rigettò, almeno nel maggior numero dei suoi componenti, e si pose fuori della Chiesa […]. L’orientamento generale [del Giudaismo, ndr], è divenuto anacronistico. Perché, mentre la Chiesa è tutta rivolta a Colui che è già venuto a redimere e a salvare [Gesù Cristo, ndr], l’Ebraismo è proteso in un’attesa che non può essere che vana. L’Ebraismo post-biblico […] si considera [ancora, ndr] popolo eletto ed in rapporto di Alleanza con Dio” (34).


Monsignor FRANCESCO SPADAFORA spiega le cause del rigetto di Cristo e della Sua Chiesa: dopo l’eroica insurrezione guidata dai Maccabei contro Antioco Epifane (165 – 135 a. C.) cominciarono le vicende abituali di una dinastia, quella degli Asmonei (135 – 37 a. C.), le cui beghe “portarono […] all’ intervento di Roma (63 a. C.) e all’ avvento sul trono di Giuda di un feroce idumeo, Erode, sotto la tutela di Cesare. In questi due secoli (dal 165 a. C. alla venuta di Gesù) si formarono i raggruppamenti e le istituzioni, che troviamo al tempo di N. Signore: Farisei, Sadducei, Esseni, Sinedrio, sinagoghe ecc. e principalmente la concezione ristretta di un Messianismo nazionalistico, con l’esclusione dei Gentili dalla salvezza […]. Il puritanesimo dei Farisei, l’altèra e scettica intransigenza del Sinedrio, si ergeranno contro il divino Salvatore, gli Apostoli e la Chiesa nascente. La tragica deviazione del Giudaismo avrà la sua fine e il suo castigo nella distruzione di Gerusalemme (70 d. C.)” (35).

Un’eminente studiosa di giudaismo, ebrea convertita al cattolicesimo, DENISE JUDANT precisa: “Occorre distinguere il giudaismo dell’Antico Testamento dal Giudaismo post-cristiano. Il primo è una preparazione del Cristianesimo […], il secondo, invece, dopo aver rinnegato la messianicità e divinità di Gesù Cristo lo continua a rifiutare ancor oggi. In questo senso vi è un’ opposizione radicale tra Giudaismo odierno e Cristianesimo […]. Grazie a Gesù, Maria, gli Apostoli e i Discepoli, un “piccolo resto” o “reliquia” d’Israele ha corrisposto al disegno di Dio, aderendo al Vangelo del Cristianesimo, mentre la grande maggioranza d’Israele, ha apostatato da Dio, rifiutandone il Verbo. […]. La rottura non esiste tra L’Antico Testamento e il Cristianesimo, ma tra le due parti del popolo ebraico: coloro che hanno rifiutato il Vangelo e coloro che lo hanno accolto. […]. Usciti dall’Alleanza con Dio i Giudei sono sempre chiamati a rientrarvi” (36).


ANTONIO RODRÌGUEZ CARMONA, professore di “Letteratura inter-testamentaria” alla facoltà di Teologia dell’università di Granada in Spagna, ha scritto un libro molto interessante, pubblicato in lingua spagnola nel 2001 (Madrid, BAC, Biblioteca de Autores Cristianos) e tradotto in italiano (La religione ebraica. Storia e teologia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005), in cui spiega in che cosa consistano l’Ebraismo biblico e quello post-biblico.

Il Carmona afferma che per quanto riguarda il Giudaismo attuale o post-biblico è meglio parlare di “Prassi religiosa” più che di “Religione” (37) , poiché gli Ebrei stessi vogliono così differenziarsi dal Cristianesimo-religione, inteso come dogma, morale, autorità (38), mentre il Giudaismo talmudico è piuttosto una “forma di vita” (39). Gli elementi che determinano la forma di vita ebraica o “l’essere ebreo” sono due: “quello etnico e quello religioso”, che possono trovarsi uniti o separati. Il fattore etnico è basilare e consiste nell’appartenenza ad un popolo che ha una storia singolare […]. Il fattore religioso consiste nell’accettazione di ciò che gli ambienti religiosi considerano come quintessenza di questa particolare storia religiosa” (40). 



Dalla religione mosaica al Giudaismo talmudico

Quanto alla storia ebraica, il Carmona distingue tra religione mosaica o Antico Testamento e l’attuale Giudaismo talmudico, la quale “ha le sua radici nella religione dell’antico Israele, ma che andò evolvendosi fino a giungere al Giudaismo rabbinico” (41).

Dopo aver descritto la religione ebraica dai Patriarchi sino alla venuta di Gesù, il prof. Carmona inizia a parlare del Giudaismo rabbinico inquadrandolo nella cornice storica della distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera di Vespasiano e Tito (70 d. C.): il Sacrificio offerto dai Sacerdoti nel Tempio cessa e la classe sacerdotale dei Sadducei perde la propria ragion d’essere; allora i Farisei prendono il sopravvento e danno luogo al Giudaismo rabbinico o farisaico-talmudico (42).

Il Rabbinismo o Giudaismo farisaico-talmudico registra, dopo la ulteriore distruzione di Gerusalemme nel 135 ad opera di Adriano, “due fasi: quella positiva della riconciliazione con Roma sino agli inizi del IV secolo; un’altra negativa a partire da Costantino (anno 313 d. C.). La situazione comincia a migliorare sùbito dopo la morte di Adriano (anno 138 d. C.) [...]. I rabbini […] riconoscono la necessità di accettare il potere romano – e addirittura di trarne vantaggio – senza per questo rinunciare alla convinzione, in quanto popolo eletto di Dio, di possedere il primato su tutti i popoli; escludono però la guerra come mezzo per esercitarlo: tutto il loro interesse si rivolge alla Torah” (43) . La fase negativa inizia con Costantino, che legalizza il Cristianesimo come religio licita (anno 313), e con Teodosio I che lo dichiara religione dello Stato (anno 380); peggiora con Teodosio II (anno 438) e Giustiniano (anno 534), i quali “instaurano una situazione giuridica che pregiudica definitivamente gli Ebrei, discriminandoli dalla popolazione cristiana e riducendoli a cittadini di seconda classe […]. Tutta una serie di disposizioni che ispireranno quelle che saranno stabilite dalle nazioni cristiane d’occidente durante il medioevo” (44) .
La discriminazione teologica, civile e politica del Giudaismo talmudico inizia con Giustiniano nel 534 e perdura sino all’Illuminismo (XVIII sec.) per oltre milleduecento anni. Tuttavia il Giudaismo rabbinico non si dà per vinto: rimpiazza Gerusalemme e il Tempio con Jaweh-Israele (suo popolo eletto) e la Torah e il Sacerdozio col Rabbinato, il cui compito sarà di conservare e tramandare fedelmente la Torah scritta e orale (trascrivendo quest’ultima, affinché non si smarrisca; cosa che avverrà, come vedremo, con il Talmud) e spiegarne il significato, in attesa di tempi migliori, ai quali il Farisaismo rabbinico non ha mai rinunciato.



