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| Contra judaizantes Capitolo quarto ![]() Rabbino
Elia Benamozegh
CAPITOLO 4°
ALLE
FONTI DEL GIUDEO/CRISTIANESIMO ODIERNO
IL CABALISTA ELIA BENAMOZEGH (1823 – 1900) Premessa Vi è senz’altro, a partire da Giovanni XXIII, un’offensiva comune per giudaizzare la fede cattolica. Il 24-25 giugno del 1985, infatti, L’Osservatore Romano aveva pubblicato il Documento “Sussidi per una corretta presentazione dell’Ebraismo”, curato dalla “Commissione per i rapporti con l’Ebraismo”, presieduta dal CARD. WILLEBRANDS. Quel documento giungeva fino a negare la storicità dei Vangeli per poter tessere l’apologia dei… Farisei! Per di più, la sua pubblicazione su L’Osservatore Romano era accompagnata da un articolo di PROSPERO GRECH, allora docente alla Lateranense, dal titolo “Educare una nuova generazione”. Vi si leggeva: “Bisogna che sia fatta un’opera di istruzione capillare a livello di professori di teologia, maestri d’istruzione religiosa, catechisti, mezzi di comunicazione e particolarmente nelle omelie”. Dunque ci si annunzia una manovra a lungo termine per cambiare la mentalità dei cattolici al fine di realizzare un progressivo amalgama tra fede della Chiesa e fede della Sinagoga mediante l’uso di termini a doppio senso ed un miscuglio di verità ed errori. Ci sono ora capitati tra le mani diversi libri di case editrici ancor oggi, sia pure solo nominalmente “cattoliche”, come San Paolo, Àncora e Marietti, i quali libri documentano 1°) fino a che punto sia progredita la “manovra” per giudaizzare la fede cattolica, annunziata nel 1985 da L’Osservatore Romano; 2°) la connessione, allora ancora tra le quinte, fra Modernismo e Giudaismo talmudico, connessione oggi messa allo scoperto e coltivata dai neo-modernisti, che “credono di aver vinto”. L’«ecumenismo»
secondo un rabbino livornese
ELIA BENAMOZEGH (Livorno 1823-1900) biblista, talmudista, cabalista, nato da una famiglia sefardita, originaria del Marocco, trascorse tutta la sua vita a Livorno, esercitandovi l’ufficio di rabbino. Egli scrisse un Essai sur l’origine des dogmes e de la morale du christianisme (“Saggio sull’origine dei dogmi e della morale del cristianesimo”). Nel 1863 l’Alliance Israélite Universelle pubblicò la terza parte di quest’opera sotto il titolo di Morale juive et morale chrétienne e nel 1997 l’editrice ebraica Carucci la pubblicò in italiano sotto il medesimo titolo Morale ebraica e morale cristiana. E fin qui nulla di strano. Ma nel 2002 la “cattolica” Marietti (Genova-Milano) si prese cura di pubblicare in italiano anche le due prime parti dell’opera di Elia Benamozegh sotto il titolo L’origine dei dogmi cristiani. Nel 1990 aveva già pubblicato di Benamozegh Israele e l’umanità; terranno dietro nel 2006 Il noachismo e nel 2007 La storia degli Esseni del medesimo autore. In Israele e l’umanità (scritto prima del 1885, pubblicato in Francia per la prima volta nel 1914 e nel 1990 in Italia dalla Marietti) Benamozegh presenta il Giudaismo come “messaggero della religione nel mondo intero” ed accusa il Cristianesimo di aver cercato di adulterare la “missione divina” di Israele per cui (in riparazione di tanto fallo) il Cristianesimo dovrebbe restaurare “un ordinamento gerarchico dell’umanità a Israele e rinunciare alla centralità della Chiesa a favore della centralità di Israele ordinando l’umanità al popolo sacerdotale Israele” (108). Purtroppo è quello che si sta facendo da parte degli uomini di Chiesa a partire da Giovanni XXIII sino ad oggi (Francesco e Benedetto XVI). Il Sacerdozio del popolo ebraico presuppone una comunità al servizio della quale è posta «la fraternità tra tutti i popoli e la comunione di tutti con Israele, che è il centro verso cui devono tendere, per riunirsi, tutte le religioni» (109). Ecco a cosa servono le riunioni pan/ecumeniste stile “Assisi-1986” e via di séguito. Israele deve essere il centro dell’umanità, poiché è un popolo destinato ad assumere – nell’ umanità – il ruolo di sacerdote: «Israele è stato scelto per assolvere il compito eminente di dottore, di predicatore, di sacerdote delle nazioni, compito dovuto [...] certamente anche alla sua naturale predisposizione ad accogliere la verità religiosa [...] e soprattutto al suo carattere indomito, fermo e tenace, che era necessario per resistere al mondo pagano, per vincerlo e convertirlo» (110). Secondo il rabbino livornese «la Cabala concilierà Israele sacerdote con l’umanità laica» (111). Lo scopo supremo del culto ebraico è - per la Cabala come per il Vaticano II (112) - l’unificazione del Dio immanente e del Dio trascendente, per mezzo dell’uomo, ossia il Panteismo: “L’uomo deve agire sulla natura dominandola, e tale dominio è – per l’Ebraismo – una cooperazione con Dio [...]. I cabalisti hanno presentato questo dominio come una vittoria che l’uomo riporta su Dio come Creatore” (113). Al contrario, il Cristianesimo tradizionale e anti/modernista con la sua concezione del Dio-uomo, Gesù Cristo, avrebbe scavato un abisso tra il Dio trascendente e il mondo: se per il Cristianesimo l’Incarnazione si compie in un solo uomo, «per la Cabala l’incarnazione esiste nel fatto e pel fatto dell’intera creazione» (114); così è anche per Giovanni Paolo II (115), che può essere definito - al pari di Paolo VI - un “cabalista”. Il Giudaismo-religione, per Benamozegh, «racchiude una duplice credenza: il pluralismo della divinità e l’immanenza. È perlomeno quanto afferma la teologia cabalistica [...]. Quanto all’immanenza [...] gli angeli appaiono come il prolungamento della Divinità nella natura; il Talmud dice perfino che sono sue membra ed organi [...]