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| Intervista
concessa da Mons. Carlo Maria Viganò
settembre 2026
a Gaetano Masciullo a proposito del suo libro «Scisma Capitale» - 10 settembre 2026 Prima parte Prima parte
Seconda parte ![]() L'intervista è stata condotta da
Gaetano Masciullo
per conto del sito americano LifeSitenews Traduzione dall’inglese in francese di Francesca de Villasmundo, rivista e corretta da Mons. Viganò ![]() Il libro è disponible su Amazon in versione digitale e cartacea, in italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco. 1 – Eccellenza, nel suo nuovo libro: Lo Scisma Capitale, lei sostiene che oggi il primo nemico del papato è lo stesso Papa. Come spiega questo paradosso? Il paradosso è solo
apparente e smette di essere tale quando si considera ciò che la
teologia cattolica ha sempre distinto: da un lato il papato come
istituzione divina, voluta da Nostro Signore quando disse a Pietro Tu sei Pietro, e dall’altro la
persona che occupa la Cattedra in un dato momento della storia. Il
papato è indefettibile, poiché appartiene a Cristo; la
persona del Papa è un uomo, col suo libero arbitrio che
può corrispondere alla grazia di stato o rifiutarla. Per altro
verso, la Chiesa prega per il Sommo Pontefice chiedendo alla
Maestà divina di preservare nella santa religione il Domnum Apostolicum, proprio
perché essa sa che la sua perseveranza nella Fede non è
garantita automaticamente dalla sua funzione. Se non fosse così,
se cioè il Papa fosse esente dalla possibilità di fallire
nel suo mandato, pregare per lui non avrebbe alcun senso.
Quanto un Pontefice usa l’autorità che gli è stata conferita ad aedificationem, per demolire ciò questa autorità dovrebbe proteggere – dottrina, liturgia, disciplina, la stessa costituzione monarchica e gerarchica della Chiesa – egli si pone in contraddizione col proprio munus: non è più il servitore del papato, ne è il primo avversario, poiché nessun nemico esterno potrebbe ferire la Chiesa così profondamente quanto colui che la ferisce dall’interno, rivestito con le vesti di Pietro. Io chiamo questo fenomento scisma capitale nel senso proprio dell’espressione: uno scisma che inizia dal caput, dalla testa. Lo scisma classico è la separazione di una parte del corpo dalla testa; qui si assiste all’opposto: è la testa che si separa dal corpo mistico e dalla Tradizione che lo precede, che si ribella contro quello che i suoi predecessori hanno insegnato e che lui avrebbe il dovere di trasmettere intatto. San Paolo afferma questo con parole che non ammettono replica: sed licet nos aut angelus de cœlo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1:8-9). Nemmeno un angelo, nemmeno un Apostolo, nemmeno il Successore dell’Apostolo Pietro può proclamare un altro vangelo. Il Papa è il custode del Depositum, non il suo padrone; e chiunque, da custode, si faccia proprietario, tradisce la ragione stessa per cui Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito il Papato in forma vicaria. 2 - Lei paragona la situazione attuale alla soppressione del katéchon, di cui parla San Paolo (2 Tess 2, 6-8). Quele ruolo svolge la figura di Leone XIV in questa drammatica soppressione del «freno» all’iniquità? I Padri e i grandi
commentatori hanno visto nel katéchon,
in «colui che trattiene», sia l’Impero Romano cristiano
sia, con esso, l’autorità della Chiesa, e in manierra eminente
l’autorità del papato, che per secoli ha opposto una
barriera al mysterium iniquitatis.
Questo freno ha cominciato ad allentarsi dal momento in cui la
gerarchia, col Concilio Vaticano II, ha rinunciato ad esercitare la sua
autorità nel senso voluto da Cristo, allo scopo di cercare una
conciliazione col mondo, col pensiero moderno, con la Rivoluzione.
