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| Intervista
concessa da Mons. Carlo Maria Viganò
settembre 2026
a Gaetano Masciullo a proposito del suo libro «Scisma Capitale» - 10 settembre 2026 Seconda parte Prima parte
Seconda parte ![]() L'intervista è stata condotta da
Gaetano Masciullo
per conto del sito americano LifeSitenews Traduzione dall’inglese in francese di Francesca de Villasmundo, rivista e corretta da Mons. Viganò ![]() Il libro è disponible su Amazon in versione digitale e cartacea, in italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco. 8 - Prevost è stato eletto anche grazie a coloro che speravano in una restaurazione dell’ordine giuridico, ma in realtà sembra che egli perseveri nell’agenda del suo predecessore, semplicemente rallentanto il passo e delegando le decisioni più spinose alla Curia. Questo stile più flemmatico e «dialogante» non rischia di essere, per la difesa del dogma, ancora più insidioso dell’autoritarismo diretto di Francesco? Io devo correggere la
premessa della domanda, poiché si tratta del malinteso sul quale
conta Prevost. Non si può affatto dire che egli avanzi
lentamente, egli avanza a marcia forzata senza la minima considerazione
per le reazioni – anche perché le reazioni sono poco numerose e
vengono rapidamente represse. Quello che è cambiato rispetto a
Bergoglio non è la rapidità, è l’immagine.
Bergoglio urlava, e chi urla risveglia; Prevost sorride e chi sorride
addormenta. Ma è un sorriso glaciale, il sorriso beffardo di chi
sa che non incontrerà resistenza.
9 - Lei ha parlato
pubblicamente dell’affare di Eleuterio
Vásquez Gonzáles,
noto col nome di Lute, il
prete peruviano accusato di gravi abusi su minori nella diocesi di
Chiclayo. Quando Leone XIV era vescovo di questa diocesi, l’inchiesta
canonica fu definita da un delegato ecclesiastico come «una farsa»; tuttavia oggi, il
Papa ha come segretario personale Edgard Rimaycuna un sacerdote che è cresciuto nella
cerchia pastorale e sacerdotale di Lute. Guardiamo i fatti, non la forma. L’agenda non è stata rallentata: è stata rafforzata su tutti i fronti – sinodalità, ambientalismo, immigrazionismo, ecumenismo sincretista, normalizzazione dell’ideologia LGBTQ+. E guardiamo soprattutto le nomine, che sono il test decisivo di un pontificato: non ce n’è una che faccia eccezione; non un uomo di sana dottrina è stato promosso, non un nemico della fede è stato allontanato. In ogni capitolo Prevost si è spinto oltre il suo predecessore. Il 23 agosto, a Cuzco, nel corso di un incontro preparatorio per il viaggio di Prevost in Perù, Mons. Jordi Bertomeo – Commissario pontificio del Dicastero per la Dottrina della Fede – ha deposto delle foglie di coca in una offerta all’idolo infernale della Pachamama, accompagnato da Mons. Lizardo Estrada Herrera, vescovo ausiliare di Cuzco e Segretario generale del CELAM, e da Mons. Miguel Angel Cadenas, vescovo di Iquitos. Con Bergoglio, la Pachamama era entrata nei giardini del Vaticano e nella Basilica di San Pietro compiendo un gesto scandaloso; con Prevost è entrata nel Dicastero che avrebbe il compito di condannarla – e vi è entrata grazie a colui che in questo Dicastero amministra la giustizia. Non è un rallentamento, è una istituzionalizzazione. Lo stile di Leone è misurato solo in apparenza: del latino qui e là, mozzette indossate anche in maniera inappropriata – anche scendendo dall’aereo -, tono cortese; si tratta di anestetici somministrati ad un corpo ormai incapace di agire. E l’anestetico non attenua la violenza, la rende possibile. I conservatori sono stati affascinati dalla forma, ma in verità non