. La Cabala è la sola capace, di ristabilire l’armonia tra l’ Ebraismo e la Gentilità [...] poiché la vera tradizione ebraica riconosce sia l’immanenza che la trascendenza di Dio, e unisce così il panteismo con il monoteismo. La fede che Israele conserva potrà un giorno riconciliare le Chiese divise» (116). Alla luce del “monoteismo panteistico/immanentista” si può allora capire il perché dell’assurde giornate interreligiose di “Assisi-1986/1996/2006/2016”, che parrebbero senza senso e spiegazione, quasi un gesto di follia ed invece hanno la loro ragion d’essere nella Cabala ebraica, di cui è profondamente impregnato il Modernismo ed ancor più il neo/modernismo conciliare e post/conciliare. L’altra opera di Benamozegh che qui interessa è L’origine dei dogmi cristiani. L’autore vi sostiene che Gesù era stato iniziato dagli Esseni all’esoterismo cabalistico e al Talmudismo (117) e il Cristianesimo sarebbe nato dall’incontro della Cabala con la filosofia platonica, stoica e orientale. La prova, per Benamozegh, è che lo Gnosticismo è di origine cabalistica: «Lo Gnosticismo non è che un puro travestimento della tradizione acroamatica [esoterica] ebraica, ossia della Cabala» (118). Perciò la Cabala tramite lo Gnosticismo ha influito sul Cristianesimo (119) finché i Padri della Chiesa del II secolo non lo rifiutarono e lo bollarono come eretico. Quindi per Benamozegh, il Cristianesimo primitivo era gnostico, esoterico e cabalistico; furono i Padri, e già prima gli Apostoli con Giovanni e Paolo, a ripudiarne le origini giudaico-cabalistico-talmudiche per erigersi in Chiesa (120). Ma la Gnosi dichiarata eretica da S. Giovanni e S. Paolo e scomunicata dai Padri è la Cabala rabbinico-farisaica accettata da Gesù. Perciò Benamozegh invita la Chiesa a ritornare alle sue origini cabalistiche e a rifiutare la ellenizzazione e romanizzazione del Cristianesimo originario operata dagli Apostoli e dai Padri (121). In Morale ebraica e morale cristiana, Benamozegh, infine, cerca di dimostrare che la morale del Vangelo è inferiore a quella farisaica: «Il Cristianesimo [...] ha fatto un Dio a sua immagine, come gli Dèi d’Omero, invece di far l’uomo ad immagine di Dio [...]. Ora, non solo, con ciò, ha offeso il buon senso, la retta ragione [...], ma ha reso inutile ogni Rivelazione» (122). Inoltre accusa il Cristianesimo di aver distrutto l’amor patrio: «Il patriottismo, è un sentimento dell’Antica Alleanza, che teoricamente non ha posto nella Nuova; ed il giorno in cui il Vangelo è stato predicato ai Gentili è stato l’ultimo giorno delle nazionalità [ovvero, del nazionalismo esasperato giudaico, ndr]. Il sentimento di nazionalità come l’intendono gli Inglesi è un sentimento essenzialmente ebraico [...] I Cristiani sono un non-popolo, cioè la negazione teorica e pratica di ogni nazionalità» (123). Benamozegh continua: «Spettacoli orribili, teorie ripugnanti, dottrine difformi, vizi inauditi si nascondono sotto i princìpi del Cristianesimo [...] questi vizi non si sono nascosti, non si son vergognati di sé, ma hanno occupato arditamente un posto nella Chiesa, hanno esposto senza pudore la loro deformità al sole» (124). Per il cabalista livornese, invece, la morale farisaica è di gran lunga superiore: «La morale ebraica rassomiglia all’uomo, ma all’uomo che realizza le sue due forme, e cioè l’uomo primitivo di Mosè, l’androgino di Platone, l’uomo dai due sessi [...], la morale cristiana rassomiglia alla donna isolata, separata dall’uomo, senza il contrappeso della sua fermezza, della sua esperienza; la donna abbandonata a tutti i trasporti della sensibilità, della passione [...] la concezione del Cristianesimo primitivo ha qualcosa di troppo femmineo [...], vi è nella parola e negli atti di Cristo e dei suoi primi discepoli l’eterno femminino [...]» (125). Singolari convergenze tra Cabala e
Modernismo
Segnaleremo qui solo alcune singolari convergenze tra il pensiero di Elia Benamozegh e l’attuale Ecumenismo giudaizzante. Per Benamozegh il Cristianesimo deve “rinunciare alla centralità della Chiesa a favore della centralità di Israele”; “La fede che Israele conserva potrà un giorno riconciliare le Chiese divise”. È un fatto che l’Ecumenismo odierno, pur parlando di “unità”, ha rinunciato alla centralità della Chiesa: non si parla più e si proibisce di parlare di “ritorno” dei “separati” alla Chiesa cattolica cosi che Romano Amerio poteva concludere il suo studio sull’argomento nel seguente modo: “La variazione nella dottrina è dunque consistita in questo, che l’unione […] si faccia per un moto di tutte le confessioni verso un centro che è fuori di ciascuna” (R. AMERIO, Iota Unum, Napoli-Milano, Ricciardi, 1985, p. 473). Secondo Benamozegh “anche le religioni non cristiane devono entrare nell’unità religiosa dell’umanità […] non già venendo esse per conversione al Cristianesimo, ma approfondendo i loro intrinseci valori, ritrovando così quella più profonda verità che soggiace a tutte le religioni” (ivi). E, mentre ha cancellato il ruolo insostituibile della Chiesa nell’unificazione dell’umanità divisa dal peccato, l’Ecumenismo odierno esalta sempre più Israele, tuttora incredulo: l’Antica Alleanza non sarebbe stata “mai revocata” (Giovanni Paolo II, Mainz, 17 novembre 1980) e gli Ebrei, i quali tuttora rifiutano di credere nella divinità di Gesù Cristo, sarebbero i nostri “fratelli maggiori nella Fede” (Giovanni Paolo II, Roma, 13 aprile 1986). L’allora card. Joseph Ratzinger ha scritto un libro, ristampato (sotto il suo Pontificato), con il significativo titolo originario Molte religioni un’unica Alleanza (Cinisello Balsamo, San Paolo, [1997] 2008), nel quale (come dottore privato) scrive che «Ebrei e Cristiani debbono accogliersi reciprocamente in una più profonda riconciliazione, senza nulla togliere alla loro Fede e, tanto meno, senza rinnegarla, ma anzi a partire dal fondo di questa stessa Fede. Nella loro reciproca riconciliazione essi dovrebbero diventare per il mondo una forza di pace. Mediante la loro testimonianza davanti all’unico Dio…» (Ibidem, p. 29). Il Segno, mensile dell’allora diocesi del giudaizzante card. Carlo Maria Martini, nel n. 5 (maggio 1985) sembra l’eco del cabalista Benamozegh quando scrive: “Se nel corso dei secoli la figura di Gesù ha assunto un abito troppo greco, latino, bizantino o di altra natura, sappiamo restituirgli il linguaggio di Gesù come Ebreo”. E chi di noi non ha sentito battere e ribattere, in questo post-concilio, il tasto della necessità di “de-ellenizzare” il Cristianesimo? Come si vede le idee benamozeghiane sono penetrate profondamente e circolano nell’ambiente cattolico post-conciliare, quando il “Reno si gettò nel Tevere”, inquinando l’ambiente cattolico. Aimé Pallière: il discepolo
“cattolico” di Benamozegh.
