QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL DOCUMENTO
DEL CONCILIO VATICANO II:
DIGNITATIS HUMANAE
(Parte II)
(12/99)
[vai alla prima parte]
Vediamo allora come la Rivelazione ci fa conoscere la “dignità
umana”.
Dobbiamo confessare che stiamo ancora cercando, nel documento, una sola
frase o un solo riferimento scritturale che giustifichi una tale asserzione.
Essa rimane buttata lí, offerta alla fiducia del fedele.
Abbiamo trovato invece dei surrogati di giustificazione.
Il documento infatti continua dicendo che oltre a farci conoscere la
dignità umana (fino ad ora non si sa bene come), la Rivelazione
“mostra il rispetto di Cristo verso la libertà dell’uomo nell’adempimento
del dovere di credere alla parola di Dio”. Ovviamente non v’è
una sola citazione a sostegno di questo rispetto del Figlio di Dio per
la libertà dell’uomo, come l’intende il documento, e in compenso
vi è l’affermazione contraddittoria secondo la quale l’uomo è
libero di adempiere il dovere di credere alla parola di Dio.
Ora a noi sembra che a fronte di un dovere, all’uomo non resti altro
che adempierlo, con buona pace della sua supposta libertà. Certo,
ha la possibilità di non adempierlo: è in questo che consiste
il suo libero arbitrio, non certo la sua libertà; ma non adempiendolo
non afferma la sua stessa dignità di uomo: tant’è che la
sua condanna è segnata, in eterno. Non necessariamente in terra,
ad opera di altri uomini, ma in eterno: quell’Eterno che è causa,
giustificazione e fondamento del suo essere uomo.
Se l’uomo non adempie al suo dovere di credere, non ha alcuna dignità
della quale far valere le esigenze: è infatti un uomo indegno, un
condannato alla Geenna.
È vero, Nostro Signore non coarta nessun peccatore, ma cosí
facendo non gli riconosce certo una qualche dignità, piuttosto lo
pone tra coloro che sono già condannati: gli indegni.
Non si dimostra cosí che la dignità umana e la libertà
religiosa “affondano le loro radici” nella Rivelazione: cosí si
può dimostrare solo il contrario. D’altronde questo contrario è
l’unica cosa dimostrabile alla luce della sacra Scrittura, poiché
dignità e libertà umane, come l’intende questo documento
e come l’intende il mondo moderno con cui il documento fa comunella, sono
solo ed esclusivamente fondate sulla sopravvalutazione della ragione umana
e sul pregiudizio della sua presunta autonomia.
Quando si dice poi che la Rivelazione “ci insegna lo spirito che
i discepoli di un tale maestro devono riconoscere e seguire in ogni cosa”,
bisognerebbe che si precisasse subito a quale spirito ci si vuole riferire:
se allo spirito del Maestro o a quello del documento.
Il paragrafo, poi, conclude cosí.
§ 9 - ultima parte
«Con tutto ciò vengono illustrati i principi generali
sopra cui si fonda la dottrina della presente dichiarazione sulla libertà
religiosa. Soprattutto la libertà religiosa nella società
è in piena rispondenza con la libertà dell’atto di fede cristiana.»
I princípi, dice il documento, non il principio; ribadendo cosí
che ragione umana, esperienza umana, dignità umana e Rivelazione
sono tutti diversi princípi fondanti la libertà religiosa.
Poi precisa che al di sopra di detti princípi sta una questione
che dovrebbe essere del tutto evidente, ma della quale finora non ha parlato:
e cioè che “la libertà religiosa nella società
è in piena rispondenza con la libertà dell’atto di fede cristiana”.
Qui è chiaro che si vuole fare della confusione a ragion veduta,
equivocando sull’uso del termine “libertà”: poiché la “libertà
religiosa” nella società non ha niente a che vedere con l’“assenso
libero” che si chiede al fedele quando abbraccia la Fede cristiana. Il
documento dice che fra le due cose “vi è piena rispondenza”: gettando
lí una affermazione che potrebbe sembrare conseguenziale a quanto
argomentato fino ad ora e che invece sembrerebbe essere spiegata solo nel
successivo § 10.
| Infatti è falso che la civile libertà
di qualsiasi culto o la piena potestà a tutti indistintamente concessa
di manifestare in pubblico e apertamente qualunque pensiero ed opinione
influisca piú facilmente a corrompere i costumi e gli animi dei
popoli e a propagare la peste dell'indifferentismo.
