SI PUÒ FARE AFFIDAMENTO SUL

CONSERVATORISMO AMERICANISTA TRUMPIANO?

Prima parte



di  Don Curzio Nitoglia

Prima parte
Seconda parte
Terza parte


Gli articoli dell'Autore sono reperibili sul suo sito
https://doncurzionitoglia.wordpress.com/






Donald Trump


Premessa


Inizio una serie di articoli sul teo/conservatorismo americanista che sta cercando d’inquinare persino l’ambiente cattolico tradizionale, che non ha aderito alle novità moderniste del Concilio Vaticano II (1962-1965) e alla “riforma montiniana” (1969) della Liturgia romana di Tradizione apostolica.

Il primo tratta la questione dell’Americanismo condannato nel 1899 da Leone XIII, come viene commentato magistralmente da Monsignor Henry Delassus nel suo libro L’Américanisme et la Conjuration antichrétienne.    

Il secondo affronta a) la questione dell’infiltrazione americanista nell’ambiente cattolico romano, tramite la “Messa beat” fatto dalla Cia (1943/1967), come apripista al Novus Ordo Missae (1969) di Paolo VI e inoltre b) del Trumpismo che non può essere letto nell’ottica del cattolicesimo romano tradizionale, ma solo in quella di un certo conservatorismo americanista, luterano, massoneggiante e giudaizzante.

Infine, il terzo analizza se - moralmente - si possa stringere la “mano tesa” dal conservatorismo americanista al mondo cattolico romano tradizionale. 



Introduzione


Gli Usa sin dalla loro nascita hanno incarnato l’ideale liberale o “americanista”, condannato da Leone XIII nell’Enciclica Testem benevolentiae nostrae del 22 gennaio 1899.

L’Americanismo potrebbe essere definito come: “Sion in America, ossia Giudeo/americanismo”.


 Monsignor Henry Delassus

Monsignor Henry Delassus ha scritto un libro molto interessante su quest’eresia ascetica (dalla quale è nato poi il modernismo dommatico e politico) che ha stravolto, pian piano, l’ambiente ecclesiale cattolico/romano e - conseguentemente - anche la faccia della terra.

Il suo libro s’intitola: L’Américanisme et la Conjuration antichrétienne (Lilla-Parigi, Desclée De Brouwer, 1899; tr. it., Proceno, Effedieffe, 2015).

In tale opera il prelato francese spiega che tra tutti i soggetti inquietanti del mondo attuale, l’America del nord non è dei minori. Infatti, ciò che la caratterizza è “l’audacia nelle imprese industriali e commerciali e anche nei rapporti internazionali, calpestando essa tutte le leggi della civiltà cattolico-romana” (p. 1).

Purtroppo, tramite l’americanismo, gli Stati Uniti spingono la loro audacia anche nelle questioni religiose.
Il termine ‘cattolicesimo americano’ o americanismo (condannato da Leone XIII nel 1899) non è l’etichetta di uno scisma o di un’eresia, esso è “un’insieme di tendenze dottrinali e pratiche, che hanno sede in America e che di lì si spargono nel mondo cristiano e specialmente in Europa” (p. 3).

L’aspetto più preoccupante dell’americanismo è quello dei “suoi rapporti con le speranze e i progetti del giudaismo, specialmente con le tendenze anticristiane delle leggi del mondo moderno e della società americana, che aspira a possedere il monopolio del pensiero rivoluzionario” (p. 7).

Infatti, “esiste una congiura anticristiana che lavora, tramite rivoluzioni e guerre, a indebolire e, se fosse possibile, ad annichilire, le nazioni cattoliche, per dare l’egemonia a quelle protestanti, come l’America, la Germania e la Gran Bretagna” (nota n°1, p. 7).

Uno degli “elementi distintivi della ‘Missione americana’ è il ritorno all’unità di tutte le religioni, tramite la distruzione delle barriere e delle differenze, giungendo a un Congresso della tolleranza internazionale delle religioni, per lottare unite contro l’ateismo” (p. 124).