Il rabbino livornese (maestro del padre di Elio Toaff, ex-rabbino capo di Roma, che accolse il 13 aprile 1986 Giovanni Paolo II nella sinagoga romana allorché vi pronunciò la frase sugli “Ebrei nostri fratelli maggiori nella Fede di Abramo”) conobbe un giovane cattolico di Lione, AIMÉ PALLIÈRE, il quale, sotto l’influsso della incipiente crisi modernista, si trovava «alla ricerca di un’esperienza religiosa che non trovava più nel Cattolicesimo [...], Pallière mostrò l’intenzione di convertirsi all’Ebraismo, ma Benamozegh lo dissuase; il giovane francese aveva per Benamozegh un compito particolare, quasi provvidenziale, che poteva compiere solo restando Cristiano; Pallière doveva essere il messaggero della [...] dottrina dei Noachidi, secondo la quale gli Ebrei avevano funzione di sacerdoti del genere umano [...]. Per rendersi conto di questa missione, Pallière non aveva bisogno di convertirsi, ma solo di “purificare” la propria religione da alcuni errori: l’Incarnazione e la Trinità». Anche Aimé Pallière ha attirato l’attenzione delle case editrici “cattolico/giudaizzanti” ecumenicamente allineate. La Marietti -1820 (Genova–Milano) ha pubblicato nel 2005 il libro di AIMÉ PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’ebraismo, e nel 2001 l’editrice Àncora (Milano): Aimé Pallière. Un “cristiano” a servizio di Israele di RANIERO FONTANA, il quale – leggiamo – vive a Gerusalemme, insegna il Talmud presso l’ “Istituto Pontificio Ratisbonne” e prosegue gli studi talmudici presso l’Università ebraica e l’“Istituto Shalom Hartman”. Pietro Lombardini, docente di esegesi biblica all’“Istituto Teologico di Reggio Emilia”, si è premurato di stenderne la Presentazione, manifestamente filo-giudaizzante e filo-modernista (p. 9), nella quale riconosce che “sia Raniero Fontana sia Aimé Pallière sono pressoché sconosciuti al grande pubblico italiano”. Il Fontana, che egli pone tra gli “studiosi cristiani di Giudaismo” (p. 7), “ha tratto fuori dagli ombrosi archivi e tolto dall’oblio” la figura del discepolo “cattolico” di rabbi Benamozegh che la “cattolica” editrice Àncora in copertina esalta come “un uomo che ha vissuto almeno un secolo in anticipo sul suo tempo. Per questo estremamente attuale”. Certamente. Il trionfo del modernismo/giudaizzante e il suo insano Ecumenismo “giudaico/cristiano” hanno permesso di togliere da sotto il moggio quest’altro moccolo spento perché contribuisca a riempire di fumo la Casa di Dio. Un precursore delle “novità”
conciliari e postconciliari
Aimé Pallière (126), allievo di Elia Benamozegh, nacque a Lione il 17 novembre del 1868, da madre fervente cattolica di origine italiana. Nel 1885 – a 18 anni – entrò per caso in una sinagoga lionese il giorno del Kippur. Da quel giorno ebbe inizio la sua crisi giudaizzante. Per aiutarlo a superarla fu messo in contatto con monsignor Agostino Lémann (1836-1909), prete cattolico dottissimo, convertito dal Giudaismo. Ma invano. Pallière si allontanò sempre di più dalla Chiesa romana, si avvicinò a 21 anni (1888) temporaneamente all’“Esercito della Salvezza” e poi trentunenne, nel 1908 (anno della morte della madre) ritornò all’Ebraismo, ma solo come “noachide” o “proselite della porta”. Non si definiva più “Cristiano per fede”, ma “Cristiano per cultura” (come direbbero oggi gli “atei devoti, teocon giudaizzanti”). Nell’agosto del 1942, pur non avendo più la fede teologale cattolica, si riaccostò ai Sacramenti datigli dall’amico e sacerdote padre Dieux, oratoriano del Berulle. Modernisticamente egli intendeva i Sacramenti come simboli, nei quali, però, “il Dio unico, onnipresente, universale […], non può essere assente” (127). Pallière morirà a Saint-Michel-de-Frigolet, vicino Tarascon, il 24 dicembre del 1949. Fu sepolto nel cimitero del luogo, col rito cattolico, ma «un qaddish [orazione ebraica per i defunti, ndr] fu comunque per lui recitato» (128), nella sinagoga di via Copernico in Parigi, all’incirca come è avvenuto due anni or sono per il cardinal Jean Marie Lustiger. Anche in questo (oltre, come vedremo, nello spirito di “Assisi-1986”, nei “Fratelli maggiori nella Fede di Abramo”, nella “Antica Alleanza mai revocata”, nel “Popolo ebraico ancora eletto”), Aimé Pallière è stato un precursore delle novità conciliari e post-conciliari. Noachismo e Mosaismo
L’allievo “laico” o goy di Benamozegh, AIMÉ PALLIÈRE, scrisse nel 1926 un libro intitolato Le Sanctuaire inconnu (Il Santuario sconosciuto). La seconda edizione del 1944 e anche l’edizione del 2005 della Marietti-1820 riportano in Appendice una lettera molto esplicita e chiara del Benamozegh al Pallière sui rapporti tra la Legge di Noè e quella di Mosè. Per la Cabala e il Talmud, come ce li presenta Benamozegh, Dio ha fatto un’Alleanza con tutta l’umanità in Noè. Quest’ultima è universale, riguarda tutto il genere umano non israelita (i goyjm o pagani), mentre l’Alleanza, stipulata con Mosè, riguarda il solo Israele, che è stato scelto come sacerdote di tutta l’umanità. Benamozegh scrive al Pallière: «Noi, Ebrei, proprio noi siamo i depositari della religione destinata all’intero genere umano, la sola religione cui i Gentili siano assoggettati e per cui essi sono salvati […], come lo sono stati i nostri Patriarchi prima della Legge [di Mosè]. […] La religione dell’umanità non è altro che il Noachismo, non che esso sia stato istituito da Noè, ma perché esso risale all’Alleanza fatta da Dio con l’umanità nella persona di questo giusto. Questa è la religione conservata da Israele per essere trasmessa ai Gentili” (129). Secondo Benamozegh, infatti, mentre «l’Ebraismo opera una distinzione fra gli Ebrei e i Gentili», «il Cristianesimo, al contrario, operò la più incresciosa confusione». Questa dicotomia può esser superata solo alla luce della «religione di Noè, d’Abramo […] e dei primi Patriarchi» (130). Perciò Benamozegh esorta il suo allievo a restare noachide o proselite della porta: in tale stato «voi apparterrete veramente all’ Ebraismo e al tempo stesso al Cristianesimo, pur restando quest’ultimo corretto dall’Ebraismo» (131) o più esattamente: «Voi potete rimanere in questo Cristianesimo, alla condizione che esso sia riveduto e corretto dal sacerdozio israelita” (132), perché “l’Ebraismo […] non è altro che il Sacerdozio medesimo” (133) le cui “regole sacerdotali”, il cui “statuto sacerdotale” è il Mosaismo, la Legge di Mosè, perciò tuttora valida per gli Ebrei così come per i Gentili la religione dei Patriarchi o Noachismo. Da qui “la coesistenza possibile e pacifica, diciamo perfino la dipendenza necessaria di questi due aspetti, di questi due elementi della Chiesa di Dio: il sacerdozio israelita e lo statuto laico o noachide che è quello dei non-ebrei» (134). Come non vedere la corrispondenza con le idee di Benamozegh e Pallière di quanto scrisse l’allora card. JOSEPH RATZINGER su L’Osservatore Romano (29 dicembre 2000, p. 1) «L’eredità di Abramo dono di Natale: Compito del popolo eletto è […] donare il loro Dio, il Dio unico e vero, a tutti gli altri popoli, e in realtà noi Cristiani siamo eredi della loro Fede nell’unico Dio». Noi Cristiani crediamo nella SS. Trinità, un solo Dio ma in Tre Persone eguali e distinte, della quali la Seconda si è Incarnata nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo ed è Gesù Cristo, il Verbo Incarnato vero Dio e vero uomo, che il popolo “una volta eletto” ha rifiutato ed ha condannato alla morte di croce. Una religione ancora più “cattolica”