L’affermarsi del Rabbinato
 
Il Rabbinato


Nei primi secoli del post-esilio babilonese (586 a. C.), i custodi della Torah erano stati soprattutto i Sacerdoti (per lo più Sadducei, assieme ad alcuni scribi o dottori della legge (laici per lo più Farisei). Tuttavia, col passar dei secoli, i laici o Farisei cominciarono ad acquistare un’importanza sempre maggiore (165 a. C.). Perciò, dopo la catastrofe del 70 d. C., gli scribi, i dottori della legge e i Farisei, chiamati “rabbini”, rimpiazzarono, senza troppe difficoltà, i Sacerdoti Sadducei, che erano stati massacrati (in gran parte) dai Romani nella distruzione del Tempio ed inoltre non avevano più ove celebrare i sacrifici, che potevano essere offerti solo nel Tempio di Gerusalemme.

La piena supremazia su tutti gli altri gruppi del Giudaismo, il Rabbinato la raggiunge solo nel VII secolo. I rabbini mutuano dai Farisei l’idea d’Israele come popolo eletto di Dio e dagli scribi il concetto dello studio assiduo della Torah, che rimpiazza “momentaneamente”, (ma è un “momento” che dura ancor oggi dal 70) il Tempio e il Sacerdozio, fino a tempi migliori, in cui Israele spera di riavere la sua terra (conquistata con le armi a partire dal 1948), il Tempio e il sacrificio (che invece non sono ancora stati restaurati) (45).

Prima del 70 “rabbino” era solo un titolo onorifico, un “hobby” non retribuito e non ufficialmente riconosciuto, e perciò il rabbino doveva fare un altro mestiere per poter vivere; dopo il 70 diventò titolo accademico, retribuito ed ufficiale, di modo che essere rabbino diventava una professione, la quale garantiva e garantisce tutt’ora di poter vivere di essa. Il Rabbinato si consegue solo dopo un “iter” formativo sotto un altro rabbino e tramite “ordinazione”, in senso largo, o imposizione delle mani (simbolo del mandato di trasmettere la tradizione o Torah – scritta e orale – ricevuta da Mosè). L’Imperatore Adriano (anno 135) proibì l’imposizione delle mani, che tuttavia continuò ad essere praticata occultamente e venne sostituita con un certificato solo nel 425.



Il Patriarcato

Fu l’istituzione politica centrale e l’autorità religiosa suprema del Giudaismo dal II al V secolo durante la formazione del Rabbinato, che ha prevalso definitivamente sul Patriarcato solo nel VII secolo. Il Rabbinato colmò (assieme ai rabbini) il vuoto formatosi col venire meno del Sacerdozio dei Sadducei dopo il 70.
Patriarca (in greco) traduce la parola ebraica “nasì” (principe). Roma (II sec.) riconosceva il patriarca come rappresentante della nazione ebraica, Il patriarca riscuoteva anche i tributi da lui imposti (col permesso di Roma) agli Ebrei di Palestina e amministrava persino la giustizia in tribunale (“bet din”). Il patriarca prima di giungere a tale incarico doveva essere rabbino, esperto e osservante della legge del Patriarcato. Il Patriarcato si estinse nel 429. 

Il Rabbinato cominciò a rivalizzare col Patriarcato, poiché quest’ ultimo “era andato via via secolarizzandosi e non operava più secondo la mentalità rabbinica, ma piuttosto in funzione di interessi prevalentemente mondani. Questo tipo di tensioni si risolverà nell’acquisizione di un maggior potere proprio da parte dei rabbini” (46), che lo detengono ancor oggi.



L’Esilarcato

Esilarca in greco significa “capo dell’esilio”; traduce il vocabolo ebraico “resh galuta”, ossia “capo della diaspora”. L’esilarca aveva giurisdizione politica (riscossione delle tasse e nomina dei giudici nei tribunali) e religiosa (nomina dei rabbini) solo sugli Ebrei di Babilonia non su quelli di Palestina.
L’Esilarcato babilonese e il Patriarcato palestinese si riconoscevano e si stimavano reciprocamente, benché fossero due cariche ben distinte e indipendenti, mentre il Rabbinato entrò più volte in collisione prima con il Patriarcato e poi con l’Esilarcato sia perché non voleva essere sottomesso a tributo, sia perché contestava la visione secolarizzata dell’Esilarcato su Israele concepito non come popolo eletto e prediletto di Dio, ma come assimilato agli altri popoli.
L’autorità dell’Esilarcato poggiava su due pilastri: l’autorizzazione governativa dei Persiani o Parti a governare sugli Ebrei residenti in Babilonia e la (presunta) discendenza davidica, che dopo  la distruzione del Tempio con tutti gli elenchi delle famiglie e tribù d’Israele, conservati tra le sua mura, non è più dimostrabile. Per divenire esilarca non era necessario essere rabbino. L’Esilarcato durò anche con l’occupazione musulmana (anno 642) e si protrasse sino al 1048, anno in cui morì (47).



La sinagoga

Termine greco usato per indicare il luogo in cui si riuniva la comunità ebraica, oppure la comunità stessa. L’origine della sinagoga è ricondotta all’istituzione delle assemblee durante l’esilio babilonese (586 a. C.). L’esistenza di sinagoghe in Palestina prima del 70 d. C. è certa e testimoniata anche archeologicamente. Vi era una relazione reciproca tra il culto del Tempio e liturgia sinagogale. Tuttavia, nella sinagoga, a differenza del Tempio, non si offriva il sacrificio, ma si leggeva la Torah (e i Profeti) e se ne dava una spiegazione; inoltre si recitavano delle preghiere.
Quindi la sinagoga era ed è principalmente il luogo in cui la comunità ebraica si riunisce per pregare e per avere un insegnamento religioso; secondariamente è anche il centro culturale e sociale della comunità (specialmente dopo il 70).




