Una risposta:
una rivoluzione e
un sovvertimento della verità

Bergoglio e l'immigrazione


di Giovanni Servodio



Il Signore disse ad Abramo: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria
 e dalla casa di tuo padre,
 verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo 
e ti benedirò, 
renderò grande il tuo nome 
e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno
 e coloro che ti malediranno maledirò
 e in te si diranno benedette 
tutte le famiglie della terra». (Genesi, 12, 1.3).

Questo passo della Bibbia dovrebbe essere il primo punto d’appoggio della teoria dell’immigrazione indiscriminata di massa sostenuta e promossa da papa Bergoglio, alias Francesco.

Egli ne parla, ancora una volta, nel suo libro intervista con Dominique Wolton, pubblicato in Francia il 6 settembre 2017:  Politique et société – Rencontres avec Dominique Wolton - Un dialogue inédit, Éditions de l’Observatoire.

Non abbiamo letto il libro, ma la grande campagna pubblicitaria mondiale ha comportato la pubblicazione di alcuni estratti di esso sul settimanale francese Le Figaro magazine.

Noi ci soffermeremo un po' la volta sui brani che attengono ad importanti argomenti, cercando di comprendere, fin dove possibile, la dinamica interna del pensiero di Francesco, precisando fin d’ora che è nostro convincimento che in ciò che dice Francesco, e in ciò che fa, ci sia solo un po’ di se stesso e invece molto degli slogan, dei luoghi comuni, delle parole d’ordine che oggi vanno per la maggiore e che, a loro modo e per fini complessi, seppur facili da intuire, muovono tutta la vita politica, sociale e religiosa del mondo attuale.



Roma, piazza San Pietro: Bergoglio appoggia gli immigrati


Incominciamo, seguendo la presentazione dei brani del libro, dalla questione dell’immigrazione.

Sull’argomento, Francesco espone per prima una sorta di petizione di principio, che fa seguire da alcune vaghe considerazioni esplicative.

Francesco, rispondendo a Wolton che gli ricorda una sua frase pronunciata Lesbo nel 2016:  “Siamo tutti dei migranti, e siamo tutti dei rifugiati”esordisce dicendo:
«Vi è una frase che ho detto – e dei giovani migranti la portano sulle loro magliette -: “Io non sono un pericolo, io sono in pericolo”. La nostra teologia è una teologia di migranti. Perché lo siamo tutti a partire dalla chiamata di Abramo, con tutte le migrazioni del popolo d’Israele, poi Gesù Cristo stesso è stato un rifugiato, un immigrante. E poi, esistenzialmente, per la fede, noi siamo dei migranti. La dignità umana implica necessariamente “di essere in cammino”. Quando un uomo o una donna non è in cammino è una mummia. E’ un pezzo da museo. La persona non è vivente.»

Nel riflettere sul significato di queste parole, occorre tenere presente che sono state pronunciate da un vescovo cattolico divenuto papa.
Quello che si suppone, ordinariamente, è che un prete, che può diventare vescovo e perfino papa, abbia una formazione culturale e soprattutto religiosa molto approfondita.
A noi sembra che Francesco non lo dimostri, e che riveli o una preparazione molto lacunosa o un convincimento personale che lo porta a trarre dai dati acquisiti deduzioni molto personali e molto strumentali, usando le nozioni apprese, per fini diversi o opposti a quelli insiti nei dati stessi.

«La nostra teologia è una teologia di migranti. Perché lo siamo tutti a partire dalla chiamata di Abramo».

Ora, se a prima vista, e in maniera superficiale e volgare, il passo della Genesi che abbiamo citato all’inizio può dare l’impressione che Abramo sia stato un “migrante”, da Ur dei Caldei, all’Egitto dei Faraoni, alla Palestina, una tale impressione sarebbe semplicemente tale, ma dimostrerebbe che non si è colta la portata intrinseca di questa vicenda e il valore superiore del percorso di Abramo.

Innanzi tutto, Abramo lascia Ur dei Caldei, con tutta la sua tribù o popolo, su espresso comando di Dio, perché corrisponda esattamente al grande disegno che Dio aveva predisposto per tutti gli uomini; disegno di cui Abramo non ha la minima cognizione, almeno a livello razionale, e a cui tuttavia egli aderisce perché la sua vita era interamente fondata sulla volontà di sottostare al volere divino.

Ridurre tutta questa vicenda di inestimabile portata sapienziale e soprannaturale ad una mera questione di “migrazione”, paragonandola perfino alla marea montante dei trasferimenti più o meno coatti delle popolazioni che da ogni dove si riversano sull’Europa, è cosa che appare quanto meno singolare, e che finisce col confermare che Francesco o è ignorante o ci fa.

Fin dal catechismo si insegna, e oggi è più giusto dire si insegnava, che il viaggio di Abramo è segno religioso del viaggio della creatura offesa dal peccato mortale che si allontana dalla sua condizione limitata e dal suo benessere terreno per superare la prigione dell’esilio in questa valle di lacrime e conseguire la beatitudine celeste.

Evidentemente, Francesco non ha mai appreso il catechismo, né tratto alcun profitto dagli esercizi spirituali di Sant’Ignazio.

«La nostra teologia è una teologia di migranti. … con tutte le migrazioni del popolo d’Israele»

E subito sorge la domanda: quali sono “tutte” le migrazioni del popolo d’Israele?
Quando ha pronunciato questa frase, Francesco, o aveva in mente il nomadismo della diaspora o capovolge il significato insito nell’esodo dall’Egitto; in entrambi i casi non v’è niente in comune con l’immigrazione moderna.