della cattolica
AIMÉ PALLIÈRE non si fece ebreo, dietro consiglio esplicito di Benamozegh, ma credeva in Israele (incredulo) come Popolo ancora eletto e prediletto da Dio, che ha il compito di essere il sacerdote e la luce delle Nazioni, ossia di tutti i non-ebrei che, pur professando una religione (qualunque essa sia), sono in armonia con i sette precetti noachidi. Egli si illudeva di essersi così elevato ad una religione “universale”, più universale di quella che è la religione universale per antonomasia: la religione cattolica. Infatti le diverse Chiese o Confessioni, possono – per Pallière – avvicinarsi e unirsi, nella religione “universale” di Israele sacerdote, senza dover abiurare, ma facendo parte dell’Israele universale, come laici, perché – egli scrive – “l’universalismo religioso d’Israele – ed è quella sua vera missione – […] cerca di realizzare l’unità del genere umano non attraverso l’impossibile uniformità dei culti, ma attraverso la mutua comprensione, la pacificazione degli animi e la fraternità dei cuori” (135). Ecco il perché di “Assisi-1986”. Benamozegh e Pallière hanno forse detto – ci domandiamo – di voler realizzare qualcosa di diverso dagli ecumenisti che hanno voluto la “giornata di preghiera inter-religiosa” di Assisi? dicono forse di voler realizzare qualcosa di diverso gli ecumenisti, anche altolocati, per giustificare il “dialogo” ecumenico ed interreligioso con tutte le sue disastrose conseguenze? E come chiameremo noi questo “universalismo” più “universale” della religione cattolica se non “religione ecumenica”, ossia la vaga “religiosità massonica” del Nuovo Ordine Mondiale con un nuovo Tempio e una nuova Repubblica universale o mondialista? In particolare, Pallière anticipa la “nuova teologia” di Nostra aetate e quella post-conciliare di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Infatti egli riteneva che non bisogna predicare agli Ebrei l’abolizione della Legge cerimoniale mosaica (che – ricordiamo – costituisce lo “statuto” del sacerdozio universale ebraico) come invece aveva fatto San Paolo; al contrario, per loro bisogna «predicare agli Ebrei la fedeltà ad essa [Legge mosaica, ndr], senza pertanto accreditare l’idea della sua necessità per i Gentili» (136), ai quali basta quella di Noè con i suoi 7 precetti. Siamo così di fronte ad una doppia “Alleanza”, di cui quella antica, mai “revocata”, è tuttora valida per i soli Ebrei, come sostengono Benamozegh/Pallière (e non c’è da stupirsi, fanno il loro mestiere), ma anche Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco (e lo stupore è sommo poiché sono i Vicari di quel Gesù Cristo di Nazareth, che il Giudaismo talmudico/rabbinico ha rigettato e crocifisso, ma agiscono come se fossero i successori di Anna e Caifa). La riserva di padre Hyacinthe Loyson
Il rapporto col modernismo, stroncato (“brutalmente” scrive Raniero Fontana) da San Pio X nel luglio e settembre del 1907 (Decreto Lamentabili sane exitu, Enciclica Pascendi dominici gregis) e poi nel 1910 (Motu proprio Sacrorum antistitum o giuramento anti-modernista), fece ritenere a Pallière che nel mondo moderno, oramai secolarizzato, il Cristianesimo, soprattutto quello cattolico-romano, per sopravvivere doveva perdere la sua sicurezza dogmatica e rinnegare praticamente il principio che “fuori della Chiesa non vi è salvezza”. Ciò che praticamente si fa da Giovanni XXIII (che ha aperto nel 1962 il Concilio Vaticano II con Nostra aetate, Unitatis redintegratio, Gaudium et spes…promulgato nel 1965 da Paolo VI) in poi con Giovanni Paolo II, che ha fatto per 27 anni di Nostra aetate e di dialogo giudaico/cristiano il suo cavallo di battaglia, linea che è stata pienamente sino ad oggi (2019) seguita da Benedetto XVI (Ebrei e Cristiani, 2019) anche dopo le sue dimissioni (2013) e da papa Bergoglio (La Bibbia dell’Amicizia, 2019). Nell’ambiente modernista Pallière strinse amicizia col catto-liberale CHARLES LOYSON, già PADRE HYACINTHE LOYSON, carmelitano (1827-1912), noto ed acclamato predicatore di Notre Dame, che ruppe con la Chiesa nel 1870, rifiutando il dogma dell’Infallibilità pontificia, deponendo l’abito e sposando una giovane vedova americana. L’odio per i dogmi, per il centralismo romano, la curia e la monarchia papale tipico della teologia modernista (e che ritroviamo oggi nella “nuova teologia” e in un certo “tradizionalismo liturgico estetizzante”) portò i due a «sostenere una riforma del Cristianesimo attraverso un ritorno ai princìpi ispiratori dell’Ebraismo» (137). Anche padre Hyacinthe sognava una Chiesa più “universale” della Chiesa cattolica, una “Chiesa”, cioè, capace di raccogliere assieme i monoteismi, ma, a differenza di Pallière, non riusciva a coniugare il particolarismo ebraico con l’asserito “universalismo” del Noachismo. Il suo Liberalismo anti-pontificio, unito al Modernismo, lo avevano portato al filo-giudaismo, ma con riserva. Come Pallière, l’ex-padre Hyacinthe, non credeva più ai dogmi, alle formule dogmatiche, la SS. Trinità in primis; come Pallière aveva rimpiazzato la fede, che è adesione intellettuale alla dottrina rivelata da Dio e definita dal Magistero, con un vago sentimento religioso, tipicamente anticipatore del Modernismo classico, che ha nel “Liberalismo/cattolico” il padre e nella Nouvelle Théologie la sua figlia primogenita, ma non gli riusciva di coniugare l’universalismo con Israele, pur essendo attratto dal Giudaismo, ma non essendo un cabalista come Benamozegh. E di fatto nel Giudaismo un “super-dogma” esiste; esso è «il più specificamente ebraico di tutti, e questo dogma è quello dell’elezione di Israele messo a parte come sacerdote del genere umano e sottomesso, in quanto sacerdote, a delle regole sacerdotali che non concernono che lui solo» (138) e che sono la Legge di Mosè più i 613 divieti/precetti rabbinico-talmudici, mentre l’umanità “laica” cioè non-ebraica ha solo i sette precetti di Noè ed è «invitata a raccogliersi intorno al suo sacerdote Israele» (139). A padre Hyacinthe mancava la dottrina cabalistica del Noachismo, che invece non fa difetto ai nuovi teologi e sacerdoti neo-modernisti e giudaizzanti, v. Woytjla, Ratzinger, Bergoglio. Modernismo giudaizzante