I tribunali

Il Sinedrio o “tribunale supremo” (esistevano anche “tribunali inferiori” nei villaggi, e nelle città con oltre 120 abitanti) voleva essere la continuazione del gruppo di 70 anziani nominati da Mosè, perché lo aiutassero ad amministrare la giustizia.
“Pur trattandosi di un tribunale civile e religioso ad un tempo, l’esercizio delle competenze civili e politiche – in linea di principio illimitate – era molto condizionato dai dominatori di turno; per esempio la pena di morte richiedeva l’approvazione dell’autorità romana” (48).
Col venir meno del Sinedrio (che, sorto a Gerusalemme, dopo il 70 era stato ricostituito a Jabne, Usha, Bet Shearim, Seforide e infine a Tiberiade) nel 425 (morte del “nasì” Gamaliele VI) l’esercizio della giustizia passò ai tribunali rabbinici. “Con l’Illuminismo e la conseguente emancipazione, gli Ebrei si trovano sottoposti ai tribunali nazionali come tutti i cittadini; i tribunali rabbinici hanno visto le loro competenze ridotte ai temi di carattere religioso (49).

Il professor Carmona, dopo aver illustrato l’epoca dell’assimilazione e dell’emancipazione ebraica durante l’Illuminismo, conclude il suo excursus storico scrivendo che “risultato di questo lungo tragitto storico è l’attuale religiosità ebraica, caratterizzata da un vasto pluralismo nel quale si possono individuare tre forme basilari, con molte sfumature intermedie: un Ebraismo ortodosso, un Ebraismo conservatore, e un Ebraismo riformato o liberale” (50). Ciò non significa che non esista l’Ebraismo, ma solo che esso è rappresentato da tre correnti principali, e da varie loro ramificazioni. Infatti, dopo aver descritto le caratteristiche di questi tre rami principali dell’attuale Giudaismo, il Carmona aggiunge: “Va comunque registrato un processo di avvicinamento tra i diversi settori, favorito […] non da ultimo [dopo la shoah, ndr] da un più vivo senso di appartenenza a Israele, che si va diffondendo tra le nuove generazioni” (51).   



Il “Credo” del Giudaismo talmudico

Quanto alla “religione” ebraica (anche se sarebbe più esatto parlare di “vita, pratica o forma religiosa” dell’Ebraismo), Carmona spiega che nell’Ebraismo post-biblico “la prassi occupa un posto centrale […]. Perciò pratica la religione ebraica colui che obbedisce [alla Legge, ndr] e opera, non colui che sa e accetta un Credo […]. Tuttavia, l’accettazione e il compimento del volere di Dio [Legge, ndr] riposano su una serie di convinzioni teologiche, che fungono da premesse oggettive e fondanti una prassi, e costituiscono la teologia ebraica” (52).
Non si può parlare di dogma ebraico in senso stretto, poiché non vi è nel Giudaismo talmudico un’autorità magisteriale unica ed infallibile, ma si può parlare di “Credo” in senso largo, come verità religiose rivelate, ma non definite e proposte a credere dal magistero. Quindi, prosegue il Carmona, “non è mai esistita una dottrina ufficialmente ortodossa, definita e imposta, e neppure un’altra eterodossa, che escluderebbe dalla comunione ebraica. Nell’Ebraismo c’è una maggioranza che crede in una serie di fatti e princìpi religiosi; parimenti esiste una minoranza che non crede e per questo non cessa di essere considerata ebrea” (53), l’essenziale è l’appartenenza al popolo ebraico: è ebreo chi nasce da madre ebrea, non chi crede e osserva la Legge. Inoltre, il concetto di fede giudaica è non intellettuale, ma volontaristico/sentimentale, ossia la fede non è un atto dell’intelletto che, spinto dalla volontà e mosso dalla grazia, aderisce a delle verità rivelate; ma è un affidarsi o aver fiducia [vedi “fede fiduciale” luterana, ndr] nell’aiuto di Dio verso Israele, suo popolo eletto (54).

Tre sono le verità fondamentali del Giudaismo rabbinico: 1°) L’unità di Dio; 2°) la Torah come volontà divina data a Israele; 3°) Israele come popolo eletto da Dio e depositario della sua Legge.