L’indifferentismo o tolleranza per principio, cui tende l’americanismo, consiste nell’equiparare “tutte le religioni, come egualmente buone” (p. 85).

“La cospirazione anticattolica penetra dappertutto, per distruggere – se fosse possibile – la Chiesa e innalzare al suo posto il giudaismo liberale e umanitario” (p. 89).
“Tale cospirazione è diventata universale” (p. 90). “Tra spirito ebraico e americanista c’è un punto di contatto nei principi del 1789” (p. 91).

La presunzione o confidenza eccessiva in se stessi è la caratteristica specifica dell’americanismo… e gli Ebrei sperano di farne uscire l’ebraismo liberale e filantropico” (pp. 92-93), cioè la neo-religiosità dell’era nuova.

Monsignor Henri Delassus (p. 94) spiega che il Magistero della Chiesa ha condannato tutti i falsi principii sui quali si fonda lo spirito americanista: i diritti dell’uomo (condannati da Pio VI); la libertà assoluta della persona umana, la libertà di pensiero, di stampa, di coscienza e di religione (da Gregorio XVI e Pio IX), il separatismo tra stato e Chiesa (da Leone XIII).
Invece, per gli americanisti occorre basarsi sul “liberalismo largo o latitudinarista e sulla tolleranza dommatica a oltranza, evitando di parlare di tutto ciò che potrebbe dispiacere ai protestanti e alle altre religioni” (p. 97).
Per la Chiesa di Roma “il cattolicesimo è la vera religione, mentre per gli americanisti è solo una religione tra tante” (p. 100).

Purtroppo, l’ideale americanista (circa cinquanta/settanta anni dopo la condanna di Leone XIII) si è realizzato, inizialmente e in maniera latente, nel Concilio Vaticano II e poi, apertamente, ad Assisi nel 1986.
Infatti, “gli americanisti dicono che le idee americane sono quelle che Dio vuole per tutti i popoli del nostro tempo.

Ebraismo e americanismo credono di aver ricevuto una ‘Missione divina’. Purtroppo, l’influenza dell’America con il suo spirito di libertà assoluta, si estende sempre di più tra le nazioni, di modo che l’America dominerà le altre nazioni” (pp. 187-188).
L’America sembra essere la “Nazione dell’Avvenire” (p. 190).

Tuttavia – commenta il prelato – “se tale avvenire sarà quello dello sviluppo industriale e commerciale, sociale e politico, secondo i principi del 1789, ossia il progresso materiale e l'indipendenza assoluta dell'uomo da ogni autorità, anche divina; l’era che vedremo sarà la più disastrosa mai conosciuta. In essa l’America distruggerà le tradizioni nazionali europee, per fonderle nell’unità o pax americana” (pp. 191-192), che oramai è diventato il “bellum americanum”.

La base, o il minimo denominatore comune, di tale mistura di religioni, popoli, culture, è un moralismo sentimentale o “una vaga morale” (p. 192) soggettiva e autonoma kantiana, “indipendente dal dogma, ove ognuno è libero d’interpretarla a modo suo” (p. 130). 

Essa si è realizzata oggi, tramite l’unione tra ‘teo-(o neo)-conservatori’ americanisti e cristianisti, con il sionismo ed elementi conservatori-liberali del cattolicesimo, che si uniscono (col “progetto Benedetto XVI”) per difendere la vita, l’embrione, contro il materialismo ateo (cosa buona in sé), ma a discapito della specificità della purezza del dogma (il che è inaccettabile), della tradizione culturale di ogni nazione e delle differenze etniche (le quali, se non vanno esagerate con la teoria della difesa della ‘razza pura’, che - presa in senso assoluto - non esiste; non debbono neppure essere distrutte con l’offesa della razza - in senso lato - o dell’etnia, che ha una sua peculiarità di lingua, cultura, mentalità e religione).