c’è nemmeno quella. Coloro che si sono accontentati della mozzetta hanno avuto solo la mozzetta e nient’altro e hanno pagato questo pezzo di stoffa col silenzio su tutto il resto. Infine, vi è l’aspetto che rivela la natura autenticamente tirannica di questo governo, ed è la delega. Prevost delega alla Curia, ai Dicasteri, alle Conferenze Episcopali, ai «processi sinodali», di modo che nessuna decisione porta la sua firma e che ciascuna di esse possa essere presentata come il frutto del discernimento collettivo. Questa non è dolcezza; è la forma più perfetta del potere assoluto, quella che esercita il potere senza assumersene la responsabilità. L’antico tiranno firmava i suoi editti e ne provava odio; il tiranno sinodale fa deliberare agli altri e resta al di sopra, arbitro e mai accusato. E’ la dissoluzione della responsabilità personale del Papa – esattamente ciò che permette la sinodalità – e colui che non decide mai non può essere mai contraddetto. Il Papa che non decide è il Papa che ha deciso di lasciar fare e che ha trovato il modo per non rendere conto a nessuno. Un altro prelato importante, il venezuelano Edgard Peña Parra – già Sostituto della Segreteria di Stato, oggi è Nunzio per l’Italia a San Marino – egli è stato denunciato da Lei nel 2002 con delle accuse molto gravi, che vanno dagli abusi su minori seminaristi a presunti legami con delle morti violenti, accuse che Bergoglio ha poi sistematicamente ignorato. Alla luce di questi casi e di altri, Lei pensa che sotto Bergoglio si sia consolidata una vera «rete» di mutua protezione tra uomini di potere, in cui le omissioni e responsabilità sono state dissimulate per preservare gli equilibrii interni? E se sì, fino a che punto questo fenomeno è diffuso ai più alti livelli della Santa Sede? L’affare Lute ricalca con
impressionante precisione il modus
operandi di altri casi molto gravi: da McCarrick a Rupnik: le vittime che denunciano e
non vengono ascoltate, una inchiesta condotta in modo da non trovare
nulla; il Dicastero che archivia appelandosi alla prescrizione;
l’accusato che, non solo resta impunito, ma viene protetto.
10 - Chi beneficia di
questo meccanismo? Bergoglio ne era l’artefice o si è trovato
coinvolto in questo meccanismo suo malgrado?E parallelamente, il necessario inverso: coloro che denunciano i crimini e difendono le vittime vengono distrutti. Mons. Ricardo Coronado, il canonista che aveva preso in carico la difesa di tre giovani donne, si è visto ritirare l’autorizzazione ad esercitare la professione di avvocato ecclesiastico dalla Conferenza Episcopale peruviana nell’agosto 2024 e quattro mesi dopo è stato ridotto allo stato laicale con un decreto che – occorre notarlo – non portava la firma manoscritta di Bergoglio. Colui che accusa perde il sacerdozio, colui che è accusato conserva tutto. E qui non vi è nulla da interpretare: il vescovo di Chiclayo, che ha condotto questa inchiesta definita «farsa» da quelli che la conoscevano da vicino, oggi siede sul Trono di Pietro, ed ha voluto al suo fianco, come segretario personale un prete formato nella cerchia di Padre Lute. Non si tratta di dettagli biografici né di sfortunate coincidenze, ma sono la prova che, in questo sistema, la prossimità con certe cerchie non è un ostacolo per la carriera, ma la condizione per avanzare. E osserviamo una coincidenza che non è una conicidenza: lo stesso Mons. Jordi Bertomeu che a Cuzco ha offerto le foglie di coca alla Pachamama è l’uomo che, al Dicastero per la Dottrina della Fede, ha inaugurato – e giustificato in linea di principio – l’interpretazione del diritto canonico secondo la quale