Queste tre verità basilari, però, vanno intese “a livello pratico, più che teologico-speculativo, […]. Si tratta di proposizioni pastorali, per la vita spirituale del popolo” (55). Ossia, la pratica religiosa ebraica può sussistere senza la “fede” (anche in senso largo), la quale, se esiste, ha solo un valore pratico e non dogmatico (come vuole anche il Modernismo) ed è relativa all’appartenenza al popolo d’Israele. Infatti, il Giudaismo consiste essenzialmente nell’appartenenza al popolo d’Israele da cui può conseguire accidentalmente, una pratica di legge, che aiuta a mantenere l’identità di popolo eletto; accidentalmente perché si è Ebrei anche se non si pratica, purché si sia figli di madre ebrea. Tale pratica, normalmente, ma non necessariamente (si può “praticare” senza credere, così come vogliono oggi in campo cattolico/giudaizzante i cosiddetti “atei devoti o teo/con”), è fondata su alcune verità religiose, ma queste verità hanno uno scopo più pastorale (o pratico), che dogmatico (o speculativo) perché servono a cementare il senso di appartenenza al popolo eletto, separandolo dagli altri, specie dai cristiani. Infatti: 1°) l’unità di Dio serve a distinguere il Giudaismo rabbinico, dal Cristianesimo, che crede nell’Unità della Natura divina nella Trinità delle Persone. Onde il Giudaismo rabbinico è caratterizzato dal rifiuto della SS. Trinità e dell’Unione ipostatica (= Gesù vero Dio e vero uomo);  2°) La Torah è la Legge (o volontà) divina consegnata da Dio a Israele. Essa serve a distinguere Israele da tutti gli altri popoli. Se la si pratica è specialmente in quest’ottica razziale esclusivista e segregazionista. Il Giudaismo rabbinico, con la letteratura talmudica, ha aggiunto alla Legge mosaica (Decalogo mosaico) altri 613 precetti (di cui 248 - come le parti del corpo umano - sono positivi e 365 - come i giorni dell’anno - negativi), per distinguere il talmudista dal cristiano, il quale guarda ai dieci Comandamenti rivelati da Dio a Mosè sul monte Sinai e perfezionati da Gesù nel “Discorso della montagna”.
Secondo il Talmudismo, invece, sette precetti noachidi furono consegnati da Dio a tutti gli altri uomini in Noè, come una sorta di Legge naturale per i “gojim” (i non ebrei) corrispondente, grosso modo, al Decalogo mosaico; 3°) Israele è il popolo santo e l’israelita appartiene a questo popolo prescelto da Dio: “L’elezione d’Israele è uno dei princìpi teologici fondamentali del Giudaismo rabbinico”23. Compito d’Israele è di salvare il mondo, essendo un “regno di sacerdoti, una nazione santa” e la “luce delle nazioni”. Israele “a motivo della sua elezione fungerà da mediatore tra Dio e l’intera umanità […] che alla fine abbandonerà i falsi Dèi e riconoscerà la sovranità di Jaweh [e d’Israele suo popolo, ndr]”24. Carmona spiega che: “la Torah è stata data in funzione dell’elezione, la quale però […] permane anche quando l’ebreo decidesse di ignorare gli obblighi dell’alleanza o di rifiutarli.  L’elezione è il dato primario; l’accoglienza della Torah è l’accadimento secondario”25. “Eletto da Dio, Israele ha ricevuto una terra nella quale potersi realizzare come popolo: l’antico Paese di Canaan […] da allora è terra d’ Israele (Eretz Jisrael). Una terra considerata santa non per se stessa [...], ma per la sua relazione col popolo eletto, a cui Dio […]  ha dato in dono la Torah: questa può realizzarsi totalmente soltanto nella terra d’Israele”26, in breve la Terra di Palestina è redenta e santificata dal popolo d’Israele. Di qui l’importanza che il Sionismo riveste per il Giudaismo rabbinico. Senza la terra “d’Israele” (ossia la Palestina che dal 135 al 1948 è appartenuta ai Palestinesi), la Torah non può essere vissuta totalmente, ma solo imperfettamente. Onde il Talmudismo è radicalmente e virtualmente sionista. Inoltre, si evince che tutta la fede e la legge rabbinica si riduce all’elezione d’Israele e al suo primato sugli altri popoli, onde la pratica e la teologia rabbinica sono ordinate all’appartenenza etnica al popolo santo. Essenzialmente il Giudaismo consiste nell’essere geneticamente Ebrei e – secondariamente – nel praticare o avere la fede: si resta pur sempre Israeliti anche se non si crede e non si pratica; è questione di “sangue e suolo”, non di “fede e buone opere”. Infatti, l’amore verso il prossimo “è limitato ai compatrioti (i “prossimi”), e non riferito a tutte le possibili relazioni interpersonali”27 .

Per quanto riguarda la mistica ebraica o Cabala (56), Carmona spiega che è meglio parlare di “misticismo”28, il quale (nella tradizione giudaica) va di pari passo con l’esoterismo. Il “misticismo” è una deviazione elitaria, occulta ed occultistica (ottenuta mediante tecniche umane segrete) della vera mistica, la quale invece consiste nell’unione con Dio, offerta apertamente o pubblicamente dalla grazia divina a tutti coloro che vogliono corrispondere al suo appello tramite una seria vita ascetica, che sarà poi seguita nella via mistica dal predominio dei sette Doni dello Spirito Santo come normale sviluppo della vita della grazia santificante, la quale culminerà in cielo nella Visione Beatifica grazie al Lumen gloriae. Il misticismo ebraico è detto Cabala o tradizione perché è presentata dal Giudaismo post-biblico come “una Rivelazione primordiale concessa ad Adamo o alle generazioni umane”29.
Se al suo inizio la Cabala fu un movimento riservato a pochi eletti, con lo Hassidismo (o Chassidismo) dei secoli XII-XIII (in Francia e in Germania), ma soprattutto nel XVIII secolo (in Polonia e Ucraina), divenne un movimento di massa, aperto all’uomo comune, mischiato a fenomeni di magia, amuletica ed erboristeria di bassa lega. Tuttavia esso ha avuto anche dei rappresentanti assai colti, come Martin Bubèr († 1965) e W. Abraham J. Heschel († 1973), il cui pensiero ha esercitato un influsso enorme sul Concilio Vaticano II e sulla formazione intellettuale di K. Wojtyla e di J. Ratzinger.  

Questa è – in breve – la storia e la teologia del Giudaismo rabbinico-talmudico.



Genesi del Talmud

ISRAEL/EUGENIO ZOLLI, ex-rabbino capo di Roma convertito al Cattolicesimo definisce il Talmud il “grande corpus delle tradizioni rabbiniche” (57).

RICCARDO CALIMANI, israelita veneziano, scrive: “Una credenza rabbinica, che nel tempo si diffuse sempre più e divenne autorevole, arrivò a sostenere che Mosè aveva ricevuto la Torah [= Legge, ndr] totale sul monte Sinai sia nella forma scritta: Torah o Pentateuco, sia nella forma orale, Mishnah. Trasmessa a Giosuè e da questi agli anziani e poi, via via […], fu affidata alla memoria degli uomini che la redassero materialmente. Sotto questa nuova luce la Mishnah […] acquista, come Legge orale trascritta dopo la Rivelazione sul Sinai, un’importanza enorme […]. Non c’è da stupirsi, pertanto, che ne siano scaturiti innumerevoli commentari […]. Gli amoraim (letteralmente: relatori) furono quei maestri che, fra il III e il V secolo circa [d. C.], succedettero ai tannaim (ripetitori, insegnanti, dal I al III secolo) e diedero vita a un grande commentario detto Ghemaràh il quale aggiunto alla Mishnah, prese il nome di Talmud. La scuola palestinese produsse il Talmud di Gerusalemme, e quella di Babilonia il Talmud Babli, considerato il più importante e concluso nel VI secolo [d. C.]” (58).

A sua volta, SAN GIOVANNI BOSCO (Storia sacra, Torino, SEI, IX ed., 1950), spiega: «Il Talmud è il corpo della dottrina ebraica, che abbraccia la religione, le leggi e i costumi degli Ebrei. Ve ne sono due: il Talmud di Gerusalemme, composto dai rabbini di questa città verso l’anno 200 d. C., in favore dei Giudei che dimoravano nella Giudea; e il Talmud di Babilonia, composto in questa città circa 200 anni dopo il primo, per uso dei Giudei che abitavano al di là dell’Eufrate. […]. Il Talmud si compone a) di Misnà: il codice di diritto ecclesiastico e civile dei Giudei. Questa parola significa “Legge orale, ripetizione della Legge o seconda Legge”. I Giudei credono che, oltre la Legge scritta, Mosè abbia ricevuto sul monte Sinai altre leggi che comunicò a viva voce e che si sono conservate tra i dottori nella Sinagoga sino al tempo del famoso rabbino Giuda il Santo, che scrisse la Misnà verso l’anno 180 d. C. Essa non è altro che il testo e la raccolta dei riti e delle Leggi orali dei Giudei; b) di Gemarà: “complemento” o “perfezione”. È il nome della seconda parte del Talmud, la prima della quale si chiama Misnà. La Gemarà è riguardata dai Giudei come il “compimento o perfezione della Legge” (Misnà) in quanto è una spiegazione di essa o un commento del testo della Legge orale messo poi per iscritto» (pp. 234, 241, 253).