(Pio IX, Syllabus complectens præcipuos nostræ ætatis
errores, XXI proposizione condannata.) |
Non riportiamo questo paragrafo, ci limiteremo a riassumerlo con una
sola frase poiché in esso non v’è nulla che non si sapesse
già: “NESSUNO PUÒ ESSERE COSTRETTO AD ABBRACCIARE LA FEDE
CONTRO LA SUA VOLONTÀ”.
Sacrosanto!
Ma dobbiamo soffermarci brevemente sul significato dell’“assenso libero”
che la Chiesa esige dal neofita: perché si comprenda meglio come
questo, per sua natura, non ha niente a che vedere con la moderna concezione
libertaria, come sostenuto qui dal documento conciliare.
L’assenso alla Fede implica, come dice la stessa terminologia usata,
un assentimento a qualcosa che si conosce, interamente o parzialmente,
come comunicato da Dio per mezzo dei suoi Apostoli, e che il senziente
non cerca di analizzare, ma “crede” come totalmente vero; non di una fiducia
cieca, ma di una fiducia certa che trova sostegno nella Grazia e nella
Speranza della vita futura. Un tale assenso non potrebbe realizzarsi con
una qualsivoglia costrizione, ma può solo passare attraverso la
consapevolezza del senziente: cosí che non entra in giuoco la sua
libera scelta, ma la sua capacità di comprendere e di volere. Tant’è
che, a rigore di logica, il senziente, se ha orecchie per intendere e occhi
per vedere, non può che acconsentire.
Non è la libertà personale che qui interviene, ma la
capacità cognitiva, la purezza di cuore e la “buona volontà”.
È tutto questo che traduce l’espressione: “la Verità
si afferma da sé stessa”.
L'uomo non assentisce alla Verità per libera scelta, ma, se
ha un cuore puro, non può che arrendersi all’evidenza della Verità.
Un suo eventuale rifiuto ad assentire non recita a favore della sua
“libertà”, ma a favore della sua cecità: non è un
uomo libero, ma schiavo dell’umana limitazione.
Ma da cosa si comprende che “vi è piena rispondenza” tra questo
e la libertà religiosa? Il documento non lo dice; anzi dice tutta
un altra cosa: confermando il sottile piacere che sicuramente hanno provato
gli estensori nel proporre una sfilza di contraddizioni.
Si continua infatti cosí:
«…la forma di libertà religiosa contribuisce non poco
a favorire quello stato di cose nel quale gli uomini possono essere invitati
facilmente alla fede cristiana…» (§ 10 ultima parte).
Intanto siamo passati dalla libertà religiosa a “la forma di
libertà religiosa”, che potrebbe essere la stessa cosa, ma di certo
non lo è, visto che si è voluto espressamente precisare che
di una forma si tratta. Cos’è quest’altra cosa? Questa “forma”?
Non se ne parla! Dopo aver cercato in tutti i modi di presentare la “libertà
religiosa” come un principio imprescindibile, ecco che il documento ci
svela che si tratta di una “forma”. Segno evidente del disaccordo e della
confusione che regnava nella mente degli estensori del documento stesso.
Comunque sia, non si è certo spiegata la “piena rispondenza”
annunciata prima, anzi si è detto che si tratta di due cose ben
diverse: di uno strumento formale a fronte di un atto di fede, con la possibilità
che il primo sia utile al secondo. Insomma, se un calzolaio usa un coltello
per fare le scarpe, si può certo dire che il coltello è “utile”
al calzolaio, ma non si può certo affermare che vi è piena
rispondenza tra le scarpe, il calzolaio e il coltello. Sarebbe ridicolo.
Se non altro perché la stessa rispondenza la si ritroverebbe tra
una bistecca, un macellaio e lo stesso coltello: cosí che, inevitabilmente,
si dovrebbe poter asserire che vi è “piena rispondenza” tra una
bistecca e una scarpa, tra un macellaio e un calzolaio. Il che, evidentemente,
è assurdo.
Francamente questo § 10 non spiega niente, riesce solo a fare
dell’altra confusione.
Gesú disse allora a quei Giudei che
avevano creduto in lui:
«Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli;
conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
Gv 8, 31-32
|
La stessa mancanza di spiegazioni troviamo nel § 11.
