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| Contra judaizantes Capitolo terzo ![]() Rabbino
Jacob Neusner con Benedetto XVI
CAPITOLO 3°
RABBI
JACOB NEUSNER:
IL “GIUDEO/CRISTIANESIMO” È UNA “MENZOGNA” Secondo l’Autore, le due religioni «non condividono temi comuni» e, «se la Scrittura può fornire una base comune, ha condotto soltanto alla divisione, poiché l’Antico Testamento serve al Cristianesimo solo in quanto prefigurazione del Nuovo, e la Torah scritta per l’Ebraismo può e deve essere letta solo nell’ottica di adempimento e completamento compiuti dalla Torah orale». E ancora: «I Cristiani comunemente suppongono che l’Ebraismo sia la religione dell’Antico Testamento, ma ciò è vero solo in parte, perciò completamente falso» (72). Neusner definisce il rapporto tra le due religioni come «gente diversa [rabbini e vescovi], che parla di cose diverse [Israele e Cristo] a gente diversa [Ebrei e Cristiani]» (73) e conclude: «non esiste ora, né mai è esistita, una tradizione ebraico-cristiana» (74). Infatti il Cristianesimo si occupa della salvezza dell’ intera umanità, mentre il Giudaismo si occupa della santificazione della Nazione di Israele (75). Neusner, con onestà intellettuale e chiarezza, parla di «autonomia del Cristianesimo e della sua unicità e assolutezza» (76) e sfata la teoria, cara a Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, secondo cui il Cristianesimo sarebbe un Giudaismo “riformato”, come Lutero “riformò” il Cattolicesimo: «Il nostro secolo è stato testimone di un errore teologico fondamentale […]. Parlando apertamente, si tratta, per di più, di un errore protestante. L’errore teologico fu quello di presentare il Cristianesimo come una riforma storica, una continuazione dell’Ebraismo» (77). Tale errore è ascrivibile oltre che al Protestantesimo, anche all’esegesi modernizzante e modernistica del XX secolo e la sua conseguenza è stata deleteria per la dottrina cattolica. Infatti «i Cristiani […], si trovarono in una posizione subordinata […], diventando non il vero Israele […], ma semplicemente un Israele per difetto, cioè, per difetto del vecchio Israele» (78). In breve, una sorta di “fratello minore”, come ha detto il 13 aprile del 1986 Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, ed anche minorato. La teologia cristiana giudaizzante, di origine luterana, presentava il Protestantesimo come il vecchio Cattolicesimo riformato e il Cristianesimo delle origini come il vecchio Giudaismo riformato. La nuova teologia modernista e neo-modernista, canonizzata da Nostra aetate, riprendendo quest’errore esegetico-teologico luterano, presenta «la vita di Gesù in linea con l’Ebraismo del suo tempo e la salvezza di Cristo come un evento interno all’Ebraismo del I secolo» (79). Perciò, per capire Gesù e il Vangelo, ci si è messi ad interrogare il Talmud e i rabbini (80); mentre la dottrina tradizionale dei Padri ecclesiastici e del Magistero costante della Chiesa insegna che “nell’Antico Testamento è già nascosto il Nuovo e nel Nuovo Testamento appare chiaro il significato dell’Antico” (S. AGOSTINO, Quaest., in Hept., II, 73). L’Autore precisa che l’ambiente cattolico fu contaminato da tale tendenza dopo la tragedia della seconda guerra mondiale a causa di una certa valutazione del nazionalsocialismo, per cui s’insisteva «sull’eredità ebraica della Chiesa e del Cristianesimo […], tenendo conto della tragedia del Cristianesimo nella civilizzazione dell’Europa cristiana, pervertita dal nazismo. […] Tutti erano animati da buone intenzioni […]. Ma il risultato è una lettura non cristiana del Nuovo Testamento» (81), come ha dovuto ammettere anche Benedetto XVI (Ebrei e Cristiani, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019). L’ermeneutica modernizzante del Nuovo Testamento “non è cristiana”, come non lo è quella luterana, perché «fa appello alle fonti ebraiche, […] tale ermeneutica deriva dalla teologia di un Cristianesimo come continuazione dell’Ebraismo» (82), mentre il Cristianesimo è qualcosa di unico, assoluto, autonomo e non è per nulla una riforma dell’Ebraismo. Neusner rigetta totalmente la dottrina secondo cui «Gesù era Ebreo e dunque, per capire il Cristianesimo, i Cristiani debbono venire a patti con l’Ebraismo» (83). Il vero Cristianesimo è quello che «può cogliere se stesso come lo coglievano i Padri della Chiesa, come nuovo e non