Importanza del Talmud

ELIO TOAFF, rabbino capo di Roma all’epoca in cui scriveva, nel suo libro Essere ebreo spiega che “Nel Talmud si trovano le origini di quello che è l’Ebraismo attuale. Studiando il Talmud si scoprono le origini dell’ Ebraismo moderno” (59).

Padre JOSEPH BONSIRVEN era un rabbino, profondo conoscitore del Talmud. Convertitosi al Cattolicesimo divenne gesuita e professore universitario di teologia a Lione e di esegesi al “Biblicum” di Roma. Le sue opere sono assai scientifiche e precise (60). Nel Dictionnaire de Théologie Catholique egli ha curato la voce “Talmud”, illustrandone da esperto, il piano, la teologia e lo spirito.

“I due Talmud [di Gerusalemme e di Babilonia] – egli scrive – si presentano come un commento della Misnah [Legge orale] e quindi bisogna riferirli ad essa […] Essa si divide in sei sezioni, ogni sezione comprende diversi trattati, che sono divisi in capitoli e versetti” (61). La sezione IV è la più interessante riguardo ai rapporti Giudaismo-Cristianesimo, si intitola Neziqim (danni).

Il padre Joseph Bonsirven S. J. ci fa presente che la dialettica talmudica non si accorda con la logica aristotelica, fatta di sillogismi e deduzioni rigorose: il Talmud è impregnato di spirito ermetico, usa una terminologia particolare, ha uno stile impenetrabile, usa delle espressioni convenzionali e conclude che “il solo metodo per diventare maestri [di Talmudismo, ndr] è di mettersi – sin da bambini – alla scuola di un dottore versato nella lingua e terminologia [talmudica, ndr], che conosce i segreti della legislazione [ebraica, ndr], di leggere e rileggere il testo con il maestro, ripetere e imparare a memoria ed empiricamente, numerose nozioni che non si trovano nelle opere scientifiche e critiche, come i dizionari, le grammatiche e le terminologie”(62).

Perciò è del tutto ìmpari cercare di studiare il nudo Talmud senza aver ricevuto un’educazione rabbinica: per poterne conoscere lo spirito, occorre fidarsi di esperti come il Bonsirven o lo Zolli, che in quanto ex-rabbini ne conoscono il vero significato e non lo esagerano per odio razziale né lo diminuiscono per pregiudizi di dialogo ecumenico inter-religioso “giudaico/cristiano”, tanto di moda adesso specialmente in ambiente ecclesiale (63).

Il gesuita Bonsivern nel D. Th. C. scrive che nel Talmud: “notiamo delle deviazioni […] che orientano verso una forma di religione più naturalista e più razionalista. Ciò è dovuto ad un’accentuazione eccessiva di due dogmi: l’elezione di Israele e l’autorità divina […] della Torà. La preoccupazione di salvaguardare la nazione santa conduce in pratica ad un separatismo e particolarismo soffocanti e rovinosi, ad un orgoglio etnico inevitabile, che facilmente diventa razzismo, odio per lo straniero. Il culto del popolo ebraico, la quasi adorazione della lettera della Legge conducono alle seguenti conseguenti: una tale stima della libertà umana da volerla impenetrabile al beneplacito di Dio e all’azione della sua grazia; una ripugnanza per l’ordine soprannaturale propriamente detto; l’eccesso dello spirito legalista e giuridico che moltiplica le prescrizioni, soffoca la vita in un dedalo impenetrabile di osservazioni e di pratiche, aprendo la porta al formalismo, molto prossimo all’ipocrisia; l’autorità esorbitante delle decisioni rabbiniche che legano la volontà di Dio e mettono in scacco i suoi Comandamenti” (64).
In conclusione lo spirito del Giudaismo [talmudico, ndr] […] chiude le anime al “messaggio cristiano, totalmente soprannaturale” (65).
Indi padre Bonsirven cita “il grande storico ebreo-tedesco del popolo ebraico” HENRI GRAETZ (Histoire des Juifs, tr. fr., tomo V, p. 154) che scrive: “I difetti del metodo d’insegnamento talmudico, le sottigliezze, l’abitudine di discettare, la furbizia penetrarono nella vita pratica e degenerarono in duplicità e spirito complicato e slealtà. Era difficile per gli Ebrei ingannarsi tra loro, poiché avevano tutti ricevuto la stessa educazione [talmudica, ndr] e quindi combattevano ad armi pari. Ma spesso usavano l’inganno e i mezzi sleali riguardo ai non-ebrei”. Più che il Talmud stesso – conclude il Bonsirven – è lo spirito o l’educazione e l’insegnamento talmudico, che hanno nuociuto tanto agli Ebrei” (66).



Polemica tra Cristiani ed Ebrei
 
Ben presto i Cristiani mossero gravi accuse al Talmud, rimproverandogli anzitutto intollerabili bestemmie contro Gesù. «Di Fatto – scrive Joseph Bonsirven – il Talmud contiene il nocciolo delle storie, raccolte e sviluppate nell’infame libello Toledot Jesu (67), pubblicato in Germania verso il IX secolo […]. ISIDORO LOEB [ebreo e grande esperto di Giudaismo, ndr] lo riconosce: “Non vi è nulla di stupefacente che il Talmud contenga attacchi contro Gesù. Sarebbe strano se non ve ne fossero” (Revue des études juives, t. I, p. 256). Altra accusa: l’inimicizia irreconciliabile contro i Cristiani […]. Troviamo nel Talmud la condanna severa dei minìm, molti vi vedono una designazione dei Cristiani» (68).
FÉLIX VERNET spiega che: “La parola minìm […], servì a designare i Cristiani, lo stesso vale per la parola goyim: essi – maledetti dal Talmud – anticamente rappresentavano i Greci o i Romani di Tito e d’Adriano […]. Ora, è pacifico che, in séguito, allontanatisi i Greci e i Romani…, e soffrendo la presenza dei Cristiani, gli Ebrei presero l’abitudine di applicare loro le sentenze contro i goyim” ed aggiunge: “L’attitudine del Talmud verso Gesù Cristo è cattiva. Vi si ritrovano bestemmie e volgarità contro Gesù: la sua nascita illegittima, insulti alla Madonna […]. Si possono leggere tutti i testi talmudici relativi a Gesù, non in un’edizione purgata di esso, ma nelle edizioni complete, o nelle antologie compilate da G. DALMAN, in H. LAIBLE, Jesus Christus in Talmud, Berlino, 1891 […]. Tuttavia – ammonisce il professor Vernet – è successo che, nella foga della polemica anti-ebraica, furono allegati dei testi inautentici o mal compresi. Si è voluto dire che tutto il Talmud è totalmente cattivo. Questo è inesatto; i testi riprovevoli, nell’insieme, sono relativamente rari, ma se il Talmud non è solo odio contro Cristo e i Cristiani, vi è anche dell’odio” (69).