Pallière invece superò l’ostacolo che aveva bloccato l’ex-padre Hyacinthe Loyson, in forza della dottrina noachide insegnatagli dal cabalista Benamozegh. Anzi, come ebbe ad affermare, oltrepassò il pensiero del suo maestro “traendo tutte le conseguenze logiche dalle premesse che egli aveva posto”; giunse così “al riconoscimento in nome della stessa dottrina ebraica della perfetta legittimità del Cristianesimo come del resto di tutte le religioni del mondo non-ebraico” (140). Ecco spiegata “Assisi/1986”. Per Pallière – spiega Fontana – «le religioni sono legittime in quanto rivelazioni particolari che rispondono ai bisogni dei popoli. Esse sono in relazione alla Rivelazione ebraica come tante verità raggruppate intorno alla Verità. Una tale relazione potrà essere più o meno stretta, ma ciò che veramente conta oramai è l’unità spirituale del genere umano [cfr. l’Ecumenismo, la Globalizzazione e il Mondialismo attuali, che sono i prodromi del regno dell’Anticristo finale, ndr]” (141) e conclude citando Pallière: “Nella concezione noachide della Tradizione ebraica la molteplicità delle credenze e dei culti costituisce l’unità organica della Religione universale” (142). Partendo dal falso presupposto modernista che occorresse riformare sostanzialmente la Chiesa per realizzare questa religione più universale (che sarebbe della stessa natura dell’Ebraismo e del Massonismo) Pallière abbracciò la teoria di ALFRED LOISY scartando il protestantesimo liberale di Harnack. Infatti, mentre per Loisy “Gesù ebreo” era la “formula” magica per capire il Cristianesimo autentico, Harnack affermava che Gesù aveva rotto col Giudaismo. Naturalmente Aimé apprezzò il Modernismo “cattolico” cioè universale di Loisy anziché il Protestantesimo “nazionale” di Harnack, poiché il primo era più aperto alle istanze del Giudaismo-sacerdote dell’umanità laica o noachide. Per Aimé Pallière occorreva disincrostare il Cristianesimo dalla filosofia greco-romana per ridargli il “pensiero” ebraico, che aveva smarrito. Perciò, mentre Loisy accettava, ma sempre alla luce dell’Ebraicità di Cristo, l’introduzione della mentalità greco-romana nel Cristianesimo, Aimé la rifiutava totalmente, in quanto contraria e persino ostile al Giudaismo e al Cristianesimo primitivo. La filosofia ellenica aveva rotto con il Giudaismo, perché aveva divinizzato Gesù e “trinizzato” Dio. Gesù come Mediatore unico e necessario era inconcepibile e inaccettabile da Aimé: la metafisica greco-romana e, già prima, Giovanni e Paolo avrebbero creato il “Cristo della fede” (che non sarebbe il “Cristo della storia”). Solo il Modernismo, che voleva distruggere il dogma e le formule dogmatiche, poteva – se conciliato col Giudaismo – preparare la religione veramente “cattolica”, ossia “universale/massonica”, dell’avvenire anticristico. A tal fine «le formule [dogmatiche, ndr] tradizionali del Cattolicesimo dovevano essere sottoposte a un perenne lavoro di re-interpretazione. La dottrina della Chiesa, le definizioni dogmatiche, erano umane per struttura e composizione; esse hanno una storia, è dunque inconcepibile che il loro avvenire non corrisponda al loro passato, vale a dire che non si modifichino ancora. […]. La crisi era comunque aperta. Vi erano errori da distruggere e verità da propagare. Ma ciò che per Pallière fu inatteso e insperato era la giustificazione delle proteste secolari del Giudaismo che l’opera di Loisy […] veniva di fatto a portare» (143). L’esegesi di Loisy [corifeo del Modernismo] «segnava dunque, per lui, una nuova tappa nell’evoluzione cristiana verso quel “Cattolicesimo” dell’avvenire che avrebbe costituito la vera religione del futuro dell’umanità, essendo essa infatti conforme alla più pura tradizione d’Israele» (144). Si trattava solo di realizzare «la condizione posta da Benamozegh come necessaria per l’avanzamento religioso dell’umanità vale a dire un Cristianesimo corretto secondo l’Ebraismo cioè sgombro dei suoi grandi misteri» (145) specialmente la SS. Trinità e l’Incarnazione del Verbo. E qui il Pallière, alla scuola del Modernismo, supera il maestro Benamozegh: «le formule [dogmatiche, ndr] che al rabbino [Benamozegh, ndr] sembravano viziose, come quelle cristologiche e trinitarie, potevano [per Pallière, ndr] essere interpretate [cfr. l’ermeneutica della continuità e non della rottura di Benedetto XVI, ndr] in modo tale da diventare sempre più compatibili con gli insegnamenti dell’Ebraismo» (146). Per esempio, per Pallière, la Trinità, respinta da Benamozegh senza mezzi termini, come vero e proprio triteismo, poteva essere interpretata dalle folle ignoranti o dai teologi integralisti e soprattutto dal Papato in modo troppo grossolano e quindi anti-monoteista, «tuttavia si poteva cercare di “immaterializzarne” il senso e di renderlo conforme alla pura Tradizione [Cabala] ebraica”» (147). La SS. Trinità e l’Incarnazione del Verbo non andavano, dunque, “eliminate”, ma solo reinterpretate “immaterializzandone” ossia relativizzandone il senso e svuotando così dall’interno i due grandi misteri fondamentali del Cristianesimo grazie all’evoluzione eterogenea del dogma. Di questa pretesa “immaterializzazione” abbiamo un esempio nel capitolo XX de Il Santuario sconosciuto (Milano-Genova, Marietti-1820, 2005, p. 95), in cui Pallière narra la sua “conversione” al Noachismo: «Era una domenica di primavera. Mi recai alla cappella dei Domenicani […]. Andai ad inginocchiarmi per ricevere il Sacramento, dopo che ritornai al mio posto [...] fui irresistibilmente spinto ad analizzare i miei pensieri […] Credi tu alla presenza reale nel Sacramento tal quale la insegna la Chiesa […]? No, non ci credo […]. Credi tu all’Incarnazione, alla divinità di Cristo conformemente alla dottrina cattolica? No, non credo nemmeno a questo». Nonostante ciò, egli ritenne di non aver perso la “fede spirituale o mistica”: Dio gli restava in maniera ancora più pura, perché il dogma intellettuale-morale o la formula dommatica cattolica era da lui sorpassata e vissuta o “praticata” in maniera più alta, più semplice, qual era stata la fede del vero Gesù-ebreo (del “Gesù ebreo”, semplice uomo, non quello del dogma cattolico), il quale rispose a Caifa: “Io sono figlio di Dio, come tu hai detto” cioè «come un figlio di Israele può affermarlo davanti al Padre suo che è nei Cieli» (148). Nel medesimo istante in cui rinnegava il dogma particolare della transustanziazione, Pallière riteneva di aver fatto con ciò un atto di fede universale che racchiudeva e re-interpretava la particolare formula dommatica della Presenza reale come universale o mistica presenza divina nascosta sotto i simboli (149). Egli conclude: «Quello che so bene è che ero appena uscito dal periodo d’infanzia per raggiungere la maggiorità spirituale» (150), era un “Cristiano adulto”. Particolarismo e universalismo