Solo che questo paragrafo si presenta come un abile saggio di millanteria:
si intitola: “Modo di agire di Cristo e degli Apostoli”, e contiene
venti citazioni scritturali che dovrebbero dar credito a quanto detto fin
qui.
Per ovvi motivi di spazio non possiamo esaminare tutte le citazioni,
perché dovremmo poi citare tutti gli altri passi dei Vangeli che
aiutano a comprendere meglio il senso in essi contenuto, e non basterebbe
un libro per fare un lavoro del genere. Certo è che da essi non
si trae alcuna indicazione che possa far comprendere come la libertà
religiosa e la dignità umana trovino fondamento nella sacra Scrittura.
In ogni caso, per ragioni di completezza e per informazione di chi
ci legge, riportiamo a parte le citazioni scritturali
di
questo paragrafo, con qualche breve commento, cosí che ognuno possa
rendersi conto da sé di come stanno le cose. Qui ci limiteremo alla
citazione di qualche passo della Scrittura in cui si parla chiaramente
della libertà dell’uomo, quella stessa che - secondo il documento
conciliare - dovrebbe scaturire dalla dignità umana e fondare la
libertà religiosa.
Gv 8, 31: «Gesú disse allora a quei Giudei che avevano
creduto in lui: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei
discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà
liberi”.»
Da cui si comprende facilmente che allorché Gesú parla
della libertà degli uomini, ne parla come di una possibilità,
non come di una qualità intrinseca posseduta da ogni uomo di per
sé: la libertà sarà solo di coloro che saranno suoi
discepoli e lo saranno in totale fedeltà alla sua parola, cosí
che potranno conoscere la verità, e la verità li farà
liberi.
Vi è un bel po’ di strada da fare per essere liberi: non basta
neanche essere semplicemente discepoli del Signore, occorre essere suoi
discepoli fedeli: cosí fedeli da conoscere la verità. Non
è l’umanità che fa liberi gli uomini, ma la Verità.
Cosí dicendo, Gesú conferma una realtà non espressamente
citata, ma implicitamente riconosciuta: o l’uomo nasce discepolo fedele
di Gesú Cristo ed allora è libero; o nasce schiavo e senza
libertà, con la possibilità di acquistare tale libertà
solo dopo aver udito ed aderito fedelmente alla parola del Signore.
Rm 6, 20: «Quando infatti eravate sotto la schiavitú
del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. Ma quale frutto
accoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino
è la morte. Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio,
voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino
avete la vita eterna.»
Da cui si comprende che l’accezione di “libertà umana”, con
tutto quello ad essa connessa, attiene alla schiavitú del peccato:
in questo caso si è liberi, certo, ma si è liberi in relazione
alla giustizia terrena, rimanendo schiavi del peccato. Quando invece si
è liberi dal peccato, l’essenza di questa libertà sta nell’essere
servi di Dio in vista della vita eterna. È chiaro che un tale concetto
di libertà, esposto dall’Apostolo, non ha niente a che vedere con
il concetto moderno di libertà che il documento conciliare vuole
a tutti i costi fare suo, spacciandolo poi per un concetto “fondato” sulla
Scrittura.
L’uomo è tanto piú libero quanto piú è
schiavo della legge divina; ed è tanto piú schiavo quanto
piú è libero rispetto a questa legge.
Dopo aver invano tentato di giustificare l’affermazione che la dignità
umana è fondata sulla Rivelazione, il documento propone una conclusione
che fino ad ora non è stata dimostrata.
§ 12 - La chiesa segue le tracce di Cristo e degli Apostoli.
«La chiesa pertanto, fedele alla verità evangelica,
segue la via di Cristo e degli apostoli quando riconosce il principio della
libertà religiosa come rispondente alla dignità dell’uomo
e alla rivelazione di Dio e la favorisce.»
Non c’è bisogno di alcun commento per questa affermazione, che,
fino ad ora, risulta infondata. Piuttosto essa si commenta da sé
allorché subito dopo fa capire come il documento, di fatto, continui
a parlare di qualcosa di diverso dalla dignità dell’uomo e dalla
libertà religiosa, cercando tuttavia di confondere l’una cosa con
l’altra.
Si tratta del perdurare della dottrina della Chiesa “che nessuno sia
costretto ad abbracciare la fede”.
| Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del
Signore nostro Gesú Cristo e la dottrina secondo la pietà,
costui è accecato dall'orgoglio, non comprende nulla ed è
preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose.