L’insegnamento del Magistero sul Giudaismo dal 1244 al 1937

1°) INNOCENZO IV (1244), Bolla pontificia Impia Judeorum Perfidia: «I Giudei, ingrati verso Gesù, disprezzando la Legge mosaica e i Profeti, seguono certe “tradizioni” dei loro antenati, che son chiamate Talmùd, il quale si allontana enormemente dalla Bibbia ed è pieno di bestemmie verso Dio, Cristo e la Vergine Maria»;
2°) GIOVANNI XXII (1320), Bolla Dudum felicis: esprime lo stesso concetto; 3°) PAOLO IV (1555), Bolla Cum nimis absurdum: «I Giudei sino a che persistono nei loro errori, riconoscano che sono servi a causa di essi, mentre i Cristiani sono stati fatti liberi da Gesù Cristo Nostro Signore»;
4°) PIO V (1569), Bolla Haebreorum: «Il popolo ebreo, un tempo eletto da Dio, poi abbandonato per la sua incredulità, meritò di essere riprovato, perché ha respinto il suo Redentore con empietà e lo ha ucciso con morte vergognosa. La loro empietà è giunta ad un tal livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere la forza di tanta malizia, la quale con sortilegi, incantesimi, magia e malefici induce moltissime persone incaute e semplici agli inganni di Satana»; 5°) GREGORIO XIII (1581), Bolla Antiqua Judeorum: «I Giudei, divenuti peggiori dei loro padri, per nulla ammansiti, non rinunziando per nulla al loro passato deicidio, si accaniscono anche adesso nelle sinagoghe contro N. S. Gesù Cristo ed estremamente ostili ai Cristiani compiono orrendi crimini contro la religione di Cristo»;
6°) CLEMENTE VIII (1593), Bolla Caeca et obturata: esprime gli stessi concetti;
7°) BENEDETTO XIV (1751), Enciclica A quo primum: «Ogni traffico di merci utili è gestito dai Giudei, essi possiedono osterie, poderi, villaggi, beni per cui, diventati padroni, non solo fanno lavorare i Cristiani senza posa, esercitando un dominio crudele e disumano su di essi. Inoltre dopo aver accumulato una grande somma di denaro, con l’usura prosciugano le ricchezze e i patrimoni dei Cristiani»;
8°) PIO IX (1874-1878), Discorsi pronunciati in Vaticano: egli chiama gli Ebrei «cani», divenuti tali da «figli» che erano (cfr. l’episodio della donna Cananea, Mt., XV, 21-28), «per la loro durezza ed incredulità». Il Pontefice, continua, definendoli «bovi», che «non conoscono Dio» e aggiunge «popolo duro e sleale, come si vede anche nei suoi discendenti», che «faceva continue promesse a Dio e non le manteneva mai». Inoltre, papa Mastai stabilisce un parallelo tra la Chiesa del suo tempo e quella delle origini, asserendo: «Le tempeste che lo assalgono sono le stesse sofferte alle sue origini; allora erano mosse dai Pagani, dagli Gnostici e dagli Ebrei, e gli Ebrei vi sono ancora presentemente». Quindi, ricorre all’espressione di «Sinagoga di Satana» (Apoc., II, 9; III, 9) per meglio identificarli;
9°) PIO XI (14 marzo 1937), Enciclica Mit brennender Sorge: «Il Verbo doveva prender carne da un popolo che lo avrebbe poi confitto in croce». Lo stesso Pio XI nella famosa “Enciclica nascosta” (Humani generis unitas) che non fu promulgata, data la morte del Papa avvenuta il 10 febbraio 1939, scriveva: «La vera natura della separazione sociale degli Ebrei dal resto dell’umanità, ha un carattere religioso e non razziale. La questione ebraica, non è una questione di razza, né di nazione, ma di religione e, dopo la venuta di Cristo, una questione di Cristianesimo... Il popolo ebreo ha messo a morte il suo Salvatore... Costatiamo in questo popolo un’inimicizia costante rispetto al Cristianesimo. Ne risulta una tensione perpetua tra Ebrei e Cristiani mai sopita. Il desiderio di vedere la conversione di tale popolo non acceca la Chiesa sui pericoli ai quali il contatto con gli Ebrei può esporre le anime. Fino a che persiste l’incredulità del popolo ebraico, la Chiesa deve prevenire i pericoli che quest’incredulità potrebbe creare per la fede e i costumi dei fedeli Cristiani.



Antigiudaismo e Antisemitismo

L’Antigiudaismo della Chiesa non è passionale, come quello del mondo pagano antico greco-romano o del neopaganesimo postcristiano, ma è dottrinale perché ha la sua radice in un conflitto teologico e propriamente nella cristologia della Chiesa, che risale all’insegnamento di Gesù medesimo, tuttora respinto dalla massa degli Ebrei: Cristo non solo è il Messia atteso, ma è il Figlio di Dio, consustanziale al Padre, e Salvatore di tutti, Ebrei e Gentili.