Da allora, coloro che avrebbero dovuto trattenere il mistero di iniquità hanno cominciato ad assecondarlo. Leone XIV entra in questo processo non come innovatore, ma come colui che lo consolida e lo rende presentabile. Bergoglio ha destabilizzato violentemente il papato; Prevost dà a questo smantellamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito – ed io penso che ne è perfettamente cosciente - è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè questa «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze e garantisce che la Chiesa cattolica cessi di essere definitivamente un ostacolo al progetto massonico e mondialista. Quando il Papa non è più un freno, ma un acceleratore, la soppressione del katéchon non è più in evento futuro: è quello che accade sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertiti: tunc revelabitur ille iniquus. Io non dico questo con una compiacenza apocalittica, ma col dolore di un vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da colui che dovrebbe difenderla. 3 - Di fronte alle sanzioni canoniche, lei invoca uno stato di necessità, come peraltro fa la Fraternità Sacerdotale San Pio X riguardo alle sue nuove consacrazioni episcopali. Come risponde ai numerosi cinservatori che l’accusano di disobbedienza formale al Papa? Io rispondo che l’obbedienza
è una virtù, non un idolo. Essa ha per oggetto un comando
legittimo impartito da una legittima autorità allo scopo per cui
questa autorità esiste. Quando il comando è contrario
alla Fede, alla Legge divina o al bene delle anime, esso non obbliga,
ma ci obbliga a non obbedire: obœdire
oportet Deo magis quam hominibus (Atti 5, 29).
Questa non è una invenzione dei tradizionalisti: è di San Pietro, è di San Tommaso d’Aquino, è del Magistero di tutti i tempi, è la condotta dei Santi che hanno resistito ai Pontefici quando hanno sbagliato, è di San Paolo che resiste a Pietro in faciem, è di Sant’Atanasio, è di Santa Caterina da Siena. Lo stato di necessità non è un’invenzione per sfuggire alla legge: è un principio dello stesso diritto, secondo il quale la salus animarum, che è la legge suprema, prevale sulla norme positive quando esse, applicate alla lettera, causarebbero un danno irreparabile alle anime. La Fraternità Sacerdotale San Pio X, consacrando i suoi vescovi ha fatto esattamente ciò che fece Mons. Lefebvre nel 1988, e per lo stesso motivo: Roma non dà alla Tradizione i vescovi di cui ha bisogno, e senza i vescovi non vi sono sacerdoti, e senza sacerdoti non vi sono i Sacramenti. Ed è significativo che, minacciando la Fraternità, Prevost ha messo da parte il pretesto delle consacrazioni senza mandato per confessare che la vera colpa è il rifiuto del Concilio. Con questo ha rivelato – forse involontariamente – la frode: le sanzioni canoniche sono uno strumento politico, usato contro coloro che rimangono cattolici e mai contro coloro che negano apertamente la Fede. Ai conservatori che mi rimproverano, io dico con affetto: voi obbedite ad un uomo che vi chiede di disobbedire a Nostro Signore, e voi chiamate «fedeltà» questa contraddizione. Io non ho mai avuto l’intenzione di separarmi dalla Comunione Apostolica, io ho chiesto e chiedo a Leone XIV di dirmi in cosa contraddico il Depositum Fidei. Non ho ricevuto risposta. Chi dei due è in stato di scisma? 4 - In un discorso ormai lontanto, nel 1999, rivolto ai vescovi europei, pronunciato dal cardinale Carlo Maria Martini, pioniere della Mafia di San Gallo e – come amava definirsi – non antipapa, ma antepapa (colui che prepara il terreno per il nuovo Papa) disse che la Chiesa, per «aggiornarsi», doveva con urgenza sciogliere una serie di nodi. E come primo nodo indicava la «penuria di ministri ordinati», nodo da sciogliere con l’abolizione del celibato o almeno col renderlo opzionale. Recentemente, il vescovo Johan Bonny di Anversa ha annunciato che entro il 2028 ordinerà degli uomini sposati. Per non parlare della nomina come arcivescovo di Vienna di Josef Grünwild, vecchio difensore del movimento dissidente «Appello alla disobbedienza» che propugna l’abolizione del celibato ecclesiastico. Roma osserva il tutto in silenzio e, contrariamente ad altre situazioni, non minaccia sanzioni nonostante venga puntualmente calpestato il diritto canonico. Sembra quasi che Roma favorisca tutto questo. Lei che ne pensa? Non «sembra»,
è così. Roma non è una spettatrice distratta di un
processo che le sfugge, è essa che lo orchestra. Il metodo
è quello usato dalla rivoluzione conciliare: la disobbedienza
è autorizzata fin dalla periferia, la si lascia consolidare come
un «fatto compiuto», poi il centro interviene, non per
reprimerla, ma per «accompagnarla», invocando la
sinodalità, l’ascolto, le esigenze patorali.