I Tim 6, 3-4
|
§ 12 - primo capoverso - séguito.
«E quantunque nella vita del popolo di Dio, pellegrinante
attraverso le vicissitudini della storia umana, di quando in quando si
sia avuto un comportamento meno conforme allo spirito evangelico, anzi
contrario, tuttavia ha sempre perdurato la dottrina della chiesa che nessuno
sia costretto ad abbracciare la fede.»
Questo passaggio è curioso: perché fa sorgere un ulteriore
interrogativo circa la coerenza delle varie parti del documento.
Al § 9, primo capoverso, si era detto che le esigenze della libertà
religiosa “sono divenute piú pienamente manifeste alla ragione
umana attraverso l’esperienza dei secoli”, dando cosí valore
positivo all’ “esperienza” storica della vita dell’uomo. Adesso si afferma
invece che la storia umana porta con sé l’inevitabilità di
comportamenti contrari allo spirito evangelico, e per di piú nel
seno stesso del popolo di Dio. Insomma, la storia umana, l’esperienza,
è apportatrice di piú ampie consapevolezze o di cadute antievangeliche?
Si potrebbe rispondere che l’una possibilità non è esclusiva
dell’altra, se non fosse che in tal modo si dovrebbe ammettere che l’ “esperienza
dei secoli” e il “peregrinare attraverso le vicissitudini della storia
umana”, sono elementi che portano prioritariamente in sé la contraddizione
e la confusione; cosí che su di essi non si può fare affidamento.
Cosa invece che fa il documento conciliare, anche in questo paragrafo.
§ 12 - secondo capoverso
«Il fermento evangelico ha pure operato a lungo nell’animo
degli uomini e ha molto contribuito a che gli uomini nel corso dei secoli
riconoscessero piú ampiamente la dignità della propria persona
e maturasse la persuasione che essa nella società dev’essere conservata
immune da ogni coercizione umana in materia religiosa.»
Qui, mentre si ribadisce il valore positivo dello “scorrere dei secoli”,
si aggiunge qualcosa che, ancora una volta, è indimostrato: semmai
è dimostrabile il suo contrario.
Come è possibile che il fermento evangelico abbia potuto operare
a lungo nell’animo degli uomini?
Al massimo si potrebbe affermare che abbia operato a lungo nell’animo
dei cristiani, e, a voler essere generosi, per simpatia, nell’animo di
chi ha vissuto fianco a fianco con i cristiani. Non certo “degli uomini”,
come afferma il documento.
E il famoso “corso dei secoli” diventa addirittura inspiegabile ove
si pensi che da una tale affermazione si dovrebbe ritenere che il “fermento
evangelico” avrebbe operato un po’ di secoli fa in Cina, in India o in
Australia.
Si tratta chiaramente di un tentativo che cerca di far passare le elaborazioni
umane degli ultimi secoli, tutte contrarie allo spirito del Vangelo, per
frutti spontanei della maturità degli “uomini” sostenuta dal fermento
evangelico.
Si potrebbe anche pensare, però, che il documento si voglia riferire
esclusivamente alla maturazione dei cristiani, e che il suo discorrere
sia relativo alla vita e alle esigenze religiose dei cristiani. Ma le cose
non stanno cosí, poiché, nella sua conclusione la dichiarazione
è piú che chiara in proposito.
Ma, soffermiamoci prima sui penultimi paragrafi che parlano della libertà
e della missione della Chiesa.
§ 13 - La libertà della Chiesa.
Dopo aver sostenuto la necessità che la Chiesa «…goda
di tanta libertà d’azione quanta ne richiede la cura della salvezza
degli uomini.» (1° capoverso), il documento afferma:
3° capoverso: «Orbene, se vige un regime di libertà
religiosa non solo proclamato a parole né solo sancito con le leggi,
ma anche tradotto in pratica con sincerità, allora finalmente la
Chiesa, di diritto e di fatto, usufruisce di una condizione stabile per
l’indipendenza necessaria all’adempimento della divina missione, indipendenza
che nella società le autorità ecclesiastiche hanno sempre
piú vigorosamente rivendicato.»
