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| Consacrazioni senza mandato: una rottura della comunione? di don Benoît Espinasse, FSSPX ![]() Mons. Bernard Fellay e Mons. Alfonso de Galarreta Gli unici due vescovi della Fraternità San Pio X ad aptile 2026 La consacrazione di nuovi vescovi, annunciata dai Superiori della Fraternità San Pio X è in continuità con ciò che fece Mons. Lefebvre nel 1988, quando consacrò quattro vescovi contro la volontà del Papa. Come allora, oggi si tratta di salvaguardare il bene comune della Chiesa, che è la salvezza delle anime, gravemente compromessa dalla carenza delle autorità a partire dal concilio Vaticano II. La trasmissione della fede richiede la predicazione della vera dottrina ed esige dei vescovi e dei sacerdoti indenni dagli errori che si oppongono a tale dottrina. La santificazione delle anime esige l’amministrazione dei veri sacramenti da parte di sacerdoti validamente ordinati. Ora, non si possono avere dei sacerdoti che conferiscono questi sacramenti e celebrano i riti relativi senza dei vescovi che trasmettano loro il sacerdozio, né si possono avere dei sacerdoti decisi a resistere agli errori senza dei vescovi decisi ad ordinarli in vista di tale necessaria resistenza. Una tale decisione è giustificata dallo stato di necessità che è un dato di fatto: noi possiamo constatare che viviamo in un tempo in cui i beni assolutamente necessari alla salvezza sono compromessi: si tratta di assicurare la vita cristiana ai fedeli (1). Tale decisione è grave, ma si tratta di un atto eccezionale e straordinario proporzionato alla situazione eccezionale e straordinaria in cui vive la Chiesa cattolica. Con queste consacrazioni si garantiscono ai fedeli i mezzi per vivere una autentica fede cattolica. Probabilmente esse perpetueranno per qualche tempo una vita apparentemente isolata da quella del resto della Chiesa. Non vi è il rischio di scisma? In effetti, lo scisma è un peccato grave che consiste nel rifiutare l’unità della Chiesa, e vi sono due modi di commetterlo. Il primo consiste nel rifiutare di porsi alle dipendenze del Papa, creando in qualche modo una «chiesa parallela». Le consacrazioni del 1988 e quelle che verranno effettuate, rientrano in questa categoria? Gli articoli di Don Gleize: «Vescovi senza giurisdizione, uno scisma?» e «Le consacrazioni del 1 luglio 2026» hanno dimostrato che non si tratta affatto di scisma. Ma vi è un secondo modo di rifiutare l’unità della Chiesa, che consiste nel separarsi dagli altri membri della Chiesa, nel rifiutare di considerarsi come una parte della Chiesa, nel volersi mettere fuori da ogni rapporto con tutti gli altri membri, come spiega il cardinale Gaetano (2). L’agire indipendente della Fraternità San Pio X fa rientrare i suoi componenti in questa seconda categoria? L’argomento avrebbe consistenza se si trattasse di separarsi dagli altri fedeli sul punto che dovrebbe unirli nella Chiesa cattolica. Ora, cos’è che li unisce? Innanzi tutto l’integrale professione della stessa fede cattolica: è l’unità di fede che fa della vita dei fedeli della Chiesa, non una coesistenza, ma una comunione, per riprendere un termine di moda, ma pur sempre tradizionale. Senza questa unità fondamentale la Chiesa non sarebbe se stessa. E questa comunione esige anche l’unità di culto e di governo, la partecipazione agli stessi sacramenti e l’obbedienza agli stessi legittimi pastori. Ma il potere gerarchico deve essere innanzi tutto esercitato per procurare questa unità fondamentale della fede. Nella Enciclica Satis Cognitum, Papa Leone XIII ha indicato come primo obbligo della Chiesa «il dovere di conservare e di diffondere la dottrina cristiana in tutta la sua purezza» (3). Egli descrive questa fondamentale vita comune che anima la Chiesa cattolica: da parte della gerarchia della Chiesa come «la missione costante e immutabile di insegnare tutto quello che Cristo stesso ha insegnato; da parte dei fedeli come «l’obbligo costante e immutabile di accettare e di professare tutta la dottrina così insegnata» (4). Papa Pio XI, nella Enciclca Mortalium Animos, spiega chiaramente come l’unità nella professione della stessa fede sia la base della vita sociale nella Chiesa. All’inizio del ventesimo secolo, i sostenitori di un avvicinamento tra le confessioni cristiane cercarono di promuovere una unione che lasciasse ciascuno libero riguardo delle questioni di fede, e Pio XI condannò tale posizione: «E’ l’unità di fede che deve essere il legame principale che unisce i discepoli di Cristo. Come possiamo dunque concepire la legittimità di una specie di patto cristiano i cui aderenti, anche nelle questioni di fede, conserverebbero ciascuno il loro modo particolare di pensare e di giudicare anche quando contraddice quello degli altri?» (5). E il Papa dimostra come «senza questa unione fondamentale nella sola fede cattolica, la vita sociale della Chiesa diventi impossibile: «Con quale formula, ci chiediamo, potrebbero costituire una sola e stessa società di fedeli degli uomini che divergono per opinioni contraddittorie? Per esempio, riguardo alla santa Tradizione, coloro che affermano che essa è una fonte autentica della Rivelazione e coloro che lo negano? (…) Ugualmente a riguardo della santissima Eucarestia, coloro che adorano Cristo veramente presente in essa grazie alla meravigliosa trasformazione del pane e del vino, chiamata transustanziazione, e coloro che affermano che il corpo di Cristo sarebbe presente in essa solo per fede o come segno del sacramento? (…) E Pio XI conclude: «In verità, noi non sappiamo come tramite una tale grande divergenza di opinioni potrebbe essere aperta la via verso l’unità della Chiesa, quando tale unità può nascere solo da un magistero unico, da un’unica regola di fede e da un unico credo dei cristiani» (6). Dunque, la comunione cattolica si realizza essenzialmente attorno ad un bene preciso: la fede cattolica. Rifiutare di ricevere dalla gerarchia della Chiesa una predicazione estranea a questa fede, e peraltro ad essa nociva, non significa staccarsi dalla vita comune che unisce i fedeli nella Chiesa; significa rifiutare ciò che è estraneo alla vita di questa società: una nuova predicazione con gravi errori, un insegnamento contrario alla Tradizione. E’ questa vita estranea a quella della Chiesa che rifiutò Mons. Lefebvre. Ed egli lo disse con vigore nella sua dichiarazione del 21 novembre 1974 in cui distingueva tra, da un lato, l’adesione alla «Roma cattolica, custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie a mantenere questa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità», che un fedele non può rifiutare, se non mettendosi fuori dalla Chiesa; e dall’atro l’adesione ad una società in cui si condividono principi diversi da quelli cattolici: «la Roma con tendenze neo-moderniste e neo-protestanti che si è manifestata chiaramente nel concilio Vaticano II e nel dopo-concilio in tutte le riforme che ne sono derivate (7), da cui si allontanerà ogni cattolico preoccupato di conservare integra la sua fede. Nel 1988, il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, lo disse anche in termini molto semplici. Gli fu chiesto: «Dobbiamo necessariamente abbandonare la Chiesa visibile per non perdere la nostra anima, per lasciare la comunità di fedeli uniti al Papa?». E Monsignore rispose distinguendo tra la Chiesa visibile e la chiesa ufficiale che oggi, nei fatti, tramite la voce della gerarchia, diffonde dei nuovi principi nocivi per la fede, che si deve evitare come si evita un malato per timore del contagio. Rifiutare l’infezione dell’errore non significa rifiutare ciò che fonda la comunione cattolica, la professione della fede integra. «Noi apparteniamo alla Chiesa visibile, alla comunità del fedeli sotto l’autorità del Papa, poiché non rifiutiamo l’autorità del Papa, ma quello che egli fa. Noi riconosciamo al Papa la sua autorità, ma quando egli se ne serve per fare il contrario di ciò per cui è stato eletto, e evidente che non possiamo seguirlo». Non è dunque una insubordinazione di principio, ma sono le circostanze concrete della crisi nella Chiesa che limitano fortemente questi contatti con la gerarchia: «Uscire dalla Chiesa ufficiale? In una certa misura sì, evidentemente. Tutto il libro di Jean Madiran: L’Eresia del XX secolo, è la storia dell’eresia dei vescovi. Bisogna quindi uscire da questo ambiente dei vescovi se non si vuole perdere l’anima. Ma questo non basta, è a Roma che ha messo radici l’eresia. Se i vescovi sono eretici (senza prendere questo termine secondo il suo significato e con le sue conseguenze canoniche) questo avviene per l’influenza di Roma» (8). Rifiutare di stare fuori dalla Chiesa visibile, rifiutare nettamente di aderire ad un nuovo modo che definisce un’altra società, che un cardinale ha chiamato «Chiesa conciliare»: è questa la linea di condotta, fissata dal suo fondatore, che continua a seguire la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Senza dubbio, per il bene della fede, i fatti obbligano i suoi membri a celebrare la Messa, a predicare ai fedeli, ad amministrare i sacramenti nelle sue cappelle, a ricorrere ai vescovi consacrati da Mons. Lefebvre nel 1988 per le cresime e le ordinazioni. In breve, ad agire al di fuori delle strutture di quella che sociologicamente si può definire “Chiesa ufficiale”. Tuttavia, il principio di sottomissione all’unità gerarchica della Chiesa rimane, e l’agire della Fraternità lo dimostra fin dove non c’è pericolo per la fede: i membri della Fraternità continuano a riconoscere come legittime le autorità locali; continuano a pregare pubblicamente per il Sommo Pontefice, continuano a citare il Papa e il vescovo del luogo nel canone della Messa; continuano ad intrattenere, fin tanto che questo non pregiudichi la fede (e senza dubbio le attuali circostanze rendono questo raramente possibile) dei rapporti con l’unica gerarchia della Chiesa: citiamo per esempio la visita del Superiore Generale al Sommo Pontefice da poco eletto; continuano ad inviare ad ogni vescovo del luogo di origine dei seminaristi la notifica degli Ordini conferiti; continuano a ricevere, dal 2017, le delegazioni per la celebrazione dei matrimoni; continuano a ricorrere alla Penitenzieria per alcune censure. «La Fraternità San Pio X, quindi, non è scismatica, come lo sarebbe una setta che intendesse ritirarsi, per principio, dall’unità della Chiesa, rifiutando di considerarsi in relazione con i cosiddetti cattolici conciliari, come fosse una parte in relazione ad un’altra all’interno dello stesso tutto. Semplicemente accade che, all’interno della stessa Fraternità, alcuni chiamati “conciliari” siano infettati dagli errori da cui altri chiamati “lefebvriani” intendono proteggersi (9). La situazione della Fraternità è ben diversa da quella di una setta protestante che, per principio, agisce al di fuori dell’unità cattolica romana, che essa rifiuta dogmaticamente. Nel 1964, alla vigilia della quinta ed ultima sessione del concilio Vaticano II, Mons. Lefebvre tenne una conferenza che dopo fu pubblicata in una raccolta intitolata Un vescovo parla. Il tema di questa intervista era una domanda: Per rimanere un buon cattolico bisognerebbe diventare protestante? La risposta fu chiara: No. Dopo aver descritto il decadimento liturgico, morale e dogmatico già in atto, Monsignore, che allora era il Superiore dei Padri dello Spirito Santo, concludeva: «Resistere a questi scandali significa vivere la propria fede, mantenerla pura da ogni contagio, conservare la grazia nelle nostre anime; non resistere significa lasciarsi lentamente ma sicuramente intossicare e diventare protestanti inconsapevolmente» (10). E’ questo spirito di resistenza all’errore, per il bene delle anime, che anima ancora la Fraternità San Pio X nel compiere queste prossime consacrazioni. NOTE 1 - Cfr. Don Nicolas CADIET, « Des évêques pour assurer la vie chrétienne » - in italiano http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV7760_Don_Cadiet_Vescovi _per_assicurare_la_vita_cristiana.html. 2 - Si veda l’articolo « Le schisme d’après Cajetan » [Lo scisma secondo il Gaetano] nel numero di aprile 2018 del Courrier de Rome; citato da Don Jean-Michel GLEIZE, « Le schisme », nel numero di novembre 2022 del Courrier de Rome. 3 - Leone XIII, Enciclica Satis Cognitum in Insegnamenti Pontifici di Solesmes (EPS), L’Église, t.1, n°576. 4 - Leone XIII, Encyclique Satis Cognitum, EPS 566. 5 - Pio XI, Enciclica Mortalium Animos, EPS 867–868 (con la traduzione della Bonne Presse ripresa su La Porte Latine). 6 - Pio XI, Enciclica Mortalium Animos, EPS 869 (con la traduzione della Bonne Presse represa su La Porte Latine). 7 - https://laportelatine.org/qui-sommes-nous/declaration-du-21-novembre-1974 - in italiano http://www.unavox.it/Documenti/Doc0286 Dichiarazione_Lefebvre__21.11.1974.html 8 - Mons. Lefebvre, « La visibilità della Chiesa e la situazione attuale », in Fideliter n°66 di novembre-dicembre 1988, p. 28. 9 - Don Jean-Michel GLEIZE, « Le schisme », nel numero di novembre 2022 del Courrier de Rome, p. 7. 10 - https://laportelatine.org/formation/crise-eglise/rapports-rome-fsspx/pour-demeurer- bon-catholique-faudrait-il-devenir-protestant-mgr-lefebvre-11-octobre-1964. |