le procedure ordinarie, con le garanzia che assicurano all’accusato, sono sostituite da strutture parallele e da poteri attribuiti a dei commissarii straordinarii. Si tratta della dottrina giuridica che ha reso possibile il destino di Mons. Coronado, quando la procedura cede alla volontà del commissario, chi crea problemi è perduto fin dall’inizio, e non ha neanche il diritto di difendersi. Coronado, prima di essere ridotto allo stato laicale, fu accusato di atti infami senza a minima prova. E non si tratta di un caso isolato: quando un sacerdote peruviano, Padre Omar Sánchez, criticò la gestione del Commissario Bertomeu, ventidue giorni dopo apparve nella stampa un’accusa di abuso contro di lui - un’accusa che il presunto denunciante in seguito negò pubblicamente, dichiarando che non aveva mai presentato alcuna denuncia. Coloro che si oppongono al sistema scoprono che vi è un dossier contro di essi. E l’uomo che ha offerto le foglie di coca alla Pachamama è lo stesso che ha spogliato dal sacerdozio colui che difese le tre giovani vittime di Padre Lute a Chiclayo. Questo ci dà l’idea di cosa è diventato il Sant’Uffizio. Quanto a Peña Parra, mi pemetta una precisazione che io considero importante. Mi sono occupato del suo caso molto prima, quando ero delegato per le Rappresentanze Pontificie nella Segreteria di Stato. Le accuse – la seduzione di due seminaristi minori a Maracaibo nel settembre 1990, e il legame con l’affare delle morti violente nell’agosto 1992 – erano state trasmesse alla Segreteria di Stato nel 2002 dal Nunzio in Venezuela: Mons. André Dupuy. Questo non ha ostacolato la carriera di Peña Parra. E aggiungo un dettaglio che la dice lunga sul ruolo dei media: io parlai di questo affare in una lunga intervista con il Washington Post, e proprio la parte relativa all’aggressore venezuelano venne censurata. Bergoglio l’ha voluto come Sostituto; Prevost lo ha inviato come Nunzio in Italia. Sì, vi è una rete. Io non parlo per congettura, ma per l’esperienza diretta di decenni nella Curia Romana e nella Nunziatura. E questo si basa su un semplice principio: coloro che sono suscettibili di essere ricattati possono essere controllati da quelli che che esercitano il ricatto. La corruzione morale non è un caso fortuito del sistema, ne è il fondamento. Per questo motivo, il colpevole o il complice viene promosso, mentre chi denuncia viene isolato e punito. Qual è l’estensione di questa rete di corruzione? Basta vedere quanti dei discendenti di McCarrick occupano ancora posti di alto livello negli Stati Uniti o in Vaticano; e quanti dei cardinali creati da Begoglio sono stati scelti proprio in base alla loro corruzione o al fatto che sono suscettibili di ricatto; e quanti, nella Segreteria di Stato e nei Dicasteri, devono la loro posizione, non alla dottrina o alla santità, ma all’appartenenza ad una rete. La risposta sta nei fatti, e i fatti parlano da soli. Per come è posta la domanda: né l’uno né l’altro. Bergoglio non era la vittima del sistema e nemmeno il suo inventore: ne fu prima il beneficiario e poi il garante. Egli fu eletto grazie alla Mafia di San Gallo, cioè grazie ad una rete che aveva pianificato da anni la propria presa del potere e che trovò in lui l’uomo di cui aveva bisogno, perché era sfrontato, sprovvisto di scrupoli dottrinali e straordinariamente abile nell’uso del potere – qualità affinate durante una lunga formazione gesuita di cui conservò il metodo per tutta la sua vita: obbedienza ostentata e manovre sotterranee, povertà ostentata e potere assoluto. Una volta eletto, fece ciò che fa ogni potere illegittimo: si circondò di