Una tale affermazione, a prima vista, appare superflua, ma, a ben considerare,
essa si presenta come una giustificazione nei confronti dei fedeli che
potrebbero rimanere perplessi e sconcertati da quanto affermato fin qui
dal documento. Non crediamo di esagerare se pensiamo che in questo capoverso
i redattori del documento abbiano cercato di fornire perfino a sé
stessi una giustificazione “pragmatica”.
Se vige un regime di libertà religiosa - si afferma - la Chiesa
ha tutto da guadagnare, quindi: per il bene della Chiesa è opportuno
che si tessa un elogio della “libertà religiosa”!
Certo, questo lo affermiamo noi, ma, dopo quanto detto fin qui, pensiamo
di non essere tanto lontani dalla realtà.
Ora, mentre possiamo riconoscere una qualche valenza positiva nell’agire
in maniera “pragmatica”, dobbiamo ricordare che la Chiesa non ha il compito
di fare del “pragmatismo”, ma di predicare la Verità; e se nel predicare
primariamente la Verità si rende necessario del “pragmatismo”, oseremmo
dire in maniera umanamente inevitabile, questo non dovrebbe mai trovarsi
in contrasto, né dovrebbe condurre ad alcun compromesso con la Verità
stessa. Il diritto primario non è dell'uomo, né della prassi,
perfino neanche della Chiesa, il diritto primario è della Verità.
D’altronde, se non fosse cosí, non si potrebbe neanche parlare della
predicazione della Verità: rimarrebbe solo la pratica del “pragmatismo”.
In questo capoverso, peraltro, si vorrebbe anche sostenere che, con
questo documento, “…le autorità ecclesiastiche… [rivendicano
una indipendenza che] …hanno sempre piú vigorosamente rivendicato”.
E si cita in nota l’allocuzione Ci riesce di Pio XII, del 6 dic.
1953.
C’è da rimanere allibiti!
Gli estensori del documento pare che misconoscessero qualcosa come
duemila anni di storia della Chiesa: dalle persecuzioni alle lotte tra
papato e impero e alle condanne pontificie degli ultimi due secoli: si
cita solo una allocuzione di Pio XII. Ora, come tutti sanno, in termini
di libero esercizio della sua “autorità spirituale” la Chiesa
ha sempre dovuto sostenere degli aspri scontri con il “potere temporale”;
fino a giungere, ultimamente, nel XIX e nel XX secolo, alle ripetute scomuniche,
rivolte non piú a singole individualità, ma ad interi sistemi
di pensiero. Non sarebbero bastate intere pagine di citazioni per indicare
la “sempre piú vigorosa rivendicazione della autorità ecclesiastiche”.
Il documento, invece, si accontenta di una piccolissima nota. Perché?
Per il semplice motivo che agli estensori del documento non interessava
affatto ricordare che il “mondo” ha sempre piú contrastato la Chiesa
e la sua missione, soprattutto negli ultimi secoli: avrebbero dovuto ammettere
che la Chiesa ha sempre condannato quella stessa “libertà” che il
documento impugna come un valore da difendere.
Tutto questo per poter dichiarare infine che «Vi è quindi
concordia fra la libertà della Chiesa e quella libertà religiosa
che deve essere riconosciuta come un diritto a tutti gli uomini e a tutte
le comunità e sancita nell’ordinamento giuridico.» (§
13 - fine dell’ultimo capoverso).
Cosa significa quel “quindi”?
Né prima né adesso si trovano elementi in “concordia”.
Soprattutto ove si consideri che non v’è alcuna comune misura tra
la “libertà della Chiesa” e “quella libertà religiosa”.
Anche nella espressione lessicale il documento lascia a desiderare.
La Chiesa è libera e gode della sua libertà per sua stessa
natura: Essa è santa, è in totale aderenza con la Verità,
è il corpo stesso della Verità: quindi non ha alcun bisogno
di altre “libertà” che vengano dagli uomini o dal mondo.
“Quella libertà religiosa” degli uomini è tutt’altra
cosa, che vige su un piano del tutto differente e che addirittura, se cosí
presentata, è una libertà che contrasta con la Chiesa, con
la sua missione, con la Verità e con la volontà di Dio.
Dove e come si sia mai potuta riscontrare l’asserita “concordia” è
cosa che attiene alla confusione mentale e dottrinale degli estensori del
documento.
Peraltro, nello stesso § 14, che segue, non si afferma niente
che possa suffragare questa proposizione.