L’Antigiudaismo della Chiesa è perciò ben distinto dall’Antisemitismo razziale 21. Essa respinge l’Antisemitismo, come materialismo che nega la spiritualità dell’anima umana. Infatti, se ogni uomo non è solo materia, ma è anche spirito, può, con la grazia divina e la buona volontà, correggere i propri difetti e quelli della sua stirpe o cultura; l’Ebreo quindi è suscettibile di redenzione e conversione. La Chiesa lotta teologicamente contro il Giudaismo talmudico, che ha respinto e respinge Nostro Signore Gesù Cristo, condanna “l’odio di malevolenza” e la violenza immotivata o sproporzionata contro gli Ebrei, ma ammette la legittima difesa, prudente e proporzionata, così come la polemica teologico-dottrinale contro il Giudaismo rabbinico. Essa accetta l’Ebraismo mosaico o l’Antico Testamento come preparatorio del Nuovo Testamento; l’Antisemitismo razziale, invece, nega l’Antica Alleanza e la Chiesa, che la continua e la perfeziona in Gesù Cristo. Alcuni autori (Ratzinger e Bergoglio), oggi, dicono che l’Antigiudaismo e l’Antisemitismo sono la stessa cosa, quindi vanno repressi giuridicamente. Ciò è dottrinalmente falso ed equivarrebbe a proibire e perseguire penalmente la dottrina tradizionale della Chiesa cattolica, che ha combattuto (e non può non combattere) teologicamente il Giudaismo anticristiano, sin dal suo sorgere, per due millenni, come ha fatto il divin Salvatore dalla sua nascita sino alla sua morte. Equivarrebbe ad impedire alla Chiesa la missione ricevuta da Dio di predicare la salvezza per tutti, Ebrei e non-ebrei, in Cristo Gesù. La carità è inseparabile dalla verità e i Cattolici hanno un dovere di verità e di carità verso gli Ebrei come verso tutti gli uomini.

Attenzione quindi ad evitare i due errori per eccesso (odio razziale: il Giudaismo = errore e male assoluto) e per difetto (filo/giudaismo: Ebrei = “fratelli maggiori”). La verità si trova nel giusto mezzo di profondità e non di mediocrità e dunque è lecita la polemica dottrinale e teologica antigiudaica: vi sono errori reali nel Talmudismo, l’Antica Alleanza è stata revocata e il Giudaismo talmudico è mortuus et mortiferus.
Né Giudaizzanti, né Antisemiti. Entrambi questi atteggiamenti, infatti, offendono la verità e la carità. “L’Antisemitismo come tale, essendo manifestazione di odio, è estraneo alla Chiesa cattolica” 22 scrive Eugenio Zolli e il padre Pierre Benoit asserisce che «sarebbe illusorio e falso pretendere […] che l’Israele attuale conservi proprio tutti i suoi “privilegi”, come un altro “popolo di Dio” parallelo alla Chiesa, dal quale questa dovrebbe attendere l’integrazione per disporre finalmente di tutti i suoi mezzi di salvezza» 23.
Purtroppo questa falsità, gravemente illusoria sia per gli Ebrei sia per i Cristiani, è stata fatta propria, contro l’ insegnamento di Gesù Nostro Signore, degli Apostoli, dei Padri e del Magistero ecclesiastico, dal neo-modernismo imperante grazie alla confusione teologica scaturita dal Concilio Vaticano II (Nostra aetate) e dai Documenti postconciliari di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco circa i rapporti tra Cristianesimo e Giudaismo.




NOTE


34 -   E. ZOLLI, voce Ebraismo, in Dizionario di Teologia Morale, a cura di F. ROBERTI - P. PALAZZINI, 1° vol., pp. 569-570, Roma, Studium, 5a ed.,1968; E. ZOLLI, L’Ebraismo, Roma, Studium, 1953; ID., Guida all’Antico e Nuovo Testamento, Milano, Garzanti, 1956; ID., Antisemitismo, Roma, AVE, 1945, rist. Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 2005; E. PETERSON, Il mistero degli ebrei e dei gentili nella Chiesa, Edizioni di Comunità, 1936; ID., Il monoteismo come problema politico, Brescia, Queriniana, 1983; D. LATTES, Apologia dell’ebraismo, Roma, Formaggini, 1923; rist. Genova, Il Basilisco, 1982; G. WIGODER (diretto da), Dictionnaire encyclopédique du Judaisme, Parigi, Cerf-Laffont, 1993; J. MAIER, Il giudaismo del secondo Tempio, Brescia, Paideia, 1991; G. FOHRER, Storia della religione israelitica, Brescia, Paideia, 1985; W. EICHRODT, Teologia dell’Antico Testamento, Brescia, Paideia, 1979; G. VON RAD, Teologia dell’Antico Testamento, Brescia, Paideia, 1972; H. CAZELLES, Il Messia nella Bibbia, Roma, Borla, 1981; J. NEUSNER, Il giudaismo nei primi secoli del cristianesimo, Brescia, Morcelliana, 1989; H. CHARLESWORTH, Gesù nel giudaismo del suo tempo alla luce delle più recenti scoperte, Torino, Claudiana, 1994.

35 -   F. SPADAFORA, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 308-309.

36 - D. JUDANT, Jalons pour une théologie chrétienne d’Israel, Parigi, éd. du Cèdre, 1975, pp. 33-83, passim.

37 - Papa Francesco ha ripreso questa concezione giudaico/talmudica per la conduzione del suo Pontificato: non più teologia, ma primato della prassi. Il comunismo marxista/leninista idem.

38 - A. RODRIGUEZ CARMONA, La religione ebraica. Storia e teologia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 7.

39 - N. DE LANGE, Judaism, Oxford, 1987, p. 3. Cfr. anche: M. NOTH, Storia d’Israele, Brescia, Paideia, 1971; A. CAGIATI, Che cosa sappiamo della religione ebraica? Torino, Marietti, 1982; J. MAIER, Storia del giudaismo nell’antichità, Brescia, Paideia, 1992; J. NEUSNER, Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, Casale Monferrato, Piemme, 1996, II ed. Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007; J. MAIER, Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, Brescia, Paideia, 1994; H. CONZELMANN, Le origini del cristianesimo, Torino, Claudiana, 1976; S. BEN CHORIM, Il giudaismo in preghiera, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1988; J. DANIELOU, La teologia del giudeo-cristianesimo, Bologna, Il Mulino, 1968; L. RANDELLINI, La Chiesa dei giudeo-cristiani, Brescia, Paideia, 1968; S. M. KATUNARICH, Breve storia dell’ebraismo e dei suoi rapporti con la cristianità, Casale Monferrato, Piemme, 1987; P. NAVE’ LEVINSON, Introduzione alla teologia ebraica, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1996; P. STEFANI, Introduzione all’ebraismo, Brescia, Queriniana, 1995; ID., Gli ebrei, Bologna, Il Mulino, 1997; G. SCHOLEM, La cabala, Roma, Mediterranee, 1992; ID., Le grandi correnti della mistica ebraica, Torino, Einaudi, 1993; L. SESTRIERI, Gli ebrei nella storia di tre millenni, Roma, Carucci, 1980; J. NEUSNER, Il giudaismo nella testimonianza della Mishnah, Bologna, EDB, 1995; D. BANON, Il Midrash. Vie ebraiche alla lettura della Bibbia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2001; D. LIFCSHITZ, I chassidim commentano la Scrittura, Roma, Dehoniane, 1995; G. BOCCACCINI, Il medio giudaismo, Genova, Marietti, 1993.