Per questa via cabalistica della “coincidentia oppositorum”, ripresa nella modernità da Baruch Spinoza, a Pallière non fu difficile conciliare i due opposti: il particolarismo giudaico e l’universalismo noachide, superando così l’ostacolo che aveva bloccato l’ex-padre Hyacinthe Loyson. Seguendo l’insegnamento di Benamozegh, Pallière ritiene che il Giudaismo racchiuda virtualmente nel suo seno la religione destinata ai non-ebrei dell’intero genere umano. Il particolarismo mosaico serve a salvaguardare la vocazione sacerdotale di Israele e a far sì che esso possa essere la “universale” luce delle Nazioni Gentili. Quindi particolarismo (etnico-“religioso”) e universalismo (misticoide-spirituale) si trovano entrambi in Israele, formalmente il primo e virtualmente il secondo, e non sono in contraddizione (come temeva l’ex-padre Hyacinthe), ma il primo (particolarismo: “segregatus a Gentilibus”) è a servizio del secondo (universalismo “constitutus pro hominibus”). Pallière riesce così a coniugare l’universalismo spirituale di Benamozegh con il particolarismo etnico-nazionale ebraico, quale ubi consistam del sacerdozio universale israelitico. Ma, come ammette lo stesso Raniero Fontana, «Benamozegh non aveva inventato niente, tutto si trovava infatti nella Tradizione [Cabala] di Israele» (151). Così Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco leggono in “continuità” e non in “rottura” la Tradizione apostolica e il Concilio Vaticano II, il Cristianesimo e il Giudaismo, la Vecchia Alleanza e la Nuova. Causa e rimedio della crisi del
Cristianesimo
“rivelata” dal Modernismo Per Aimé «la causa prima [della crisi del Cattolicesimo, ndr] consisteva nell’origine stessa del Cristianesimo separato dal tronco venerabile su cui esso avrebbe dovuto crescere armoniosamente» (152). La posizione di Pallière è specularmente contraria a quella di San Paolo. Il Cristianesimo è nato male, in quanto ha preteso di essere separato dal Giudaismo. Occorre rifondarlo. San Paolo e San Giovanni hanno grecizzato Gesù e ne hanno fatto un idolo di una divinità politeista o tri-teista. Per ritorno alla purezza della fede primitiva, Aimé non intende la fede degli Apostoli o dei primi Cristiani, ma quella di Israele, senza specificare se sia quella mosaica, buona in sé ma imperfetta e completata dal Nuovo Testamento, o quella talmudica che è intrinsecamente perversa, in quanto rigetta la divinità di Cristo e la Trinità delle Persone nell’Unità della Natura divina. «Per Pallière il ritorno all’Ebraismo era dunque la chiave della questione religiosa» (153). Egli si riteneva debitore di questa soluzione a Benamozegh, il quale aveva affrontato la controversia diretta con la religione cristiana «con “un sentimento reale della superiorità della fede ebraica” e con la dignità di “un padre che riprenderebbe dei figli intelligenti, ma momentaneamente fuorviati”» (154). Come si vede, qui siamo alla formula dell’Ebreo (incredulo) non solo “fratello maggiore”, ma addirittura “padre” del Cristiano, e del Cristiano non solo “fratello minore”, ma “figlio minorato e deviato”. Fortunatamente (per Pallière) il Modernismo stava «staccando sempre più [il Cattolicesimo] dai miti creati dal dogmatismo greco-romano» (155) e avrebbe reso possibile il ritorno del Cristianesimo al Giudaismo, unico rimedio alla crisi (sempre secondo Palliére) messa in luce dal Modernismo, dopo che modernisticamente il Cristianesimo avesse rinunciato al valore oggettivo del dogma e si fosse trasformato in una vaga religiosità naturalista e sentimentale o Noachismo: «Nei cieli vi è un solo Dio, padre comune di tutti gli uomini, e sulla terra una famiglia di popoli tra i quali Israele è il primogenito, incaricato di insegnare e amministrare la vera religione all’umanità di cui è il sacerdote. Tale religione è la Legge di Noè […]» (156). Sionismo politico-mistico
Pallière vide nel Sionismo (cfr. il suo Jérusalem. Un centre pour Israel et pour l’Humanité, Parigi, 1918), la realizzazione pratica e concreta del suo ideale sentimentalistico-religioso o misticoide: Israele è un Popolo di sacerdoti, una Nazione santa, perciò deve uscire dalla mediocrità ed apatia nel quale lo hanno gettato l’assimilazione, l’emancipazione e la parificazione del 1798; solo la terra, il suolo, oltre al sangue, potranno risvegliare Israele e ridargli il senso pieno della sua vocazione profetica, sacerdotale e santificatrice universale di tutta l’umanità noachide. Il Sionismo come «doppio atto di fede in Dio e nel Popolo ebraico» (157) è co-essenziale alla vocazione di Israele e al ruolo che dovrà svolgere nella storia religiosa, raccogliendo, come Sacerdote dei fedeli laici, le altre religioni monoteiste sotto di sé, una volta che esse avranno svuotato ab intrinseco il loro esclusivismo e particolarismo dogmatico (158). «Dio non fonda nessuna Chiesa, ma un Popolo, ed è tutta una vita nazionale che deve risultare da questa elezione; è come Popolo che Israele appartiene a Dio e non come semplice confessione religiosa. […] Si poteva dunque affermare […] che il Giudaismo non era una religione […], ma un Popolo a servizio della stessa “Religione” […]. Un Popolo di cui Dio ha fatto l’oggetto di una sorta di “espropriazione per causa di pubblica utilità”» (159). Il Sionismo o particolarismo etnico ebraico come testa di ponte all’universalismo religioso noachide, per Pallière, avrebbe portato nel mondo «pace, giustizia e libertà, per sé e per gli altri [lo stiamo vedendo: “annunzieranno pace e vi sarà guerra”, diceva Ezechiele dei falsi profeti di ventura, ndr]» (160). Pallière era pure favorevole, sin dagli anni Venti, alla ricostruzione del III Tempio di Gerusalemme, che non avrebbe comportato necessariamente – secondo lui – l’abbattimento della Moschea di Omar (161). A questo punto ci viene in mente una barzelletta jiddish, che suona così: «Sapete perché gli Ebrei son tutti intelligenti? Perché gli stupidi - se sono Ebrei - li battezzano, oppure - se sono Gentili - non li circoncidono e li lasciano “proseliti”… “alla porta”». Una proposta di apostasia