contingente, […] non come subordinato all’Ebraismo. […]. Ebraismo e Cristianesimo sono religioni del tutto differenti e con poco in comune» (84). Per il Cristianesimo, infatti, Dio è uno nella natura, ma Trino nelle Persone e Gesù è Dio incarnatosi nel seno della SS. Vergine Maria; mentre il Giudaismo continua a negare la SS. Trinità e la divinità di Cristo. Insomma il rabbino americano confuta tutti gli errori giudaizzanti, che vanno da Nostra aetate sino ai due ultimi libri di Benedetto XVI (Ebrei e Cristiani, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) e di papa Bergoglio (La Bibbia dell’Amicizia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019). Neusner conviene che, se il Cristianesimo è unico anche l’Ebraismo si ritiene tale, onde l’inutilità del dialogo tra due religioni diametralmente opposte, anche se fondate – in parte – su una base semi-comune. L’Antico Testamento è letto, però, dal Giudaismo alla luce del Talmud, ritenuto più importante della Torah (85), mentre dal Cristianesimo è letto alla luce del Nuovo Testamento per cui – conclude il rabbino americano – «non possiamo riferirci alla Bibbia quando parliamo di Ebraismo» (86) e «il Cristianesimo non è tale perché ha migliorato l’Ebraismo […]. Ma perché costituisce un sistema religioso autonomo, assoluto, unico. […], Ebraismo e Cristianesimo sono due religioni del tutto diverse» (87). Viva la faccia della sincerità che svela la menzogna della cultura giudaico-cristiana e la “Bibbia dell’Amicizia”! Il problema centrale, ammette il Neusner, non è quello delle “radici comuni”, ma quello della divinità di Gesù Cristo. Infatti, egli si chiede onestamente: «Gesù è il Cristo? Se è così allora l’Ebraismo cade. Se non è così, allora il Cristianesimo sbaglia» (88). Egli cita EUSEBIO DA CESAREA (tr. it., Storia ecclesiastica, Milano, Rusconi, 1979) e S. GIOVANNI CRISOSTOMO (tr. it., Omelie contro i Giudei, Verrua Savoia - Torino, CLS, 1997). Questi parlava di “regressione cristiana al Giudaismo” di quei falsi Cristiani che frequentavano ancora le sinagoghe e i culti ebraici ad Antiochia tra il 386-387, e quindi di “ritorno all’infedeltà giudaico-talmudica”. Questa accusa mossa nel IV secolo dal Crisostomo ai Giudaizzanti di Antiochia – aggiungiamo noi – la si potrebbe rivolgere oggi ai Giudaizzanti del Vaticano II (Nostra aetate, 1965) e del post-concilio (Preghiera del Venerdì Santo del Novus Ordo Missae di Paolo VI, 1970; L’Antica Alleanza mai revocata, di Giovanni Paolo II Magonza 1980; gli Ebrei nostri fratelli maggiori e prediletti nella fede di Abramo, Giovanni Paolo II nel 1986; sino al Discorso alla sinagoga di Roma, di Benedetto XVI, 17 gennaio 2010 e a quello di Francesco nel 2015). Infatti, tertium non datur: se Cristo è Dio, l’Ebraismo cade; se non è Dio, abbiamo sbagliato noi Cristiani per duemila anni; dovremmo riconoscerlo pubblicamente, chiedere perdono a Dio e agli uomini ed infine farci Ebrei o meglio “proseliti della porta” o “noachidi”. Il dialogo giudaico-cristiano è inutile, dannoso, ingiurioso, falso e menzognero come riconosce anche rabbi Jacob Neusner, il quale concorda col Crisostomo quanto al fatto che il “giudaizzare”, per i Cristiani, è un «atto di apostasia, incredulità e rifiuto di [Cristo] Dio» (89) e ritiene che il Crisostomo, giustamente, temeva che i Cristiani di Antiochia si mostrassero «cedevoli riguardo all’ Ebraismo» (90), cosa direbbe dei “Cristiani” post-conciliari? Alla dottrina cristiana tradizionale secondo la quale Cristo è Dio ed ha previsto nel 33 la distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio (messa per iscritto nei Vangeli da San Matteo circa nel 42, da San Marco nel 44 e da San Luca nel 60), previsione avveratasi nel 70, l’Ebraismo rispondeva nel IV secolo, per bocca dei suoi rabbini, che Roma divenuta cristiana è il penultimo Impero dopo Babilonia, Media, Grecia e sarà seguìto da quello, ultimo e definitivo, di Israele, come famiglia genetica di Abramo, che darà la morte alla Roma prima pagana e poi cristiana, essendo “il carattere di Roma precipuamente cristiano” (91). «I saggi [o rabbini, ndr] – scrive Neusner – affermano che Israele secondo la carne […] permane in uno stato incondizionato e perenne. Non si smette mai di essere figli [fisici, ndr] e figlie dei propri genitori. Così Israele secondo la carne costituisce la famiglia, nella sua forma più