uomini che non potevano tradirlo perché ne conosceva la corruzione e i crimini, e allontanò coloro che, non essendo in alcun caso suscettibili di ricatto, non erano controllabili. Non è un caso se i suoi più vicini collaboratori – da Zanchetta a Peña Parra – sono personaggi sui quali gravano accuse molto gravi, che egli ha sistematicamente coperto e promosso. L’affare Marko Rupnik è esemplare. Nel 2019, il Dicastero per la Dottrina della Fede lo scomunicò per aver assolto il suo complice, uno dei crimini più gravi riservati alla Sede Apostolica. Su richiesta di Bergoglio, la pena venne commutata. Più tardi, nel 2023, la Compagnia di Gesù lo espulse per insubordinazione, e poco dopo Rupnik trovò un vescovo sloveno disposto ad incardinarlo. Quanto al processo canonico, più di sei anni dopo i fatti non si sa ancora nulla. Quello che rende l’affare Rupnik ancora più scandaloso è che egli è circondato da ecclesiastici che devono a lui la loro posizione e che lo proteggono proteggendo se stessi: a cominciare dall’allora Cardinale Vicario Angelo De Donatis, il cuo trasferimento dal Vicariato di Roma alla Penitenzeria Apostolica è sopraggiunto proprio in seguito a questo affare. Non si tratta tanto di una promozione, come alcuni hanno voluto far credere, ma del mezzo per proteggerlo, per sottrarlo alle domande che Roma non poteva eludere. E chi beneficia di tutto questo? All’interno ne beneficia una casta clericale che ha fatto della Chiesa la sua proprietà privata e che ha bisogno dell’impunità per sopravvivere. All’esterno ne beneficiano i poteri finanziarii, politici e sovranazionali, cioè globalisti, che hanno interesse a mantenere la Chiesa Cattolica sotto ricatto, poiché una Chiesa suscettibile di ricatto non parla, non condanna, non avangelizza, ma collabora. Il legame tra la chiesa profonda [deep church] e lo stato pronfondo [deep state] non è una teoria, è la ragione per la quale si è firmato e rinnovato ostinatamente l’accordo segreto con la Cina comunista, consegnando i vescovi fedeli e la Chiesa clandestina ai loro persecutori, tacendo su tutto ciò che il Vangelo le impone di gridare. La corruzione morale e la corruzione dottrinale sono le due facce della stessa medaglia. Quelli che hanno tradito la Fede tradiscono anche la morale, e quelli che sono passibili di ricatto in materia morale sono pronti a tradire la Fede – fino all’idolatria, come dimostrano a chiunque abbia occhi per vedere le foglie di coca offerte a Cuzco da un funzionario dell’ex Sant’Uffizio. Quando fu eletto Prevost, mi disse con sarcasmo: « Habemus Papam!L’hanno eletto!». All’inizio ero molto prudente e anche pieno di speranza in Prevost. Adesso che sono trascorsi molti mesi mi chiedo fino a che punto l’interpretazione di questa autorità massonica fosse lontana dalla realtà… Lei che ne pensa? Io non posso confermare delle parole che non ho ascoltato, né intendo dare credito alle vanterie di ambienti che da sempre amano rivendicare i meriti del loro ruolo nel governo della Chiesa. Ma posso dire che tale lettura coincide esattamente con quello che i fatti rendono evidente a chiunque voglia vedere. Bergoglio ha creato la stragrande maggioranza del Collegio dei Cardinali, scegliendo uomini che nessuno conosceva, dalla cattiva formazione, provenienti da sedi senza importanza e la cui sola qualifica era la fedeltà personale a Bergoglio e, quasi sempre, una vulnerabilità che li rendeva controllabili. Un conclave così composto non poteva eleggere che Prevost, cioè un uomo che garantisse la continuità della «eredità sinodale» di Bergoglio. La Massoneria è soddisfatta di questa elezione