La questione Bonny è emblematica: un vescovo annuncia pubblicamente che violerà la legge della Chiesa è nessun Dicastero lo denuncia. La questione Grünwild è ancora più eloquente, perché non si tratta di tollerare un dissidente, ma di promuoverlo alla sede più importante d’Europa. Colui che ha militato nel movimento chiamato letteralmente «Appello alla disobbedienza» è ricompensato da un Pontefice che scomunica coloro che chiedono di potere obbedire alla Chiesa di sempre. Ma la questione è più profonda di quella del celibato. La «penuria di ministri ordinati» è il frutto avvelenato di sessant’anni di impoverimento del sacerdozio. Quando si cessa di credere che il sacerdote è un Alter Christus che sale all’altare per rinnovare il Sacrificio della Croce, il celibato cessa di avere un senso, poiché ha senso solo come configurazione totale a Cristo Sommo Sacerdote. Il cardinale Martini lo sapeva bene: l’elenco dei suoi «nodi» non è un elenco di problemi da risolvere, ma un programma di demolizione, in cui ogni punto serve da base al punto successivo. Prima si abolisce il celibato, poi si apre alle donne, poi si riscrive la morale, poi si dissolve il matrimonio… E’ un piano, e oggi i suoi esecutori hanno altri moni, ma perseguono lo stesso disegno. Il fatto che Martini si sia definito antepapa la dice lunga sulla coscienza con la quale la Mafia di San Gallo ha preparato quello che vediamo oggi. 5 - La seconda questione identificata da Martini riguardava il ruolo delle donne e l’ordinazione femminile. I vescovi promossi da Leone XIV – penso a Mackinlay, Grögli, Satué, Grünwidl e a tanti altri - si sono espressi apertamente a favore del diaconato femminile. La Commissione del Vaticano incaricata dell’argomento ha ripetuto il suo «no» all’ordinazione sacramentale delle donne, ma ha affermato che si trattava di un giudizio «non definitivo». Di conseguenza, oggi molti vescovi evitano di affrontare direttamete la questione, preferendo rafforzare la presenza delle donne nel governo delle diocesi o proporre delle riforme liturgiche «inclusive». Secondo Lei, questa strategia mira a fare evolvere progressivamente la Finestra di Overton verso la questione dell’ordinazione delle donne? Si tratta precisamente della
tecnica della Finestra di Overton, e neanche tanto dissimulata.
Giovanni Paolo II, con la Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis non definì
delle novità: dichiarò che questa dottrina appartiene al
Depositum Fidei ed è stata insegnata infallibilmente dal
Magistero ordinario e universale – come confermò la
Congregazione per la Dottrina della Fede nel Responsum del 1995.