fisica, di Abramo, Isacco e Giacobbe […]: la totale e completa “geneaologizzazione” di Israele» (92). Come si vede, è una questione solo genetica o di stirpe: chi parla di “razza”, stirpe, “olim Judaeus semper Judaeus”, “sangue e suolo” è il Giudaismo rabbinico, e non il Cristianesimo. Pertanto è evidente quanto sciocca sia l’accusa di Antisemitismo mossa alla Chiesa, purtroppo oggi anche dai Papi conciliari e post-conciliari (cfr. FRANCESCO, La Bibbia dell’Amicizia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019; BENEDETTO XVI, Ebrei e Cristiani, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019). Inoltre, se «Israele provocherà la caduta di Roma [ex-pagana e poi con Costantino cristiana, ndr]» (93), vuol dire che per i rabbini Israele non è finito, ma soppianterà Roma e il Cristianesimo. Secondo l’Autore, la caduta di Gerusalemme fu causata dall’arroganza dei Giudei zeloti del I secolo, i quali, già nel 66-70 e poi specialmente con Bar Kobà nel 132-135, rifiutarono di abbandonarsi alla Provvidenza divina e vollero edificare un Regno d’Israele con le loro forze naturali e politico-militari; come ha fatto il Sionismo nel 1948, portandoci alle soglie di una guerra mondiale e nucleare con la situazione venutasi a formare in Siria a partire dal 2011 e adesso in Iran, in cui verrebbero a scontrarsi la Russia e forse la Cina con gli Usa. Tale arroganza provocò da parte divina l’abbandono di Israele nelle mani di Roma, la quale da pagana si fece poi cristiana e nel IV secolo sembrò che il Cristianesimo romano avesse trionfato sul Giudaismo. Ma l’Apocalittica ebraica (94), rinviando alla fine degli ultimi tempi la riscossa e restaurazione del regno d’Israele, ha cercato di ribaltare la “teologia cristiana della storia”. Ora, la stessa situazione si è venuta a creare con la nascita dello Stato di Israele (1948) ad opera della politica, delle armi, dell’aiuto britannico/statunitense e non del Messia ebraico e quindi, per i rabbini ortodossi odierni, il Sionismo rappresenta una minaccia per Israele, come avvenne nel 66-70 con lo Zelotismo, che scatenò la guerra giudaico/romana, portando alla distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio (anno 70) e poi nel 132-135 di tutta la Terra Promessa, dalla quale i Giudei furono definitivamente scacciati sotto pena di morte se vi avessero rimesso piede. Giudaismo, Cristianesimo e Islam
Interessanti anche le considerazioni che NEUSNER fa sull’Islam. Egli scrive: «Come sappiamo che [nonostante l’apparente trionfo del Cristianesimo, con gli Imperatori romano-cristiani, a partire da Costantino e Teodosio, ndr] vinse l’Ebraismo dei saggi o rabbini? Perché quando, a sua volta, vinse l’Islam [VII-VIII secolo, ndr], il Cristianesimo si ritirò dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Senza dubbio il Cristianesimo resistette, ma non come la religione maggioritaria del Medio Oriente romano e del Nord Africa […] il carattere islamico del vicino e del Medio Oriente e del Nord Africa ci racconta la storia di quanto avvenne realmente: una disfatta per il Cristianesimo […]. La Croce avrebbe regnato solo dove non si trovavano l’Islam e il suo potere militare» (95). MICHAEL BRENNER, professore di Storia e Cultura ebraica all’Università di Monaco, in Breve storia degli ebrei, (Roma, Donzelli, 2009) scrive: «Fu il viaggio di un non-ebreo [Maometto, ndr] a dare il via alla più grande trasformazione della società ebraica dopo la distruzione del secondo Tempio. Quando Maometto nell’anno 622 si trasferì dalla Mecca a Yathrib (Medina) iniziò la marcia trionfale dell’Islam. Tra il VII e il XIII secolo quasi il 90% degli Ebrei viveva in territori islamici […]. Un tempo sparsi su diversi Stati e regni, essi si trovavano adesso uniti sotto il dominio musulmano […]. L’autorevolezza pressoché universale che […] vennero ad assumere il Talmud e i rabbini dipese anche da quelle condizioni politiche, che resero possibile una “standardizzazione” dell’Ebraismo. Alcune delle famiglie di Medina che accolsero Maometto appartenevano alle tribù ebraiche stanziate sulla penisola araba […]. Alcuni elementi della tradizione ebraica, al pari di quelli delle tradizioni [ereticali e gnosticizzanti, ndr] dei Cristiani che vivevano nella regione, erano entrati a far parte della cultura dell’area. Non meraviglia quindi che Maometto […], conoscesse non solo le