e questo non è del tutto sorprendente. Essa aveva gioito anche per l’elezione di Giovanni XXIII. Da tre secoli aveva perseguito un solo disegno: demolire la Chiesa Cattolica. Innanzi tutto svuotandola della sua dimensione soprannaturale e riducendola ad una organizzazione filanpropica; poi sovvertendola dall’interno, e infine trasformandola in una antichiesa, cioè nella Religione Universale dell’Umanità, che è il suo vero scopo. La sinodalità, come rivoluzione permanente e quintessenza di tutte le istanze del modernismo, è ciò che si avvicina di più a tale progetto, realizzato dall’interno. Non è necessario immaginare delle cospirazioni: basta leggere la Istruzione permanente dell’Alta Vendita, che descrive, con un secolo e mezzo di anticipo, un Papa formato secondo le idee della Rivoluzione, eletto da cardinali formati alle stesse idee. Se un’autorità massonica ha gioito per l’elezione di Prevost è perché si era realizzato quello che si era proposto. Il rammarico è per quei cardinali e quei fedeli che, da qualche mese, hanno voluto nutrire illusioni. L’espressione «utile idiota» è offensiva e non la faccio mia; ma temo che coloro che l’abbiano usata siano ben consapevoli della natura dell’utilità che si aspettano da colui che hanno eletto. Io l’interpreto come la prova più chiara di ciò che dico da molti anni. Il dialogo della chiesa sinodale non è un dialogo, è un dispositivo selettivo. Si dialoga con coloro che non credono, perché questi non hanno nulla da difendere; non si dialoga con coloro che credono, perché questi pongono delle domande a cui non si vuole rispondere. L’udienza che mi era stata accordata è stata annullata senza spiegazioni; lo stesso giorno, una «arcivescova» anglicana è stata ricevuta con tutti gli onori ed ella ha dato la sua benedizione vicino alla Tomba di San Pietro. La sequenza degli avvenimenti è più eloquente di qualunque commento. Io ho scritto a Leone tre cose semplici: gli ho chiesto udienza; gli ho chiesto di pentirsi e di confermarmi nella Fede, come Cristo ha ordinato a Pietro, gli ho chiesto di dirmi in che modo io contraddicevo il Depositum Fidei, perché glielo avrei mostrato punto per punto e gli avrei detto che ho intenzione di continuare. Non ho ricevuto alcun segno di risposta. E la ragione non è una semplice distrazione, né il troppo lavoro, e che rispondere avrebbe comportato per lui di dichiarare in cosa crede la chiesa sinodale e quindi di confessare in cosa questo differisce da ciò che la Chiesa cattolica ha sempre creduto. Il silenzio gli serve a mantenere l’ambiguità, la scomunica lo esime dal confutare. Ma il silenzio è in sé una risposta e la più eloquente. Un Papa che riceve James Martin e non riceve un arcivescovo che gli chiede di essere confermato nella fede, ha già detto da che parte sta. 13 - Le è stato obiettato che separare l’Istituzione dalla persona del Successore di Pietro produce un papato astratto e disincarnato – quasi un nestorianesimo ecclesiologico – e che il principio «Prima Sedes a nemine judicatur» vieta ai fedeli di giudicare il Pontefice. Lei cosa risponde? Io rispondo che l’accusa
è teologicamente capovolta. Nestorio
ha diviso ciò che in Cristo è ipostaticamente unito,
cioè nella stessa Persona del Verbo: una divisione impossibile,
poiché tale unione è sostanziale e indissolubile. Ma
l’unione di un uomo con la funzione papale non è ipostatica:
è giuridica e morale. Il Papa non è Cristo, è il
Suo vicario – e lo stesso nome Vicarius
Christi riasume la
distinzione che mi si contesta, poiché il vicario è per
definizione qualcuno che non si identifica con Colui di cui è
luogotenente.