In esso si ricorda invece ai fedeli che «…nella formazione
della loro coscienza devono considerare diligentemente la dottrina sacra
e certa della Chiesa.» (§ 14 - terzo capoverso)
Ovviamente viene subito da chiedersi a quale dottrina si riferisca il
documento: dalla predicazione di san Pietro e di san Paolo fino al XIX
secolo la Chiesa ha sempre insegnato che vi è incompatibilità
tra le esigenze del mondo e quelle di Dio; ha anche insegnato che
ogni autorità viene dall’alto, viene da Dio, non v’è autorità
che viene dal basso, né dall’uomo: che non potrebbe essere certo
“legge a sé tesso”; ha anche insegnato che le concezioni moderne
sono uno dei frutti dell’inganno del maligno, che il cristiano deve fuggire
e che la Chiesa deve combattere. Ha anche insegnato tante altre cose simili.
Ma non una di esse viene ricordata in questo documento, come non vengono
neanche citate le condanne pontificie e le dichiarazioni conciliari fino
al Vaticano I.
A quale dottrina si riferisce dunque il documento? Ovviamente a quella
da esso stesso presentata, che, come abbiamo visto fin qui, è una
dottrina che presenta solo sporadicamente elementi di certezza, di coerenza
e di adesione alla Verità.
Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?
Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio.
Gc 4, 4
|
Potrebbe sembrare che siamo noi a forzare il significato del testo,
ma ecco che ci viene in aiuto il documento stesso.
Nel 4° capoverso di questo § 14 si afferma infatti:
«[il discepolo] deve quindi tener conto sia dei doveri verso
Cristo, …, sia dei diritti della persona umana, sia della misura della
grazia data da Dio per mezzo di Cristo all’uomo, che viene invitato ad
accettare e professare spontaneamente la fede.»
Alla pari? Non v’è alcuna inderogabile precedenza dei “doveri
del discepolo verso Cristo” con la logica e inevitabile subordinazione
ad essi di tutto il resto?
Il documento non lo dice: dice solo: “…sia …sia …sia”; che, se non
andiamo errati, significa: …e …e …e: cioè di tutte e tre le cose
insieme.
Ci sembra inutile insistere su questo aspetto della equiparazione fra
i “doveri verso Dio” e i “doveri” meramente umani: è fin troppo
evidente che il linguaggio usato tradisce una prioritaria preoccupazione
umana, della quale abbiamo già detto. Ma in questo passo è
presente una affermazione che contrasta con l’insegnamento di Cristo.
È del tutto nuova la concezione secondo la quale Dio, per mezzo
di Cristo, avrebbe dato la grazia all’uomo. La Chiesa ha sempre confermato
l’insegnamento evangelico che la grazia si acquista col Battesimo e con
gli altri Sacramenti, non si acquista certo con la nascita. Anzi, con la
nascita l’uomo viene al mondo privo della grazia, perché in ostaggio
del peccato originale, dal quale si può riscattare con l’adesione
a Cristo.
Adesso apprendiamo che “l’uomo” ha ricevuto da Dio la grazia per mezzo
di Cristo.
Delle due l’una: o la Chiesa si è sbagliata fino al Vaticano
II o è il Vaticano II che si sbaglia.
Vero è che la Grazia di Dio è un dono gratuito che Egli
elargisce secondo la sua Giustizia, e che quindi nessuno al mondo potrà
mai affermare in termini assoluti che non possano esservi uomini che, pur
non battezzati, vivano in grazia di Dio per la di Lui Volontà. Ma
questa è cosa del tutto diversa dall’affermazione che “l’uomo”,
e cioè “tutti gli uomini”, avrebbero ricevuto da Dio la grazia per
mezzo di Cristo.
Questo documento pretende di trasformare una possibilità legata
alla imperscrutabile Volontà di Dio, in un insegnamento generale
della Religione: giungendo cosí alla dichiarazione di inutilità
della religione stessa.
Se tutti gli uomini hanno la grazia, per la sola venuta di Cristo,
a che serve la Chiesa?
Nostro Signore non ha promesso un “superpremio” a chi, già in
grazia di Dio, avesse aderito al “circolo degli Apostoli”: Egli è
venuto per i peccatori, cioè per coloro che non sono in grazia di
Dio, ed è venuto a portare la grazia solo per coloro che, da peccatori,
si convertiranno alla Verità.