narrazioni bibliche, ma anche le interpretazioni ebraiche e cristiane [gnosticheggianti, ndr] della Bibbia» (96). Brenner spiega poi il motivo della rottura tra Islam e Giudaismo e lo Gnosticismo cristiano ereticale orientale così: «Tuttavia [Maometto, ndr] aveva sperato che gli Ebrei avrebbero accettato la sua nuova religione. Ma il rifiuto della maggior parte di loro […] portò ad un conflitto militare» (97). I contrasti teologici tra Islamismo e Giudaismo, però, furono meno forti di quelli tra Cristianesimo ortodosso ed Ebraismo perché «il Corano non aveva soppiantato il Vecchio Testamento [come lo aveva soppiantato il Vangelo, ndr], i Musulmani non si consideravano i “nuovi” veri Ebrei, nei quali “non c’è dolo” [o il “verus Israel”, l’Israele spirituale, ndr] ed era assente [nell’Islamismo, ndr] la cruciale accusa di “deicidio” […]. Non stupisce che molti Ebrei salutarono come liberatori i conquistatori musulmani dei territori dell’Impero romano già Cristiani» (98). In breve, mentre tra Cristianesimo e Giudaismo vi è un conflitto teologico radicale, non così tra quest’ultimo e l’Islamismo; il conflitto fu bellico, non teologico e fu un frutto dell’orgoglio nazionalista arabo di Maometto, ferito dal rifiuto opposto dagli Ebrei alla sua dottrina molto simile alla loro, ma di “seconda mano”. Perciò l’attuale “conflitto di civiltà”, voluto dagli Usa e dallo Stato d’Israele, è uno scontro geopolitico/militare con il “mondo arabo” in quanto non ancora “liberalizzato” e “illuminato” dalla modernità occidentale, e per nulla un distanziarsi teologicamente dall’Islamismo, che in sé è visto con simpatia (v. l’Isis, sostenuto dagli Usa, gran parte dell’Occidente e da Israele, che si son schierati contro al-Assad e per Daesh), in quanto argine al Cristianesimo tradizionale e non giudaizzante. Il Deicidio
La Dichiarazione conciliare Nostra aetate (28. X. 1965) al n. 4-g scrive: “La morte di Cristo fu dovuta ai peccati di tutti gli uomini. E se autorità ebraiche con i propri seguaci si son adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la Passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo”. Occorre distinguere: 1°) Cristo è morto per riscattare i peccati di tutti gli uomini, ossia la causa finale della morte di Cristo è la Redenzione del genere umano; però 2°) la causa efficiente che ha prodotto la morte di Cristo non furono i peccati degli uomini, ma il Giudaismo post-biblico, che negando la divinità di Cristo, lo condannò a morte e fece eseguire la sentenza dai Romani. Per tutti i Padri della Chiesa, unanimemente, la causa efficiente e responsabile della morte di Gesù è il Giudaismo farisaico, talmudico e anticristiano tramite i suoi fedeli. Nella morte di Cristo è implicata la comunità religiosa dell’Israele post-biblico, che ha rifiutato Gesù e persevera nel rifiuto dei loro padri e non tutta la stirpe fisica (infatti, un “piccolo resto d’Israele” fu fedele a Cristo: gli Apostoli e i Discepoli), anche se la maggior parte del popolo prese parte attiva alla condanna di Gesù. Il consenso anche solo “moralmente unanime” dei Padri (un buon numero di essi e non assolutamente tutti: consenso “matematicamente unanime”) è segno di Tradizione divino/apostolica, ossia i Padri sono l’organo che trasmette la Tradizione divino/apostolica; quindi il loro “consenso moralmente comune” (per il deicidio vi è addirittura il “consenso matematico”: cfr. DENISE JUDANT, Judaisme et Christianisme, éd. du Cèdre, Paris, 1969; ID., Jalons pour une théologie chrétienne d’Israel, éd. du Cèdre, Paris, 1975) è regola di fede, vale a dire che ciò che i Padri ecclesiastici insegnano con consenso moralmente unanime in materia di fede e di morale (non è necessario il consenso assoluto o matematico) è Rivelato da Dio e trasmesso agli Apostoli. Poiché, essi sono stati posti da Dio nella Chiesa per conservare la Tradizione divina ricevuta dagli Apostoli. Nel nostro caso i Padri ecclesiastici (99) sono non solo moralmente, ma anche matematicamente concordi nell’insegnare che la gran parte (infedele a Cristo) del popolo ebraico, ossia il Giudaismo talmudico in sé come religione anticristiana e antitrinitaria è responsabile, come causa efficiente, della morte di Cristo e ha dato luogo ad una nuova religione scismatica ed eretica nei confronti dell’Antico testamento: il Talmudismo, che si distacca dal Mosaismo, (il quale credeva nel Messia venturo annunziato dalle Profezie veterotestamentarie avverate da Gesù di Nazareth) e che ancor oggi rifiuta la divinità di Cristo e lo condanna come idolatra, poiché da uomo pretende farsi Dio (100). I capi:
Sapevano chiaramente, come insegna s. Tommaso d’Aquino, (S. Th., III, q. 47, aa. 5-6; II-II, q. 2, aa. 7-8) che Gesù era il Messia e volevano ignorare o non ammettere che era Dio (ignoranza affettata, che aggrava la colpevolezza). Il popolo:
Nella maggior parte ha seguito i capi, mentre un “piccolo resto” ha seguìto Cristo, ha avuto un’ignoranza non affettata o voluta, ma vincibile, quindi una colpa meno grave dei capi, ma oggettivamente o in sé grave (soggettivamente, ossia nel cuore d’ogni singolo uomo, solo Dio vi entra, noi non possiamo conoscerlo). Il popolo, che pur aveva visto i miracoli di Cristo, ha l’attenuante di aver seguìto il Sommo Sacerdote del momento, il Sinedrio, i Capi d’Israele; il suo peccato è grave in sé, anche se è diminuito in parte, non cancellato totalmente, da ignoranza vincibile, ma non affettata (S. Th., II-II, q. 2, aa. 7-8). Il Giudaismo rabbinico odierno, nella misura in cui è la libera continuazione del Giudaismo talmudico e rabbinico dei tempi di Gesù e si ostina a non accettarlo come Messia-Dio, partecipa oggettivamente alla responsabilità del deicidio. L’ex-rabbino capo di Roma, convertitosi al Cattolicesimo nel 1945, ISRAEL EUGENIO ZOLLI, scrive che: “Il principio di corresponsabilità era diffusissimo nell’antico Oriente […] e si estende non solo alla famiglia del trasgressore, ma anche alla sua città, e quando si tratta di un re, persino a tutto il suo Paese e a tutta la sua Nazione. […] Il principio di corresponsabilità trova la sua applicazione persino nel giure romano” (Antisemitismo, Roma, AVE, 1945; rist. Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 56). Onde “L’uccisione di Gesù grava sugli Ebrei considerati come collettività etnica e religiosa” (ibidem, p. 90). Crocifissione di Gesù,
Divinità di Cristo e SS. Trinità
S. Tommaso d’Aquino (S.Th., III, q.47, a.6, ad 1um) si chiede «se i Capi dei Giudei sapevano che la Persona che crocifiggevano era Dio stesso Incarnato, la seconda Persona della SS. Trinità?» Egli risolvere il dubbio con una distinzione: “Prima del peccato originale l’uomo ebbe fede esplicita dell’Incarnazione di Cristo... non in quanto era ordinata a liberare dal peccato con la Passione e la Risurrezione, perché l’uomo non prevedeva il suo peccato. Invece si arguisce che credeva nell’Incarnazione del Verbo (in quanto ordinata alla pienezza della gloria) dalle parole: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si stringerà alla moglie” (Gen., II, 24). Parole che secondo S. Paolo stanno ad indicare il “gran mistero in Cristo e nella Chiesa” (Ef,. V, 32); mistero che non è credibile sia stato ignorato da Adamo (S. Th., II-II, q. 2, a.7, in corpore). In breve quando Dio parlò ad Adamo del matrimonio gli spiegò che era una figura dell’unione di Cristo e della Chiesa; gli dovette spiegare, quindi, allora il mistero della Trinità ed Unità di Dio e quello dell’Incarnazione del Verbo. “Dopo il peccato originale - prosegue S. Tommaso - il mistero dell’Incarnazione fu creduto esplicitamente anche rispetto alla Passione e Resurrezione, con le quali l’umanità viene liberata dal peccato... altrimenti gli antichi non avrebbero prefigurato la Passione di Cristo con i sacrifici... e di questi sacrifici i maggiorenti (principes judeorum) conoscevano esplicitamente il significato; mentre il popolo ne aveva soltanto una conoscenza confusa” (Ib., in corpore). Perciò i prìncipi dei Giudei avevano una conoscenza esplicita del mistero dell’Incarnazione, Passione e Morte del Verbo Incarnato. Quanto poi al mistero della Trinità, S. Tommaso risponde: “Fin dal principio fu necessario per salvarsi credere il mistero della Trinità. ...non è possibile credere esplicitamente il mistero di Cristo, senza la fede nella Trinità... perciò prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero dell’Incarnazione e cioè esplicitamente dai maggiorenti ed in maniera implicita e quasi velata dalle persone semplici” (S. Th., II-II, q.2, a 8, in corpore). Lo stesso concetto è ripreso dall’Angelico nel Commento alle Sentenze: “Dopo il peccato originale, prima dell’Avvento di Cristo, alcuni avevano la fede esplicita nel Redentore, ai