“Il movimento neo-cristiano o americanista, tende a liberarsi dal dogma per fondarsi sulla bellezza dell’etica” (p. 60), “a rimpiazzare la fede con una cultura o sensibilità morale indipendente, in una vaga religiosità superiore a tutte le altre religioni positive” (p. 76). Secondo la dottrina cattolica, “la fede senza le opere è morta” (s. Giacomo, II, 17), ma “senza la fede non si può piacere a Dio” (s. Paolo, Ebr., XI, 6). Quindi, non bisogna disprezzare la morale, ma neppure ridurre la religione alla sola moralità, senza tener più conto dell’integrità dogmatica.

Monsignor Delassus si spiega ancor meglio scrivendo che: “Vi è un’intesa tra Ebraismo e Americanismo, per sostituire la religione cattolica con questa ‘Chiesa ecumenista o mondialista’, questa ‘religione democratica’, di cui l’Alleanza Israelita Universale prepara l’avvento” (p. 193).

L’americanismo è lo strumento del giudaismo liberale e filantropico-umanitario, il quale ha rimpiazzato la ‘fede’ del giudaismo ortodosso (in un Messia personale e militante, che avrebbe ridato ad Israele il dominio sul mondo), con la ‘credenza umana’ dell’ebraismo liberale (in un ‘messia idea’, ossia il mondo moderno, nato dall’Umanesimo, Protestantesimo e Illuminismo rivoluzionario, inglese, americano e francese, che farà cadere il mondo nel relativismo e nell’irenismo, i quali eroderanno il Credo cattolico e quel che resta ancora della Cristianità europea), “per condurre l’umanità, dolcemente, verso la Nuova Gerusalemme” (p. 195). 

Lo spirito del ‘Mondo Nuovo’ o dell’americanismo, è caratterizzato (secondo il Delassus) dai princìpi dell’89, che sono “l’indipendenza dell’uomo da ogni potere umano e anche divino” (p. 196), vale a dire: i diritti (o il culto) dell’uomo e lo spodestamento di Dio e della sua Chiesa.



L’americanismo ha un duplice aspetto: politico e religioso

I – Politicamente

È caratterizzato da un certo cosmopolitismo, che porta al mondialismo e alla globalizzazione, le quali infiltrandosi in ogni nazione, come pure in ogni ente o “entità” la corrompono per dominarla.

Tale ‘regno o repubblica universale’ è il sogno dell’Alleanza Israelita Universale, “centro, focolaio e vincolo della congiura anticristiana, alla quale l’americanismo porta un appoggio considerevole” (p.15). Il giudaismo talmudico si basa sulla lettura materiale (più che letterale) delle profezie del Vecchio Testamento. Delassus scrive: “Leggete queste profezie nel significato materiale-terreno e vi troverete la risposta all’enigma, la spiegazione dell’attività febbrile giudaica, il sogno dell’ebraismo. Infatti, il giudaismo si crede, ancor oggi, il popolo destinato da Dio a dominare, materialmente e temporalmente, su tutte le nazioni… tramite la finanza, le banche, la stampa e i mezzi di comunicazione [o di distruzione, ndr] di massa” (pp. 20-21).

Mentre a Roma il 29 giugno del 1869 si apriva il Concilio Vaticano I, a Leipzig si tenne un Concilio del giudaismo, il quale asseriva che “la realizzazione dei principii della modernità è la più grande garanzia per il presente e per il futuro del giudaismo” (p. 22). Purtroppo, continua il prelato francese, “due fenomeni sono sotto i nostri occhi: la preponderanza crescente del popolo ebraico e la tristissima crisi della Cristianità” (p. 24).