Il Conclave non cambia (officium) la natura di un uomo, gli affida un incarico. Colui che entra nella Cappella Sistina e colui che ne esce è lo stesso uomo, con la stessa anima da salvare e gli stessi peccati da riscattare; quello che viene aggiunto è il potere (potestas), non una seconda natura. La grazia di stato l’aiuta, non lo trasfigura, e come ogni grazia, può essere accolta o rifiutata. Se vi è dunque qualcuno che commette un errore cristologico non è colui che distingue ciò che è distinto, ma è colui che fonde la persona e l’incarico in una sola sostanza, come i monofisisisti fondevano le due nature. Noi conosciamo il nome di questo errore: è non è il nestorianesimo, è la papolatria. Del resto, non ho inventato io questa distinzione, né i tradizionalisti: essa è stata fatta dalla Santa Chiesa, e con delle parole che è opportuno rileggere. Quando il terzo Concilio di Costantinopoli anatemizzò Onorio, e il Papa Leone II confermò la sua condanna, la formula utilizzata fu che: egli non aveva illuminato questa Sede Apostolica con la dottrina della tradizione apostolica (hanc apostolicam sedem non apostolicae traditionis doctrina lustravit). Ogni parola va pesata: vi è una Sede, che ha la sua dottrina e la sua luce, vi è un uomo che avrebbe dovuto servire questa Sede e non l’ha servita. Il rimprovero non è rivolto alla Sede, è rivolto a colui che vi siede, ed è rivolto a lui in nome della Sede. E’ la distinzione che mi si rimprovera oggi, formulata da un Pontefice nell’atto di ratificare un concilio ecumenico. E si consideri ciò che segue. La condanna colpì Onorio, non la Chiesa Romana; nessuno ha detto che la Sede di Pietro aveva sbagliato. Se colui che vi siede e la Sede fossero un tuttuno, condannare l’uno avrebbe significato condannare l’altra, e l’indefettibilità della Chiesa Romana sarebbe venuta meno nello stesso momento. Il fatto che la Chiesa abbia potuto condannare un Papa senza crollare, è la prova, e non l’eccezione, di ciò che sostengo. E per maggiore chiarezza, aggiungo che Onorio non fu condannato per aver definito un’eresia, ma per non aver spento il fuoco che aveva il dovere di spegnere; e che la sentenza giunse dopo la sua morte, da parte di un concilio e di un Papa, non da persone private. Ed è proprio questo che rende l’esempio più forte, non più debole: il che dimostra che l’incarico (officium) resistette alla mancanza della persona, e che lo stesso Depositum Fidei non fu intaccato dalla negligenza di colui che doveva costodirlo, e che la Sede rimase salda anche se colui che l’occupava non lo fu. Quanto all’adagio «Prima Sedes a nemine judicatur», si legga attentamente il soggetto della proposizione: non il sedente (sedens), ma la Sede (Sedes). E’ la Prima Sedes che non può essere giudicata, e per una ragione precisa: poiché la funzione (officium) che la Sede esercita è universale, non esiste sulla terra alcuna giurisdizione che le sia superiore, e dunque nessun tribunale che le sia superiore. L’immunità è ratione Sedis, non ratione personae: essa protegge la funzione (officium), non l’uomo che la occupa. Applicare l’immunità a colui che siede invece che alla Sede significa commettere precisamente quella confusione tra i due termini che io denuncio – di modo che l’argomento che mi si oppone è, a ben riflettere, la migliore conferma della mia posizione. Che il sedente sia stato sempre sottomesso ad un possibile giudizio è la storia che lo dimostra, ed anche le Sacre Scritture. Non si tratta di un aneddoto trasmesso dagli uomini: è lo Spirito Santo che ha voluto fissare nel Canone ispirato l’episodio di Antiochia: Cum autem venisset Cephas Antiochiam, in faciem ei restiti, quia reprehensibilis erat; ed un po’ più avanti: dixi Cephæ coram omnibus (Gal. 2, 11 e 14). Paolo riprende Pietro e lo riprende davanti a tutti, in assemblea. Se colui che siede – il sedente – fosse esente da ogni giudizio, questa pagina non sarebbe mai stata scritta o sarebbe stata scritta per essere dimenticata: invece essa è Parola di Dio e la Chiesa l’ha letta da venti secoli. Sant’Agostino ne trae una conclusione che San Tommaso fa sua: ipse Petrus exemplum majoribus præbuit ut, sicubi forte rectum tramitem reliquissent, non dedignentur etiam a posterioribus corrigi – lo stesso Pietro dà l’esempio ai superiori di non disprezzare di essere corretto anche dai loro inferiori, se abbandonano la retta via (S. Th. II-II, q. 33, a. 4, ad 2). E San Tommaso aggiunge la regola che attiene proprio al nostro caso: ubi immineret periculum fidei, etiam publice essent prælati a subditis arguendi — laddove incombe un pericolo per la fede, i prelati devono essere rimproverati anche pubblicamente dai loro sottoposti. Ecco perché coloro che oggi applicano la regola della Tradizione, non giudicano il Papa, giudicano la conformità di una dottrina al Depositum fidei. Se non fosse così, la Tradizione cesserebbe di essere un criterio: il quod semper, quod ubique, quod ad omnibus, diventerebbe lettera morta, e San Paolo avrebbe scritto invano che nessun angelo venuto dal cielo può proclamare un altro vangelo. Il papato astratto – mi si permetta – è il loro. E’ il papato di coloro che lo definiscono in funzione di colui che lo occupa e la riempie di contenuti di sua scelta. Invece, il papato in questione è concreto: Tu es Petrus ; confirma fratres tuos ; pasce oves meas. La funzione (officum) ha un contenuto definito, ed è proprio perché ha un contenuto definito che si può constatare quando colui che la occupa non riesce ad adempierla. 14 - Molti dei suoi detrattori sostengono che la distinzione tra il papato e la persona del Papa, portata alle conseguenze che Lei ne trae, porta inevitabilmente al sedevacantismo: se il Papa è il primo nemico del papato, in che senso sarebbe ancora Papa? Come risponde a coloro che Le dicono che la sua posizione è sedevacantista senza che Lei abbia il coraggio di dichiaralo? Io rispondo che il
sedevacantismo e la papolatria sono due errori minori, scaturiti dallo
stesso postulato: che la persona e la funzione (officium) coincidano.
La papolaria dice: poiché costui è il Papa, tutto quello che fa è buono. Il sedevacantismo dice: poiché quello che fa non è buono, costui non è Papa. Entrambi partono dalla identeficazione che io contesto, e per questo motivo entrambi si trovano disarmati di fronte alla realtà. Io dico invece la sola cosa che i fatti permettono di dire: che l’ufficio appartiene a Cristo, che colui che che lo occupa oggi lo occupa realmente, ma lo esercita contro il fine per cui esiste. Che un Sommo Pontefice possa mancare al suo mandato non è la mia tesi: la questione del Papa haereticus è dibattuta da secoli dai teologi più eminenti e la Chiesa non l’ha mai risolta con una definizione. San Roberto Bellarmino ha enumerato le opinioni in merito senza giungere ad una conclusione e ha dato ai fedeli la regola pratica che per me è sufficiente: sicut licet resist Pontifici invadenti corpus, ita licet resist invadenti animas – come è lecito resistere al Pontefice che attacca il corpo, così è lecito resistere quando egli attacca le anime. Resistere: non deporre. Perché è proprio questo il punto. Deporre un Papa, o dichiarare la Sede vacante, è un atto di giurisdizione, e nessuno – vescovo o laico che sia – possiede la giurisdizione per compierlo. Chi se ne arroga il potere commette – in forma inversa – lo stesso abuso che rimprovera a Roma: si erge a giudice di ciò di cui è solo custode. E ne