Il Giudaismo non ha mai accettato che la Chiesa è il verus et novus Israel; esso ritiene che l’Antica Alleanza non è abolita, Israele è tuttora eletto e prediletto da Dio, il quale in Israele Sacerdote ama anche tutti gli altri Popoli pagani come laici-fedeli di Israele. Per i neo-modernisti giudaizzanti questo dovrebbe capire la Chiesa per superare la crisi religiosa dei primi del Novecento e questo è il compito del Modernismo stesso: svuotare dall’interno il Credo o il Dogma cattolico per sostituirvi l’idea di una Religiosità universale o noachide. È quello che si è cominciato a fare con il Concilio Vaticano II e che i libri La Bibbia dell’Amicizia (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) prefato da Bergoglio ed Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) con molti interventi di Benedetto XVI dicono apertamente, un po’ di più quello di Bergoglio ed in maniera più criptica quello di Ratzinger . L’errore cristiano di aver voluto sostituirsi a Israele, «esige un tiqqun o una “riparazione”» che consiste nel «correggerlo [il Cristianesimo, ndr] su tre punti essenziali: la questione dell’Incarnazione, la maniera di comprendere la Trinità e l’abolizione della Legge mosaica per gli stessi Israeliti» (162). Occorre ritornare a «prima che venisse introdotta la teologia della sostituzione» (163); solo allora si ritroverà l’autentico Cristianesimo «quello che sarà un giorno», ed è quello che si è cominciato a costruire con Nostra aetate e che sembra essere giunto a compimento con La Bibbia dell’Amicizia (Bergoglio) ed Ebrei e Cristiani (Ratzinger). Come si vede, una vera e propria proposta di apostasia. Se il Cristiano 1°) non intenderà più la Santissima Trinità come un solo Dio trascendente in tre Persone uguali e distinte, ma lo intenderà, secondo la Cabala giudaica e l’evoluzione eterogenea del dogma, come emanazione di sefiroth o potenze divine da una Divinità indefinita l’En Sof, né personale né trascendente (164); 2°) se presenterà la “credenza in Gesù” «in modo tale da non contraddire il Giudaismo tradizionale» (165); in breve se il Cristiano rinuncia al dogma cristiano in quanto tale e in senso stretto, per presentarsi solo come goy o “proselite della porta”, Israele lo accoglierà nell’atrio dei Gentili, in quanto pagano o goy e non in quanto Cristiano nel senso teologico della parola. Quanto al terzo errore (commesso da San Paolo) di aver dichiarato “l’abolizione della Legge mosaica per gli stessi Israeliti” mentre essa è tuttora valida solo per essi, e non per i non-ebrei o Gentili, ai quali bastano i sette precetti di Noè, si è già provveduto a ripararlo dichiarando l’“Antica Alleanza mai revocata” (GIOVANNI PAOLO II, Magonza, 17 novembre 1980; BENEDETTO XVI, Ebrei e Cristiani, 2019; FRANCESCO, La Bibbia dell’Amicizia, 2019) e concedendo così ai Giudei increduli una via di salvezza senza Cristo (cfr. JOSEPH RATZINGER, Una sola Alleanza/Molte religioni, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2008; Ebrei e Cristiani, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019). Conclusione
Lo studio delle teorie di Benamozegh e di Pallière, oggi tanto reclamizzate dalle editrici “cattoliche” (che dedicano al Giudaismo talmudico intere collane), apre una luce sempre più forte sull’influsso del pensiero giudaico/massonico universalista e mondialista (specialmente cabalistico) sul neo-modernismo che sta all’origine del Concilio Vaticano II e del post-concilio. Purtroppo il neo-modernismo, condannato nel 1950 da Pio XII (Humani generis), ha occupato i vertici ecclesiastici e col concilio Vaticano II (“Nostra aetate”, 1965) e il post-concilio (“Antica Alleanza mai revocata” 1980 ed “Ebrei fratelli maggiori e prediletti nella Fede di Abramo”, 1986) sta giudaizzando gli ignari cattolici, vittime del complotto giudaico/massonico contro la Chiesa di Cristo. Noi non ci meravigliamo dei Giudei increduli (ai quali, anzi, auguriamo di conoscere l’unica Via di salvezza, che è Cristo Signore): “Fanno il loro mestiere” diremo, come S. Bernadette diceva dei Prussiani che assaltavano la Francia (ivi incluso il “mestiere” di essere la “verga ferrea di Dio” per i cattivi Cattolici). Non cesseremo, però, mai di stupirci del tradimento dei Pastori (da Giovanni XXIII a Francesco) i quali, invece di difendere il gregge di Cristo, favoriscono i lupi che ne fanno strage. NOTE 108 - A. GUETTA, Qabbalà e Cristianesimo nella filosofia di Elia Benamozegh, in «La Rassegna Mensile di Israel», vol. LXIII, settembre-dicembre 1997, pagg. 20-21. 109 - Ibidem, pagg. 23-24. 110 - E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità, Marietti, Genova, 1990, pagg. XIII-XIV. 111 - Ibidem, pagg. 39-41 e 50. 112 - PAOLO VI nell’Omelia della nona sessione del Concilio (7 dicembre 1965) ha detto: “La religione di Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso [il Concilio, ndr]. […]. Anche noi, noi più di tutti siamo i cultori dell’uomo!” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971, p. [282-283]). GIOVANNI PAOLO II nella sua Enciclica “Dives in misericordia” n. 1 (del 1980) ha affermato: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell’ultimo Concilio». Cabala, Concilio Vaticano II, Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno la medesima dottrina panteistica e antropocentrica. Qui si vede chiaramente il ruolo e l’infiltrazione del Giudaismo talmudico/cabalistico nel complotto giudaico/massonico contro la Chiesa di Cristo (cfr. MAURICE PINAY, Complotto contro la Chiesa, II ed., Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2015). 113 - Ibidem, p. 101. 114 - Ibidem, pag. 115. 115 - GIOVANNI PAOLO II nella sua Enciclica Dominum et vivificantem n. 50 (del 1986) ha scritto: «Et Verbum caro factum est. Il Verbo si è unito ad ogni carne [creatura, ndr], specialmente all’uomo, questa è la portata cosmica della Redenzione. Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di dentro. […]. L’Incarnazione del Figlio di Dio significa l’assunzione all’unità con Dio, non solo della natura umana, ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è carne: di … tutto il mondo visibile e materiale […]. Il Generato prima di ogni creatura, incarnandosi … si unisce, in qualche modo con l’intera realtà dell’uomo […] ed in essa con ogni carne, con tutta la creazione». Infine nel 1976 l’allora cardinale KAROL WOJTYLA - predicando un ritiro spirituale a Paolo VI e ai suoi collaboratori, pubblicato in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione. Meditazioni, (Milano, Vita e Pensiero, 1977), iniziò la meditazione “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122), citando la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Gaudium et spes n. 22: «L’uomo in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa (propter se ipsam)”» - disse: “In Cristo la natura umana è stata assunta, senza venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche innalzata ad una dignità sublime. Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo” ed inoltre asserì: «Il testo conciliare, applicando a sua volta la categoria del mistero all’uomo, spiega il carattere antropologico o perfino antropocentrico della Rivelazione offerta agli uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione, si è unito ad ogni uomo, è diventato - come Uomo - uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo mistero» (pp. 115-116). Ecco dimostrata la coincidenza della teologia cabalistica con quella neo/modernistica del Vaticano II e del post/concilio. 116 - Ibidem, pag. 156. 117 - Ibidem, pag. 166. 118 - Ibidem, pag. 287. 119 - E. BENAMOZEGH, Le origini dei dogmi cristiani, Marietti, Genova, 2002, pagg. 15-16. Cfr. anche E. BENAMOZEGH, Storia degli Esseni, Marietti, Milano-Genova, 2017 e l’articolo di ELEMIRE ZOLLA apparso nel 2002 su “Il Sole 24 ore”, Chi era Gesù? Un cabalista. 120 - Ibidem, pagg. 21-60. 121 - Ibidem, pag. 73. 122 - Ibidem, pag. 111. 123 - Ibidem, pag. 112. 124 - E. BENAMOZEGH, Morale ebraica e morale cristiana, Carucci, Assisi-Roma, 1977, pag. 6. 125 - Ibidem, pagg. 12-13. 126 - Lo stesso anno in cui vide la luce a Livorno il maestro di Pallière, rabbi Elia Benamozegh (1823 - 1900), nacque nella medesima città un altro futuro rabbino SABATO MORAIS (1823 - 1897), che si trasferì in nord America (a Philadelphia nel 1851 e a New York nel 1886) e sparse in Usa le stesse teorie cabalistiche di Benamozegh. Il Morais si rivolgeva all’America invitandola, come aveva fatto già il filosofo deista o panteista JOHN TOLAND († 1722), a divenire “una grande Livorno, città aperta al Giudaismo”. Infatti Cosimo II dei Medici, nel 1593, ripopolando quella città vi fece entrare in larga scala le minoranze religiose e specialmente quella ebraica. «Il posto occupato da Livorno all’interno della storia e della storiografia ebraiche moderne è un argomento molto trascurato. Eppure John Toland nella sua celebre perorazione del 1714 per la naturalizzazione degli Ebrei, sosteneva che Livorno e la sua popolazione ebraica costituivano un caso a parte che non aveva bisogno di incoraggiamenti né di politiche particolari. In effetti la città portuale di Livorno è la fonte di una tendenza ebraica umanista e religiosa che è stata introdotta coscientemente negli Stati Uniti nell’Ottocento per favorire la causa dell’integrazione degli Ebrei d’oltre oceano nella società borghese americana. […] Quando Morais arrivò a Philadephia nel 1851 attivò immediatamente il suo programma, che consisteva nel diffondere il suo patrimonio culturale livornese e italiano. È perciò verso la trascurata Livorno, più che alla meglio conosciuta Breslavia, la sede dello Judisch-Theologisches Seminar e dell’Ebraismo “storico-positivo”, che ci volgiamo per capire il carattere del Jewish Theological Seminary, che Morais ed altri fondarono a New York nel 1866» (ARTHUR KIRON, L’eredità livornese nella storia ebraica: Sabato Morais ed Elia Benamozegh, in “Convegno Internazionale di Studi nel Centenario della morte di Elia Benamozegh”, Comunità Ebraica di Livorno, Livorno 10-11 settembre 2000, p. 4). La professoressa Catherine Poujol nello stesso “Convegno” ha tenuto la relazione Quale attualità per il Noachismo? nella quale afferma che molti protestanti degli Usa si sono avvicinati agli Ebrei ortodossi «per elaborare un progetto religioso, che consisterebbe nel far riconoscere alle Nazioni le leggi di Noè come leggi fondamentali dell’umanità» (p. 8). Il Pallière scrisse a Benamozegh nel 1889 e lo incontrò di persona solo circa dieci anni dopo, nel 1898, oltre un anno prima che il rabbino morisse (1900). A partire dal 1901, Aimé iniziò ad approfondire personalmente la dottrina insegnatagli da rabbi Elia sul “Giudeo-Cristianesimo” alla luce del Noachismo. 127 - Ibidem, pagg. 188 e 192. A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto, Genova – Milano, Marietti-1820, 2005, p. 100. 128 - RANIERO FONTANA, Aimé Pallière. Un “cristiano” a servizio di Israele, Milano, Àncora, 2001, p. 31. Il libro si fonda su citazioni tratte dalle opere stesse del PALLIÈRE, specialmente, Le Sanctuaire inconnu, Parigi, Rieder, 1926 [tr. it. Il Santuario sconosciuto, Milano-Genova, Marietti-1820, 2005]. Le voile soulevé, Parigi, La Bourdonnais, 1936 (il libro più esoterico del Pallière). Sul Pallière cfr. anche GEOFFERY WIGODER, Dictionnaire Encyclopedique du Judaisme, Parigi, Cerf-Robert Laffont, 1996, p. 760. 129 - A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’Ebraismo, Milano-Genova, Marietti-1820, 2005, p. 175. 130 - Ibidem, pp. 176-177. 131 - Ibidem, p. 181. 132 - Ibidem, p. 183. 133 - Ibidem, p. 176. 134 - Idibem, p. 183. 135 - Ibidem, p. 26. 136 - RANIERO FONTANA Aimé Pallière. Un “cristiano” a servizio di Israele, Milano, Àncora, 2001, p. 28. 137 - Ibidem, p. 37, nota 16. 138 - Ibidem, p. 82. 139 - Ivi. 140 - Citazione in R. FONTANA op. cit. tratta da R. REBSTOCK Aimé Pallière tel que je l’ai connu, «Revue de la Pensée juive» (1951/8) pp. 22-23. 141 - R. FONTANA, op. cit., p. 107. 142 - A. PALLIERE, Il Santuario sconosciuto, cit., p. 168. 143 - R. FONTANA, op. cit, p. 57. 144 - Ivi. 145 - Ididem, p. 108. 146 - Ibidem, p. 175. 147 - Ibidem, p. 176. 148 - AIMÉ PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’ebraismo, Milano-Genova, Marietti-1820, 2005, p. 98. 149 - Ibidem, p. 100. 150 - Ivi. 151 - R. FONTANA, op. cit., p. 76. 152 - Ibidem, p. 62. 153 - Ivi. 154 - Ibidem, p. 68. 155 - Ibidem, p. 70. 156 - Ibidem, p. 93. 157 - Ibidem, p. 121. 158 - Ibidem, pp. 60-61. 159 - Ibidem, pp. 78-79. 160 - Ibidem, p. 126. Cfr. Ez : XIII, 10 e Geremia VI, 14 ; VIII, 11. 161 - Cfr. Ibidem, p. 160. 162 - Ibidem, p. 94. 163 - MARCO CASSUTO MORSELLI, Il noachismo o la fraternità universale dell’umanità messianica, Genova, Marietti, 2006, p. 14. 164 - Cfr. ISRAEL SHAHAK, Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, Verrua Savoia - Torino, CLS, 1997, pp. 195-197. 165 - R. FONTANA, Aimé Pallière. Un “cristiano” a servizio di Israele, cit., p. 101. |