Il punto d’incontro tra giudaismo e americanismo, va ricercato nei principii rivoluzionari del 1789, e particolarmente in due tesi: “1°) Che tutte le nazioni rinuncino all’amor di Patria e si fondino su una repubblica universale; 2°) che gli uomini rinuncino, egualmente, a ogni particolarità religiosa, per confondersi in una stessa vaga religiosità” (p. 25).

Questi ideali sono portati avanti dall’Alleanza Israelitica Universale, fondata nel 1860 dall’ebreo Adolfo Crémieux, gran-maestro del Grande Oriente di Francia. L’A.I.U. “non era soltanto un’internazionale ebraica, essa mirava più in alto: essere un’associazione aperta a tutti gli uomini, senza distinzione di nazionalità, né di religione, sotto l’alta direzione d’Israele… Essa vuol penetrare in tutte le religioni, in tutte le Congregazioni, come è già penetrata in tutti i Paesi e far cadere le barriere, che separano ciò che un giorno dovrà essere unito in una comune indifferenza” (pp. 26-27).
Il prelato s’interroga: “Cosa significa penetrare in una religione o in una Congregazione? Soprattutto introdurvi le proprie idee. Il giudaismo cerca d’infiltrare le sue idee nella Chiesa cattolica e nelle sue Congregazioni? , i suoi rappresentanti lo asseriscono” (p. 28).

Le forze politiche di cui si serve il giudaismo liberale e filantropico (o massonico) sono: 1°) la democrazia, 2°) la libertà come valore assoluto, 3°) il cambiamento radicale (cfr., p. 153). Questo cambiamento radicale riguarda anche la vita spirituale, prefiggendosi il primato dell’azione sulla contemplazione. L’esaltazione dell’iniziativa individuale (propria del liberismo puritano americano), con un’eccessiva fiducia in se stessi (cfr., pp. 154-155). Il Benessere fisico e corporale (diverso dal benessere comune temporale), come “trasfigurazione del corpo” (p. 159). Il “sensismo empirista, come radicale antimetafisica ed anticristianesimo” (p. 161).

Il prelato costata che oramai i nuovi cristiani americanisti, assieme agli ebrei liberali e umanitari, “aspirano a un Messia che non è Gesù Cristo, neppure il messia militante e personale dell’ebraismo ortodosso, ma un’idea di benessere materiale e corporale che renderà l’uomo felice e ricco su questa terra” (pp. 164-165). Tale Benessere (con la maiuscola), consiste non nel possedere il necessario o il conveniente, ma nel “superfluo” (p. 166). I fedeli di questa nuova religiosità non vanno contrariati, bisogna dar loro sempre ragione, seguire la corrente, dir loro ciò che piace e appaga i sensi (cfr., p. 167).


II - Dal punto di vista religioso

L’americanismo si serve dell’esoterismo, del massonismo e dell’ecumenismo, per infiltrare la religione cattolica e – se fosse possibile – distruggerla.  “La massoneria ha le stesse pretese e le esprime con le stesse parole” (p. 29).

Il giudaismo liberale è ancora più chiaro, quando dice che bisogna tendere verso “una nuova Gerusalemme, la quale deve sostituire Roma… (come ha detto recentemente anche Netanyahu, nda). La stirpe ebraica vuole stabilire il suo regno sul mondo intero, nell’ordine temporale e in quello spirituale” (p. 30).

Anche l’americanismo si serve delle società segrete per ottenere i suoi scopi (cfr., p. 31), per rovinare le Patrie e la religione. La nuova “repubblica universale sarà governata dal popolo ebraico, unica vera genìa cosmopolita, apolide e universale” (p. 33). E infine “dall’anticristo, supremo dittatore divenuto l’unica deità di questo nuovo mondo” (p. 42).

Gli Stati Uniti hanno il triste “privilegio di distruggere le tradizioni e le specificità nazionali e religiose europee, per fonderle nell’unità americana” (p. 44). 