quali era stata fatta una rivelazione speciale, ed essi erano i majores. Altri invece, come i minores avevano una fede implicita [nel Redentore] contenuta virtualmente nella fede dei majores” (In III Sent., dist. 25, q.2, a. 2, qcq. 2). Ed ancora: “Sia prima che dopo il peccato originale fu necessario che i majores avessero una fede esplicita nella Trinità; non fu tuttavia necessario per i minores dopo il peccato. ... e similmente dopo il peccato originale fino al tempo della grazia i majores erano tenuti ad avere la fede esplicita nel Redentore, i minores invece soltanto implicita o nella fede dei Patriarchi e dei Profeti” (De Verit., q.14, a. 11, in corpore). Infine nel Commento alla Epistola agli Ebrei, S. Tommaso afferma: “Alcuni più esplicitamente [credevano alla Trinità, ndr], ed erano i majores, ai quali fu fatta aliquando Revelatio specialis” (Ad Haebr., cap. XI, lectio II, n. 576, Marietti, Torino, 1953). Conclusione
Le “radici ebraico-cristiano/romane” sono una “menzogna”, come ammette anche il Neusner. Si può, invece, parlare di radici comuni ebraico-calviniste o usa/israeliane. L’Ebraismo dal 70 è il Talmudismo rabbinico, non è più la Bibbia. Attualmente assistiamo ad un tentativo di giudaizzazione della Chiesa (101). Purtroppo, il dialogo con il Giudaismo prosegue, dopo Giovanni Paolo II, anche con Benedetto XVI, il quale nel suo libro Molte religioni un’unica Alleanza: Il rapporto ebrei cristiani. Il dialogo delle religioni (J. RATZINGER, Cinisello Balsamo, San Paolo, tr. it., 2007) scrive che «Dopo Auschwitz il compito della riconciliazione e dell’accoglienza si è ripresentato davanti a noi in tutta la sua imprescindibile necessità» (102). Poi, citando Gv. IV, 22 «la salvezza viene dai Giudei», che riguarda i Giudei credenti nel Cristo venturo o venuto, e non i Giudei che Lo hanno rigettato, e che fu pronunciata da Gesù prima della sua Morte in croce e quindi quando ancora vigeva l’Antica Alleanza, afferma che «tale origine mantiene vivo il suo valore nel presente [dopo la morte di Cristo, nella Nuova ed Eterna Alleanza, e concerne i Giudei tuttora increduli!, ndr]» (103), Nel suo ultimo libro (Ebrei e Cristiani, San Paolo, 2019) Benedetto XVI come pure Francesco (La Bibbia dell’Amicizia, San Paolo, 2019) riprendono e aggravano tali affermazioni. Tuttavia, per chi non è Ebreo, «non vi può essere accesso a Gesù […], senza l’accettazione del Nuovo Testamento» (104) onde per gli Ebrei la salvezza verrebbe da Israele e dal Talmud, mentre per i Gentili convertiti al Cristianesimo verrebbe da Cristo e dal Nuovo Testamento. L’Antica Alleanza, anche secondo Benedetto XVI, non è mai cessata (cfr. Giovanni Paolo II, L’Antica Alleanza mai revocata, Magonza, 17 novembre 1980), in quanto “Alleanza” significherebbe solo la volontà divina e non un contratto bi-laterale (105) tra Dio e l’uomo o l’Israelita, per cui, anche se Israele è infedele a Dio, Dio non scinde l’Alleanza. Invece “Deus non deserit nisi prius deseratur / Dio abbandona solo dopo essere stato abbandonato”. Ora siccome Israele nella maggior parte dei suoi membri ha abbandonato Dio, rifiutando il Verbo Incarnato, Dio ha preso atto della sua rottura ed ha scisso la Vecchia Alleanza con lui, istituendone una Nuova ed Eterna con tutti gli uomini di tutte le razze (Greci ed Ebrei) purché disposti a credere in Cristo Messia e Dio incarnato. È triste, ma per conoscere la dottrina cattolica sui rapporti tra Cristianesimo ed Ebraismo, occorre andare a “catechismo” dal rabbino Jacob Neusner; mentre per “giudaizzare”, basta ascoltare i Papi post-conciliari (v. “La Bibbia dell’Amicizia” di Bergoglio ed “Ebrei e Cristiani” di Ratzinger, Edizioni San Paolo, 2019). Che strana epoca questa! L’Ebreo insegna il “catechismo” cattolico, pur non credendovi, e il prete cattolico racconta i midrashim, e forse ci crede anche o almeno fa finta di crederci. L’odio per Roma che caratterizza ed accomuna l’Ebraismo e il Luteranesimo (“Los von Rom / Lontani da Roma”) è indicativo. Lo stato attuale di abbrutimento dell’umanità e soprattutto della “Vecchia Europa”, distrutta dal piano Kalergi, è il frutto del dominio giudaico-americanista sul mondo; la salvezza e la restaurazione dell’uomo, della famiglia e della società, sarà il frutto miracoloso del trionfo di Roma “immortale di Martiri e di Santi”! Il Giudaismo talmudico è rigettato
da Dio?