Dire oggi che questo giudizio «non è definitivo» significa quindi non riaprire una questione disciplinare, ma negare la stessa infallibilità del Magistero ordinario e universale. Il diaconato femminile è il piede di porco, poiché il Sacramento dell’Ordine è uno solo nei suoi tre gradi, ammettere una donna al diaconato significa ammettere che ella è in grado di ricevere l’Ordine, e a questo stadio la sua esclusione dal sacerdozio apparirebbe come una pura discriminazione da eliminare. Non è sorprendente che l’ammissione delle donne agli Ordini sia promosso da movimenti anticattolici in nome dell’uguaglianza dei sessi, che la chiesa sinodale accoglie e fa sua. I neomodernisti lo sanno molto bene, e per questo motivo non chiedono subito l’ordinazione sacerdotale, chiedono dei ruoli di governo, di nomine in seno alla Curia, dei «ministeri» consolidati, delle liturgie «inclusive». Ogni tappa prepara la successiva e ogni tappa è presentata come inoffensiva. I vescovi nominati da Prevost non sono stati scelti nonostante le loro posizioni sul diaconato femminile, ma proprio in ragione di esse: chi nomina un vescovo conosce le sue idee e chi ne nomina molti con le stesse idee sta costruendo un episcopato che, ad un certo momento, chiederà «dal basso» ciò che il Papa vorrebbe concedere «dall’alto». E’ la sinodalità: la messa in scena di una questione la cui risposta è già stata decisa. A tutto questo si aggiunge un aspetto che io considero ancora più grave e sul quale vi è un silenzio colpevole: la promozione delle donne di donne a capo di Dicasteri romani. Noi abbiamo due religiose, suor Simona Brambilla e suor Tiziana Merletti, rispettivamente Prefetto e Segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, che comandano a Cardinali, Vescovi, Abati e Sacerdoti; un’altra religiosa: suor Raffaella Petrini, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato; una laica: Maria Montserrat Alverado, responsabile del Dicastero per la Comunicazione che coordina e riorganizza lintero sistema di comunicazione della Santa Sede; donne nominate membri e consultori di diversi Dicasteri, compreso quello dei Vescovi, cioè chiamate a decidere sulle promozioni all’Episcopato. Ora, il potere di governo nella Chiesa non è una funzione amministrativa attribuibile a chiunque per decreto; esso è per natura legato alla sacra potestas, che deriva dal Sacramento dell’Ordine, poiché nella Chiesa - che è una società soprannaturale e non una impresa – si governa nella msura in cui si è configurati a Cristo Re e Sommo Sacerdote. Separare la giurisdizione dall’Ordine, conferendo a chi non può ricevere l’Ordine il potere di governare su quelli che l’Ordine l’hanno ricevuto, significa sovvertire la costituzione gerarchica che Nostro Signore ha dato alla Sua Chiesa. Ecco perché io dico che Bergoglio, e oggi Prevost, fanno molto di più e di peggio che conferire gli Ordini sacri alle donne. Una ordinazione invalida sarebbe un sacrilegio, ma rimarrebbe un atto nullo: qui invece l’ordine sacramentale è smantellato pezzo per pezzo, la sacra potestas diventa un accessorio superfluo e si abitua il clero ad obbedire a chi non ha alcun titolo divino per comandare. E’ un attacco mortale contro la costituzione divina della Chiesa, condotto tramite la praxis, senza aver bisogno di toccare un solo dogma. 6 - Il terzo e quarto nodo identificato da Martini erano rispettivamente quello della morale sessuale e quello della disciplina del matrimonio. Nel suo libro-intervista ufficiale con Elise Ann Allen, Leone XIV ha dichiarato che bisognava «cambiare i comportamenti» delle persone prima di cambiare la dottrina. Secondo Lei, quali mezzi intendono usare i neomodernisti al potere per attuare questo cambiamento? Questa affermazione merita
di essere valutata attentamente, perché è una
confessione. «Cambiare i comportamenti prima di cambiare la
dottrina» significa che la dottrina cambia, ma non per prima,
essa cambia per ultima, quando più persone non ci credono
più e la sua abrogazione formale appare come un semplice atto
notarile. Si tratta del metodo modernista descritto da San Pio X nella Pascendi: il dogma non viene
attaccato frontalmente, si trasforma il pensiero che lo sostiene,
si separa la fede dalla vita, e la vita separata dalla fede trascina
con sé la fede. In realtà, non è necessario
cambiare il dogma, esso è reso insignificante per via
pastorale.