L’americanismo vuol sostituire la ‘polemica’, (polemikòs = attinente alla lotta e alla disputa dottrinale) con la ‘irenica’, (eirenikòs = che riguarda la pace o meglio il pacifismo, la tolleranza e la conciliazione ad oltranza).
L’americanismo è “assolutamente convinto, che gli Stati Uniti sono predestinati a produrre uno stato sociale, superiore a quello che si è vissuto sino ad ora” (p. 130).

Un altro caposaldo dell’americanismo è l’evoluzionismo religioso (cfr., pp. 101-108), secondo cui il dogma evolve o cambia radicalmente, sostanzialmente di maniera eterogenea e non omogenea; ossia si passa da una verità ad un’altra, secondo il bisogno e le esigenze dei tempi (cfr., p. 109), dacché la verità non è più la ‘conformità del pensiero alla realtà’, ma ‘l’adeguarsi del pensiero ai bisogni dei tempi e delle necessità dell’uomo moderno’ (Herbert Spencer).

L’altro pilastro su cui si basa l’americanismo è l’ecumenismo. Monsignor Delassus (p. 133) ci informa che a Chicago, tra l’11 e il 28 settembre del 1893 (circa ottanta/cento anni avanti il Concilio Vaticano II e l’incontro ecumenico di Assisi nel 1986), si svolse un Congresso o Concilio ecumenista di tutte le religioni (tranne la cattolica).
In tale conciliabolo si stabilì che “la Chiesa cattolica dovesse fare le concessioni più generose verso le altre religioni” (p. 134); naturalmente Roma condannò. Tuttavia, non si può non notare come nel 1962-1965, tali idee americaniste siano penetrate anche in ambiente cattolico, durante il Concilio Vaticano II.

Anche un pensatore laico, Sergio Romano, ha potuto notare, che mentre il Concilio Vaticano I aveva affermato il primato del Papa, il Vaticano II ha insegnato la collegialità; e che mentre Pio IX ha condannato la modernità, Paolo VI l’ha abbracciata; purtroppo è la triste realtà.
Si sarebbe voluto, già nel 1893, “riunire i preti e i ministri dei culti più diversi, per associarli in una preghiera comune” (p. 147), naturalmente senza cadere (non si sa come) nell’indifferentismo (proprio come ad Assisi nel 1986).
Tale congresso di Chicago è definito dal Delassus “vero concilio ecumenico dei tempi nuovi” (p. 148), le analogie con il Vaticano II sono, purtroppo, oggettive e impressionanti.

Il Delassus, concludendo il suo studio sull’americanismo, lo definisce con poche ma efficaci espressioni: “Compromesso con l’incredulità, concessioni all’errore, mutilazione del dogma, attenuazione del soprannaturale e facilismo o pressappochismo di ogni specie” (p. 226).

Egli propone, quindi, il rimedio a tanto male: “Evitare lo scoraggiamento, come attitudine di coloro che sanno e conoscono la realtà, ma non hanno il coraggio di reagire [è il male che paralizza molti cattolici oggi, nda]. (…) Dunque mai incrociare le mani, rinunciando alla lotta; anzi occorre impiegarle per la preghiera, la penitenza e l’azione culturale e dottrinale con conseguenze pratiche (…). Occorre essere circospetti per non prestare, neppure involontariamente, aiuto al giudeo-americanismo. Quindi, non predicare il Benessere come fine ultimo, … il successo in questo mondo, … la trasfigurazione del corpo umano, … la preoccupazione disordinata degli interessi umani, … l’abolizione delle barriere tra religioni e culture, … la cessazione della polemica per sostituirle l’irenica, … l’annacquamento del dogma a favore di una moralità soggettiva, … la conciliazione tra lo spirito di Cristo e quello del mondo” (pp. 262-265).

Insomma, l’Americanismo come il Modernismo europeo hanno infiltrato la Chiesa, si son nascosti nel suo seno, sono voluti restare dentro di essa per cambiarne la natura ab intrinseco.



 
maggio 2026
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