Inoltre “NA” n. 4-h scrive: «Gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Scrittura». Innanzitutto bisogna specificare che si sta parlando di Ebraismo religione post-biblica e dei fedeli di essa, gli Ebrei che seguono la Càbala e il Talmùd (“NA” equivoca, quando usa la semplice parola “Ebrei”, mentre sta parlando dei “rapporti tra stirpe di Abramo che ha legami spirituali molto stretti con la Chiesa di Cristo”. Ora non si può coniugare la “stirpe” con lo “spirituale” come se fossero concetti univoci, mentre sono equivoci, ossia hanno significati totalmente diversi). Poi occorre precisare i termini teologici e biblici di riprovazione e maledizione. a) Riprovare: significa rigettare, reputare inutile, disapprovare, rompere un’amicizia. Ora la Sinagoga talmudica, che l’Apostolo s. Giovanni chiama due volte “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9), dopo l’uccisione di Cristo, è stata disapprovata, rigettata da Dio, che ha costatato la sua infedeltà al Vecchio Patto stretto da Lui con Abramo/Mosè e l’ha ripudiata per stringere una Nuova Alleanza con il “piccolo resto” o “reliquia” d’Israele fedele a Cristo e a Mosè, e con tutte le Genti pronte ad accogliere il Vangelo (le quali in massima parte hanno corrisposto al dono di Dio, mentre solo una loro “reliquia” lo ha rifiutato, per adorare narcisisticamente se stessa tramite gli idoli che si era costruiti a mo’ di specchio). Dio ha sconfessato chi ha rinnegato il suo Figlio unigenito e consustanziale, “Dio vero da Dio vero”. Quindi la sana teologia ha interpretato la Scrittura e ha insegnato che il Giudaismo post-biblico è riprovato o disapprovato da Dio, ossia sino a che resta nel rifiuto ostinato di Cristo, non è unito spiritualmente a Dio, non è caro a Lui, non è in grazia di Dio. b) Maledire: significa condannare, non è una “maledizione formale” scagliata da Dio (simile a quella contro il serpente infernale nell’Eden) come un’imprecazione a fin di male, ma è una “maledizione oggettiva”, ossia una situazione che è costatata come disordinata e, quindi, condannata da Dio, della quale Egli dice male o “male-dice”. Infatti, Dio non può approvare, dir bene o “bene-dire” il rifiuto di Cristo. Il Padre, avendo constatato la sterilità del Giudaismo farisaico e rabbinico, che ha ucciso i Profeti, suo Figlio e infine gli Apostoli, la condanna, disapprova o ne “dice-male” o “male-dice”. Come Gesù che, constatata la sterilità di un fico, lo maledisse, ossia non lo apprezzò, ma lo condannò in quanto infruttuoso (106). Riporto qui quanto ha scritto un’Ebrea convertita e valente studiosa di Patrologia: «Occorre distinguere il Giudaismo dell’AT dal Giudaismo post-cristiano. Il primo (AT), è una preparazione del Cristianesimo; il secondo invece (Giudaismo post-cristiano), ha negato la messianicità di Gesù e continua a rifiutare il Messia Gesù Cristo. In questo senso vi è un’opposizione di contraddizione tra Cristianesimo e Giudaismo attuale. L’Antica Alleanza è basata anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del Patto bilaterale. Infatti l’Alleanza non è incondizionata (Dt., XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini... maledizioni se disobbedite” (Dt., XI, 28). L’Alleanza Antica dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo, che Egli vorrebbe distruggere (Dt., XXVIII; Lev., XXVI, 14 ss.; Ger., XXVI, 4-6; Os., VII, 8 e IX, 6). Dopo la morte di Cristo, il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo ad “un piccolo resto” fedele a Cristo e a Mosè, che preannunciava Gesù. In séguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’AT che Lo annunciava, il perdono di Dio si restrinse solo ad “un piccolo resto”. Da parte di Dio, diversamente che da parte dell’uomo, non vi è rottura del Suo piano, ma solo sviluppo e perfezionamento dell’Alleanza Antica, nell’Alleanza Nuova e definitiva, che darà al “piccolo resto” dei Giudei fedeli al Messia un “cuore nuovo” e si aprirà all’umanità intera... Gesù non ha instaurato una nuova religione, ha insegnato che Dio voleva la salvezza di tutta l’umanità e che la venuta del Cristo era la condizione di tale salvezza... La comunità cristiana è rimasta fedele alla Tradizione veterotestamentaria, riconoscendo in Gesù il Cristo-Messia annunciato dai Profeti. Per i Cristiani è il Giudaismo post-biblico ad essere infedele all’AT, ma vi è un “piccolo resto ” fedele, che entrando nella Chiesa di Cristo garantisce la continuità dell’Alleanza (Antica-Nuova), in vista di Cristo venturo e venuto. Egli è la “pietra d’angolo” che “ha fatto di due [popoli: Giudei e Gentili] una sola cosa” [Cristiani]» (107). NOTE 70 - Nato negli Usa nel 1932, professore di storia e teologia dell’ebraismo presso il “Bard College” di New York, ordinato rabbino presso il “Jewish Theological Seminary”, è considerato il più grande specialista vivente della letteratura rabbinica antica. 