subisce le conseguenze: una Chiesa senza una Sede visibile, senza la possibilità di un futuro Papa attraverso i canali ordinari, senza altro criterio che il giudizio personale di coloro che l’hanno dichiarata vacante. E’ una strada che porta ad un vicolo cieco, ed io l’ho visto schiudersi su troppe anime sincere. Ma c’è una ragione più umile, e per me decisiva: io non so quale sia la soluzione definitiva di questo mistero, e non pretendo di saperlo: questo mistero sarà svelato da un Papa, da un Concilio o da Nostro Signore stesso quando Egli vorrà. Ma so qual è nel frattempo il mio dovere e questo non ha bisogno di alcuna sentenza. Non spetta a me deporre un Papa: ma spetta a me non seguirlo nell’errore, e in quanto Pastore ho il dovere di mettere in guardia il gregge del Signore. 15 - Dopo aver denunciato per anni quello che Lei considera una crisi di autorità senza precedenti nella Chiesa, e dopo aver parlato nel suo libro: «Lo Scisma Capitale», della distinzione tra il papato in quanto funzione e la persona del Papa, secondo Lei qual è concretamente la soluzione? La Chiesa come può riscoprire lintegrità della fede, la certezza della dottrina e, soprattutto, una autorità veramente fedele al mandato petrino? Non troveremo la soluzione
attraverso espedienti umani, e sarebbe presuntuoso pretendere di
escogitarne uno noi stessi. Ma ci sono certezze innegabili, e la storia
della Chiesa ce le insegna.
La prima è che la crisi finirà quando l’autorità riprenderà a compiere la missione per cui Cristo l’ha istituita: un Papa che, con un atto solenne, condanni gli errori del Concilio e del post-Concilio, ripristini la liturgia della Chiesa, ristabilisca la disciplina e respinga la sinodalità come corpo estraneo alla costituzione divina della Chiesa. Umanamente parlando, è difficile immaginare come ciò possa accadere oggi, poiché l'intera Gerarchia è corrotta, e tra coloro che potrebbero compiere questo atto, non ce n’è uno che mostri la volontà di farlo. Eppure, questa non è un’utopia: è ciò che i Papi hanno sempre fatto di fronte alle eresie, e ciò che un giorno verrà fatto, perché «portæ inferi non praevalebunt». E se fossimo giunti alla fine dei tempi, e non ci fossero più Papi a compierla, sarà Nostro Signore stesso a compierla nel Suo glorioso ritorno. La seconda certezza ci riguarda. Il nostro compito non è dichiarare la Sede vacante, né quello di rassegnarci ad una obbedienza che farebbe di noi dei colplici. Il nostro compito è di rimanere cattolici: conservare intatta la Fede, celebrare ed assistere alla Messa di sempre, formare dei sacerdoti e dei vescovi che non siano contaminati, resistere agli ordini illeciti con la fermezza dei Santi e senza mai perdere la carità. Non è un caso se dovunque la Tradizione sopravviva, le vocazioni, le famiglie, i giovani prosperano: la Chiesa di tutti i tempi è vivente, mentre la chiesa sinodale è un cadavere: jam foetet (Gv. 11, 39). Quelli che rimangono fedeli oggi preparao la restaurazione di domani, come i monaci nei secoli di barbarie. La terza certezza è soprannaturale, ed è la più importante. Questa crisi è una prova permessa da Dio per purificare la Sua Chiesa, e come tutte le prove essa passerà. Il katéchon umano potrà essere rimosso, ma rimane Colei che ha promesso «alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà«. Recitiamo il Santo Rosario, facciamo penitenza, facciamo riparazione e chiediamo alla Beata Vergine di ottenere per noi un Papa che sia veramente Pietro. Il papato è di Cristo, e Cristo non abbandona ciò che è Suo: gli uomini possono tradirlo, ma non possono distruggerlo. E’ la ragione per la quale io non ho mai perso la speranza ed è per questo che non la perderò mai. Scio Cui credidi. |