Il documento non afferma il contrario, ma pensa di poter ampliare,
motu
proprio, i poteri conferiti da Dio al suo Figlio Unigenito; dimenticando,
tra l’altro, che la generazione del Figlio dal Padre non è un fatto
“storico-scientifico”, ma si è prodotta “ante omnia sæcula”,
ragion per cui lo stesso dono della grazia per mezzo di Cristo non è
cosa “misurabile” da parte del fedele, né da parte della gerarchia
ecclesiastica, né da parte del concilio - come qui si afferma -
ma è anch’esso qualcosa che attiene alla Volontà di Dio e
a quanto Egli ha voluto “predestinare” per ogni uomo.
Questa nuova dottrina, non cattolica, della “salvazione universale”
per la sola “venuta” di Cristo è in palese contrasto con l’Incarnazione,
la Risurrezione e l’insegnamento di nostro Signore.
| Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri
ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo
Cristo.
Col 2, 8
|
Questa distorsione della dottrina cattolica è giustificazione
di quanto si dice poi nel paragrafo che segue.
§ 15 - Conclusione - quarto capoverso
«È infatti evidente che tutte le genti si vanno sempre
piú unificando, che si fanno sempre piú stretti i rapporti
fra gli uomini di diversa cultura e religione, e che cresce in ognuno la
coscienza della propria responsabilità. Per cui, affinché
nel genere umano si instaurino e si consolidino le relazioni pacifiche
e la concordia, si richiede che ovunque la libertà religiosa sia
difesa…»
Questa conclusione, da sola, è esplicativa di tutto lo spirito
con cui è stato formulato il documento conciliare. Qui non è
piú questione, e non lo è mai stata, del libero esercizio
del culto per i cristiani: quasi fossimo al tempo delle prime persecuzioni;
qui si vuole trattare esplicitamente, e si tratta, della libertà
per chiunque di professare privatamente e pubblicamente la religione e
il culto che vuole. Senza entrare minimamente nel merito di tali religioni
o di tali culti.
I ripetuti richiami alla sacra Scrittura e le citazioni del Magistero
sono solo serviti al tentativo di dare un sostegno cristiano al concetto
iniziale di dignità umana e di libertà religiosa, entrambe
intese alla maniera meramente umana. E tali citazioni erano inevitabili
in un documento della Chiesa, ma lo erano negli stessi termini in cui sarebbe
stato inevitabile per un buddista che avesse voluto sostenere la stessa
tesi, citare i testi del Buddha.
E questo è cosí vero che il documento alla fine spiega
che tutta la sua preoccupazione non è volta all’affermazione del
Vangelo di Verità nel mondo, ma semplicemente alla realizzazione
di “pacifiche relazioni” e di “concordia” in seno al genere umano. Cosa
questa che viene ulteriormente ribadita nel capoverso finale, con quella
tecnica della confusione che, questa volta, ha davvero del paradossale.
§ 15 - ultimo capoverso
«Il Dio e Padre di tutti faccia che la famiglia umana, rispettando
diligentemente l’esercizio della libertà religiosa nella società,
per la grazia di Dio e per l’azione dello Spirito Santo sia condotta a
quella sublime e perenne «libertà della gloria dei figli di
Dio» (Rm 8, 21).»
Qui sembrerebbe che si àuspichi che tutti gli uomini “divengano”
figli di Dio. Ma, per quanto detto appena prima è inevitabile pensare
che il concilio abbia voluto sancire che tutti gli uomini “sono già”
figli di Dio per il semplice fatto di esistere: cosí che chiunque
professando una qualsiasi religione, anch’essa ritenuta santa per il solo
fatto di esistere, e perseguendo i valori primari delle “pacifiche relazioni”
e della “liberta religiosa” entrerà nella gloria dei figli di Dio.
Potrà sembrare eccessivo, ma la nostra impressione è che
con questo documento conciliare gran parte della Gerarchia ecclesiastica
abbia inteso rinunciare al suo mandato magisteriale.
D’altronde, è stato detto chiaramente che si sarebbe trattato
e si è trattato di un “concilio pastorale”, che avrebbe però
mantenuta intatta la dottrina della Chiesa.
Il fatto è che neanche da questo punto di vista le cose sono
cosí semplici come si vorrebbe far credere: è davvero giustificata
la supposta distinzione tra “pastorale” e “dottrinale”?