71 - J. NEUSNER, Ebrei e cristiani. Il mito di una tradizione comune, tr. it., Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, p. 7. 72 - Ibidem, pp. 159-160. 73 - Ibidem, p. 9. 74 - Ivi. 75 - Ibidem, p. 17. 76 - Ibidem, p. 31. 77 - Ibidem, p. 32. 78 - Ibidem, p. 33. 79 - Ibidem, p. 34. 80 - Ivi. 81 - Ivi. 82 - Ibidem, p. 35. 83 - Ibidem, p. 160. 84 - Ibidem, pp. 162-163. 85 - Ibidem, p. 176. 86 - Ibidem, p. 197. 87 - Ibidem, pp. 43-44. 88 - Ibidem, p. 72. 89 - Ibidem, p. 74. 90 - Ivi. 91 - J. NEUSNER, cit., p. 110. 92 - J. NEUSNER, cit., p. 102. 93 - J. NEUSNER, cit., p. 81. 94 - La letteratura apocalittica ebraica consiste in una «finzione letteraria, di sedicenti vaticini posteriori agli eventi, che non meritano maggior credito degli oracoli sibillini» (FRANCESCO SPADAFORA, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, p. 41). Essa sorge quando Israele attraversa il suo periodo più burrascoso, dall’accanimento di Alessandro Magno (336 a. C.) e soprattutto di Antioco IV (175-164 a. C.) contro lo Jahwismo sino alla distruzione di Gerusalemme con Tito (70 d. C.) e della Giudea con Adriano (135 d. C.). Alcuni zelanti Jahwisti cercarono allora di rincuorare gli Israeliti con delle future promesse per Israele (ANTONINO ROMEO, voce “Apocalittica letteratura”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1948, vol. I, col. 1616); nell’Apocalittica giudaica «tutto è ristretto al campo nazionalistico e temporale» (F. SPADAFORA, ivi). «Essa è ripiena di odio, spesso feroce, contro i Gentili e di ardente simpatia per Israele» scrive MARIE JOSEPH LAGRANGE (Le judaisme avant Jesus-Christ, 2a ed., Parigi, 1931, pp. 70-90). All’Apocalittica si deve la formazione del più acceso nazionalismo ebraico (F. SPADAFORA, ivi) e da essa deriverà un certo Gnosticismo e il Millenarismo (A. ROMEO, ivi, col. 1618) con la teoria della mitigazione delle pene per i dannati (cfr. l’Apocatastasi di Origene, ripresa tra il 1940 e il 1951 da Hans Urs Von Balthasar († 1984) e Jean Daniélou († 1973). Mons. Antonino Romeo conclude: «Il Regno di Dio [nell’Apocalittica] riveste un carattere nazionalistico-terreno. […] Il regno sarà di questo mondo. […] mai il Messia è visto come un Redentore spirituale, espiatore dei peccati del mondo» (ivi, col. 1618) ed infine: «Verso le Genti gli apocalittici sono spietati e implacabili, ogni compassione sarebbe scambiata per debolezza» (ibid., col. 1619). 95 - J. NEUSNER, cit., pp. 118-119. 96 - M. BRENNER, Breve storia degli ebrei, Roma, Donzelli, 2009, p. 59. 97 - ID., cit., p. 60. 98 - ID., cit., p. 60. 99 - Da s. Ignazio d’Antiochia († 107) sino a s. Agostino († 430); passando per s. Giustino († 163), s. Ireneo († 200), Tertulliano († 240), s. Ippolito di Roma († 237), s. Cipriano († 258), Lattanzio († 300), s. Atanasio († 373), s. Ilario di Poitiers († 387), s. Gregorio Nazianzeno († 389), s. Ambrogio di Milano († 397) e s. Cirillo d’Alessandria († 444). Sono oltre 300 anni d’insegnamento patristico matematicamente e ininterrottamente unanime. 100 - V. ZUBIZARRETA, Theologia dogmatico-scolastica, ed. El Carmen, Vitoria, 1948, n. 699, tesi IV. 101 - Cfr. MAURICE PINAY, Complotto contro la Chiesa, II ed., Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2015. 102 - Cit., p. 9. 103 - Ivi. 104 - Ivi. 105 - Ibidem, p. 32. 106 - D. JUDANT, Judaisme et Christianisme, éd. du Cèdre, Paris, 1969, pagg. 88-91 ; ID., Jalons pour une théologie chrétienne d’Israel, éd. du Cèdre, Paris, 1975, pagg. 7-15 ; pagg. 33-83, passim. 107 - Cfr. Monsignor L. M. CARLI, La questione giudaica davanti al Concilio Vaticano II, in «Palestra del Clero», n. 4, 15 febbraio 1965, pagg. 192-203. |