7 - In tutta questa crisi
Lei ha sempre affermato che la riforma liturgica non è una
conseguenza, ma una causa. Perché, secondo Lei, la questione
della Messa è anteriore e più decisiva della questione
dottrinale? E in tale contesto, che significato ha l’accanimento di Traditionis Custodes,
mantenuta intatta da Leone XIV?E questo metodo ha oggi la sua carta teorica, che quasi nessuno ha voluto leggere per quello che è. In Evangelii Gaudium, Bergoglio ha enunciato quattro principii, e il primo - «il tempo è superiore allo spazio» - è la chiave che apre tutti gli altri: «dare la priorità al tempo significa preoccuparsi di iniziare dei processi piuttosto che possedere gli spazii». In altre parole: non definire, ma iniziare processi; non per fissare dei risultati, ma per scatenare una dinamica che nessuno potrà fermare. Lo spazio è il territorio delimitato; la frontiera, la definizione dogmatica, il canone che indica fin dove è permesso andare, il tempo è il processo che erode questa frontiera senza mai dichiarare che vuole infrangerla. E si noti l’astuzia: chi protegge uno spazio deve difendere una posizione, e una posizione può essere assediata, discussa, confutata; chi inizia un processo non ha alcuna posizione da difendere e quindi è inattaccabile: nulla può essergli opposto, poiché nulla è stato ancora affermato. Si obietterà che non si tratta di Hegel, ma di Romamo Guardini, su cui Bergoglio ha lavorato senza mai ultimare la sua tesi di dottorato. La polarità di Guardini – il Gegensatz – è concepita proprio in opposizione alla contraddizione dialettica, poiché le tensioni devono essere tenute insieme e non risolte da una sintesi superiore. Che la si chiami sintesi hegeliana o processo mai concluso, il risultato è che nessuna verità rimane un punto fisso, ma diventa il momento di un divenire. E ciò che per Hegel era la filosofia della storia e che per Marx diventa la praxis rivoluzionaria (la praxis che precede il principio, lo giudica o lo sovverte), che nella Chiesa sinodale è chiamata pastorale. Ed ecco l’opera davanti ai nostri occhi: Amoris Laetitia non abroga l’indissolubilità del matrimonio, apre un processo; Fiducia Supplicans non dichiara lecita l’unione illegittima, ma benedice quelli che già la vivono; il cammino sinodale non decide nulla, e proprio per questo decide tutto. La dottrina non è mai formalmente toccata e proprio per questo non può mai essere formalmente contestata. Non vi è alcuna proposta da censurare, non vi è eresia da condannare, niente su cui pronunciare un anatema. I fedeli conservano intatta la lettera di un dogma che non si applica più nella vita della Chiesa. Ed è proprio quello che il Concilio Vaticano I ha colpito con l’anatema, proibendo che ai dogmi proposti dalla Chiesa si possa attribuire un giorno un significato diverso da quello che la Chiesa inteso e intende: eodem sensu eademque sententia. I mezzi sono quelli che abbiamo visto all’opera per decenni. Il primo è il linguaggio: «peccato» è sostituito da «fragilità», «conversione» da «cammino», «verità» da «discernimento», «di Dio» da «ideale». Il secondo è la pratica pastorale, deliberatamente resa ambigua: Amoris Laetitia con le sue note a pie’ di pagina; Fiducia Supplicans con le sue benedizioni che benedicono senza benedizione; e adesso la strategia di Prevost che non ha eliminato nulla di tutto questo, ma che lascia che operino «tranquillamente». Il terzo è la formazione: seminarii, facoltà di teologia, catechesi, nelle quali si insegna da sessant’anni che la morale cattolica è un residuo storico da superare. Il quarto è la scelta dei pastori: vengono promossi quelli che praticano l’ambiguità ed emarginati quelli che parlano chiaramente. E a monte di tutto questo vi è un’alleanza che io non ho mai esitato a denunciare: quella tra la chiesa sinodale e l’agenda globalista. Questa non è una ideologia tra le altre, ma la sintesi di tutte le ideologie, di destra e di sinistra, che da due secoli hanno preteso di affrontarsi, pur conducendo l’umanità allo stesso fine; una sintesi di matrice neomalthusiana, che non vede più nell’uomo l’immagine di Dio, ma un surplus da amministrare e che quindi è antiumana prima di essere anticristica. Noi