La famosa asserzione che i Pastori della Chiesa, nel concilio Vaticano
II, abbiano potuto “decretare” pastoralmente, senza toccare la dottrina,
è falsa, sia dal punto di vista della dottrina stessa, sia, e soprattutto,
dal punto di vista della pastorale, come hanno ben dimostrato i trent’anni
del post-concilio.
In un solo caso si potrebbe giustificare una tale distinzione e, soprattutto,
la sua effettiva praticabilità: nel caso in cui un qualsivoglia
documento “pastorale” non tocchi minimamente le “questioni di dottrina”:
il che, fino a prova contraria, non è possibile, se non nei semplici
sermoni in cui il parroco raccomanda ai suoi parrocchiani di farsi la barba
prima di venire in chiesa, o simili.
«Pasci i miei agnelli» … «Pasci le mie pecorelle»,
ha detto Gesú a Pietro (Gv 21, 15-17); ma lo ha detto sulla base
di quanto aveva affermato prima. «Io sono il buon pastore.
Il buon pastore offre la vita per le pecore. … Io sono il buon pastore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce
me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore
che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno
la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.»
(Gv 10, 11-16).
I Pastori della Chiesa non devono “accompagnare” le pecore, ma pascerle,
e pascerle significa guidarle: nella scelta della pastura, nella tenuta
del gregge, nel ritorno all’ovile; e significa anche vegliare su di esse,
preservandole: dalla famelicità dei lupi, dalla razzia degli uomini
e dalla loro stessa distrazione. E debbono far questo secondo l’insegnamento
di Nostro Signore, che spiega come il pastore «…cammina innanzi
a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce.»
(Gv 10, 4).
Perché conoscono la “sua voce”, dice Nostro Signore, non dice
perché conoscono il suo odore o il colore della sua veste.
La “voce” del Pastore è simbolo del “Verbo” che le pecore “ascoltano”
e riconoscono; e l’estrinsecazione del Verbo, in termini di religione,
non è una “pastorale” supposta autonoma , ma la dottrina.
D’altronde, è proprio questo che è accaduto in questi
ultimi trent’anni: si è fatta inevitabilmente della dottrina, a
riprova che è impossibile che i Pastori della Chiesa possano solo
parlare in termini “pastorali”.
Il dramma, e il terrore per molti chierici e laici, è che spesso
si sia fatta della dottrina non cattolica, e potremmo dire che si è
fatta della dottrina protestante, ma certo è meglio dire che si
è fatta della dottrina mondana, scimmiottando il mondo per compiacere
il mondo, e sperando che lí ove Nostro Signore non condividesse,
perdonasse.
A onor del vero non c’era bisogno di un concilio per dimostrare che
molti Pastori della Chiesa, con umiltà e devozione, fossero diventati
discepoli del mondo pur conservando un bel ricordo del discepolato di Cristo.
Ma forse c’era bisogno del concilio Vaticano II per sancirlo ufficialmente.
| L'umana ragione senza tenere nessun conto
di Dio, è l'unica arbitra del vero e del falso, del bene e del male,
è legge a sé stessa, e con le sue forze naturali basta a
procacciare il bene degli uomini e dei popoli.
(Pio IX, Syllabus complectens præcipuos nostræ ætatis
errores, III proposizione condannata.) |
Per concludere è opportuno ricordare che queste poche note su
uno dei documenti conciliari, che potranno magari apparire eccessive nella
forma e nel contenuto e che qualcuno potrebbe ritenere essere frutto di
forzature, sono da collegare all’affermazione del Sommo Pontefice che “alla
persona sia riconosciuta la libertà persino di cambiare religione,
se la sua coscienza lo domanda”.
È indubbio che il Concilio Vaticano II non abbia affermato alcunché
di simile, ma è evidente che esso ha posto le premesse perché
si potesse giungere ad affermazioni siffatte.
Non si tratta quindi di giudicare presuntuosamente il Concilio, quasi
che si volessero cogliere ad ogni costo le sue pecche, magari spinti da
un qualche pregiudizio “fondamentalista”: si tratta piuttosto di considerarne
i frutti, da laici quali siamo; e questa volta il frutto è fiorito
sul ramo piú alto dell’albero, ed è su ognuno di noi fedeli
che ricadrà non appena giunto a maturazione.
Giovanni Servodio
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