40 - A. R. CARMONA, Ibidem, p. 8, n. 2.

41 - Ibidem, p. 9.

42 - Ibidem, pp. 151-153.

43 - Ibidem, pp. 156-157.

44 - Ibidem, p. 159.

45 - Ibidem, pp. 397-398.

46 - Ibidem, p. 415.

47 - Ibidem, pp. 417-419.

48 - Ibidem, p. 428.

49  -
Ibidem, p. 430.

50 -
Ibidem, p. 240.

51 -
Ibidem, p. 248.

52 -
Ibidem, p. 259.

53 -
Ibidem, p. 261.

54 -
Ibidem, pp. 485-486.

55 - Ibidem, p. 276.

56 - Cfr. J. MIEINVIELLE, Dalla Càbala al Progressismo, Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2019; L. MEURIN, La Frammassoneria Sinagoga di Satana, Proceno -Viterbo, Effedieffe, 2019.

57 - E. ZOLLI, voce Talmud, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1953, vol. XI, coll. 1714-1715.

58 - R. CALIMANI, Non è facile essere ebreo. L’ebraismo spiegato ai non ebrei, Milano, Mondadori, 2004, pp. 40-42.

59 - A. ELKANN - E. TOAFF, Essere ebreo, Milano, Bompiani, 1994, p. 107.

60 -   J. BONSIRVEN, Textes rabbiniques des deux premiers siècles chrétiens. Pour servir à l’intelligence du Nouveau Testament, Roma, Pontificio Istituto Biblico, 1955. Questo libro è molto utile ed importante per noi. Infatti è un’antologia – scientificamente compilata – di testi rabbinici (tradotti in francese) dei due primi secoli dell’era cristiana, sino alla chiusura della Misnà. La Gemarà (che va dal IV al VI secolo d. C.) non vi è dunque riportata.  Esso si compone di una raccolta delle “Preghiere ebraiche antiche” (pp. 1-12), delle “Midrashim giuridiche” (pp. 13-87), distinte da quelle haggadiche (vale a dire morali o filosofiche), ed infine di "Documenti talmudici” (pp. 88-710), che racchiudono le sei sezioni (Zeraim, Moed, Nasim, Neziqim, Qodasim, Tohorot) del Talmùd, senza – come già scritto – il “Commento” (Gemarà) al “Testo” (Misnà), che invece è tradotto. Le citazioni del Talmùd vi sono riportate in maniera seguente: Y = Talmùd di Gerusalemme, B = Talmùd di Babilonia, M = Misnà. Per quanto riguarda il Talmùd babilonese, si cita solo il folio e il recto (a) o il verso (b); per il Talmùd di Gerusalemme si cita il capitolo, il paragrafo, il folio e le colonne (a, b, c, d). Vedi anche J. BONSIRVEN, Exégèse rabbinique et exégèse paulinienne, Parigi, 1939 ; ID, Le judaisme palestinien au temps de Jésus Christ, 2 voll., Parigi, 1935, tr. it., Torino, 1950; ID., Les idées juives au temps de Notre –Seigneur, Parigi, 1934; ID., Sur les ruines du Temple, ou le judaisme après 70, Parigi, 1928; F. BRENIER, Les Juifs et le Talmud, Parigi, LFA, 1913; J. M. RABBINOWICZ, Législation criminelle du Talmud, Parigi, Imprimerie Nationale, 1876; A. DARMESTETER, Le Talmud, Parigi, Allia, 1991; A.F. SAUBIN, Le Talmud et la Synagogue moderne, Parigi, Bloude, 1912; M. BELINSON – D. LATTES, Il Talmud. Scelta di massime, parabole, leggende, Paravia, Torino, 1924; NADAV ELIAHU MAVESSER TOV, I numeri del segreto. La numerologia secondo la cabala, Milano, ed. privata, 1990. 

61 - Dictionnaire de Théologie Catholique (D. Th. C.), voce Talmud, col. 15, Parigi, Letouzey, 1903-1950.

62 - Cfr. D. Th. C., cit., coll. 18-19.

63 - Non si può presumere di conoscere il Talmud dopo aver studiato i primi rudimenti di lingua ebraica o aramaica; per i non-ebrei si deve ricorrere ai riassunti fatti da Ebrei convertiti, come il Donìn, e alle antologie divulgative come quelle di A. ROHLING (Der Talmudjude, 1878, tr. fr. aumentata, Parigi, 1889) e di G. B. PRAINATIS (Christianus in Talmude Judaeorum, Petropoli, 1892, tr. it., Roma, Tumminelli, 1939, rist., Proceno - Viterbo, Effedieffe, 2005), per citare le più note, le quali, pur avendo i loro limiti (non esprimono tutta la teologia talmudica), hanno anche una loro utilità (fanno conoscere il pensiero del Giudaismo post-biblico su Cristo e i Cristiani), facendo attenzione a non lasciarsi coinvolgere emotivamente in uno spirito di rivalsa, ma senza neppure proibirne l’uso per non cadere nell’abuso (abusus non tollit usum).

64 - D. Th. C., cit., col. 24.

65 - Ivi.

66 - D. Th. C., cit., col. 26.

67 - In italiano si può leggere Il Vangelo del Ghetto. Le Toledòth Jéshu, a cura di RICCARDO DI SEGNI, Roma, Newton Compton, 1985.

68 - Dictionnaire de Théologie Cahtolique (D. Th. C.), voce Talmud, a cura di J. BONSIRVEN, coll. 27-28, Parigi, Letouzey, 1903-1950. Per la questione delle dispute tra convertiti ed ebrei cfr. E. ZOLLI, Antisemitismo, cit., Roma, AVE, 1945 (rist. Cinisello Balsamo, S. Paolo, 2005) pp. 139-147.

69 - D. A. F. C., cit., coll. 1689-1690.




 
settembre 2026
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