comosciamo le sue articolazioni, e ciascuna di esse colpisce un preciso aspetto dell’ordine voluto dal Creatore: la dissoluzione della famiglia naturale; il pansessualismo e l’ideologia del genere, che nega l’uomo creato maschio e femmina; il vaccinismo, che fa del corpo una proprietà dello Stato; l’ecologismo, che sostituisce il culto del Creatore con quello della creatura; l’immigrazionismo, che dissolve le nazioni e con esse i popoli cristiani; e in cima il transumenesimo, che promette all’uomo la divinizzazione senza Dio, cosa già promessa dal serpente nell’Eden: eritis sicut dii. La chiesa conciliare non subisce questo processo: vi partecipa. Essa ha rinunciato a giudicare il mondo ed ha accettato di essere giudicata da esso; ha cessato di convertirlo e si è lasciata convertire da esso. Ecco perché il terzo e il quarto nodo di Martini non sono affatto nodi da sciogliere: il matrimonio indissolubile e la morale sessuale non sono lo sviluppo storico di un’epoca passata, ma l’essenza stessa del Vangelo, e sono le parole di Nostro Signore – quod ergo Deus coniunxit, homo non separet. Chi pretende – in quanto Papa - di cambiarle, non riforma la Chiesa, ma fonda un’altra religione e la fonda sulle rovine di quella che aveva ricevuto in custodia. Perché la Chiesa ha
sempre saputo ciò che i modernisti hanno deliberatamente
dimenticato: ut legem credendi lex
statuat supplicandi. E’ la legge della preghiera che stabilisce
la leggedella fede, e non il contrario.
Il popolo cristiano non apprende i dogmi dai manuali, esso li respira dall’altare. Un uomo che per anni si è inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento, che ha visto il sacerdote rivolto verso Dio e non verso l’assemblea, che ha assistito alla Consacrazione nel sacro silenzio del Canone, che crede nella Presenza Reale e nel Sacrificio, anche se non saprebbe formulare i dogmi relativi, è tale che nessun teologo potrebbe toglierli questa fede. Ma se viene modificata la preghiera, la sua fede cambia senza che ne abbia coscienza e senza che nessuno debba scrivere la minima proposizione eretica. E’ per questo che io dico che la riforma liturgica non è stata una conseguenza della crisi: essa ne è stata lo strumento. Era il modo più rapido e più sicuro per ottenere quello che una definizione non avrebbe potuto mai compiere. E bisogna notare che questa è la perfetta applicazione del principio bergogliano secondo il quale il tempo è superiore allo spazio: niente è definito, si instaura un processo e si lascia che alcune generazioni facciano il resto. Chiunque cerchi una conferma dovrebbe leggere il Breve Esame Critico dei cardinali Ottaviani e Bacci, che già nel 1969 avvertiva che il nuovo rito «si allontana in maniera impressionante, nell’insieme come nei particolari, dalla teologia cattolica della Santa Messa come è stata formulata nella XX sessione del concilio di Trento» E questo non è stato scritto da due sediziosi ma dall’ex segretario del Sant’Uffizio e da un cardinale di Curia. Essi sono stati ignorati e oggi le statistiche sulla fede nella Presenza Reale confermano fino a che punto avessero ragione. Cranmer aveva compreso, quattro secoli prima, che per cambiare la religione di un popolo bastava cambiare la Messa, e non ebbe bisogno di negare un dogma per sradicare il Santo Sacrificio dall’Inghilterra. Quanto a Traditionis Custodes, è la confessione più eloquente che i nostri avversarii potevano fare. Se i due riti esprimessero veramente la stessa fede, perseguitarne uno sarebbe un capriccio inspiegabile: essi lo perseguitano perché sanno molto bene che non esprimono la stessa fede e che finché un solo altare conserva l’antica lex orandi, la nuova non potrà considerarsi vittoriosa. Ed è opportuno notare che con Prevost questo documento non è stato né ritirato né attenuato: egli piuttosto lo ha applicato in maniera ancora più dura, con una meticolosità che Bergoglio non ebbe il tempo di esercitare. Il fatto che lo stesso Leone, che parla tanto di accoglienza e di ascolto, si accanisca contro la Messa di sempre, prova a coloro che sperano ancora in lui che nella chiesa sinodale vi è posto per tutto, salvo per il rito col quale la Chiesa ha pregato per secoli. |