Il popolo d’Israele segue un percorso che è simile a quello seguito da Abramo, dalla cattività alla terra promessa. L’esodo degli Ebrei dall’Egitto non è una migrazione, ma una liberazione, una liberazione diretta da Dio che vuole salvo il suo popolo, non solo socialmente e materialmente, ma soprattutto spiritualmente; quest’esodo è il percorso che deve portare l’uomo dalla sua condizione soggiacente, caotica e mutevole ad una condizione libera, ordinata e stabile.
Tutto l’esodo, dalla traversata del deserto, alla lotta contro i nemici di Dio, esterni ed interni, fino alla presa di possesso della terra promessa, è simbolo delle vicende umane sottoposte ai fattori fuorvianti e avvilenti, e per le quali gli uomini si rivolgono alla fiducia nella sottomissione a Dio, perché Egli conceda loro, con la Sua misericordia e la Sua grazia, la pace interiore e la stabilità nella temporanea permanenza terrena, in vista della futura beatitudine celeste… sempre che ci si rivolga fedelmente a Dio e ai suoi comandamenti… poiché diversamente, come accadde agli Ebrei, Dio elargirà i suoi terribili castighi: nessun ebreo uscito dall’Egitto vide la terra promessa!
Altro che migrazione!

In tutto l’Esodo non v’è il minimo elemento che possa far pensare alla migrazione dalla propria casa, seppur tribolata, alla casa altrui.
E se si volesse accostare alla migrazione moderna il lungo peregrinare degli Ebrei guidati da Dio, cosparso di continue lotte condotte in nome di Dio e con l’aiuto di Dio contro le popolazioni idolatre schiave dei demoni, si dovrebbe riconoscere che si vuole considerare tale immigrazione di massa ad un’azione purificatrice per debellare l’idolatria e il demonismo in cui sarebbero immersi i popoli ospitanti. Ma, se così fosse, Francesco sarebbe il capo degli idolatri e degli indemoniati, destinati ad essere redenti e purificati dall’ondata migratoria musulmana.
Parlando come parla, Francesco dà l’impressione che sia influenzato dalle moderne predicazioni degli imam islamici presenti ormai un po’ dovunque in Europa e… in Argentina.

Quanto poi alla diaspora, per quanto non pensiamo che Francesco si riferisse ad essa, è evidente che si tratta dell’esatto opposto dell’esodo; si tratta infatti della punizione di Dio che si abbatte sul Suo popolo infedele che invece di ubbidire ha scelto di mettere a morte il Messia inviatogli… punizione che durerà fino a quando, come profetizza San Paolo, non si convertirà al vero Dio.

«La nostra teologia è una teologia di migranti. (…) Gesù Cristo stesso è stato un rifugiato, un immigrante

Non v’è dubbio che il Vangelo (Mt. 2, 13-15) narra la fuga della Sacra Famiglia dalla Palestina in Egitto, su sollecitazione dell’Angelo e fino a quando non sarà passato il pericolo che Erode uccida il Bambino Gesù. Ma un prete, perfino diventato papa, dovrebbe conoscere bene il significato soprannaturale che sta dietro la mera vicenda umana vissuta da Gesù, Giuseppe e Maria.

L’evangelista San Matteo (2, 14-15), riferisce che «Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio.»

Questi due versetti delineano una parte del disegno nascosto di Dio, che si serve della malvagità di Erode per far percorrere al Bambino Gesù lo stesso percorso che già percorse Abramo, il quale giunse in Palestina, non da Ur, ma dall’Egitto.
Evidentemente, anche la fuga in Egitto della Sacra Famiglia serve a Dio per completare gli elementi di analogia fra Gesù e Abramo: «Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio»; e San Matteo sottolinea che si tratta del realizzarsi della volontà di Dio espressa per mezzo del profeta.
Non solo, ma il percorso di ritorno di Gesù dall’Egitto alla Palestina, permette di prefigurare la persona di Gesù, non solo quale nuovo Abramo, ma anche quale nuovo Mosè. E qui torna di nuovo il significato spirituale dell’esodo dall’Egitto per raggiungere la terra promessa.

Se ne conclude che la fuga in Egitto di Gesù, non può minimamente accostarsi all’immigrazione moderna: infatti, salta subito all’occhio che Gesù si rifugia in Egitto principalmente per ritornare in Palestina e non per rimanervi lontano.
In tal modo, col suo valore soprannaturale, tale fuga sconfessa sia Francesco sia tutte le istanze terrene, umane ed edonistiche che muovono milioni di uomini moderni a trasferirsi stabilmente in territori che loro considerano materialmente terre di bengodi.

Ora, non abbiamo difficoltà a considerare che Francesco, per come si è mostrato in questi quattro anni di pontificato, abbia grosse difficoltà a comprendere cose più grandi di lui, e tuttavia non possiamo esimerci dal far notare che proprio questa sua insita debolezza lo rende idoneo a servire da “utile idiota” di coloro che invece sanno benissimo cosa sta accadendo con l’invasione musulmana dell’Europa.

«E poi, esistenzialmente, per la fede, noi siamo dei migranti. La dignità umana implica necessariamente “di essere in cammino”. Quando un uomo o una donna non è in cammino è una mummia. E’ un pezzo da museo. La persona non è vivente

A conclusione della sua apologia dell’immigrazione selvaggia o invasione, Francesco si ricorda improvvisamente della fede, ma subito si corregge con le sue solite affermazioni atee intrise di evoluzionismo naturalista e di pregiudizio umanista.

Che la fede ci porti, con l’aiuto della grazia, ad essere necessariamente in cammino dalla terra al Cielo, dalla condizione di peccatori a quella di rendenti, è cosa che sanno tutti i veri fedeli, ma che questo ci assimili a coloro che sui barconi si affollano per venire a casa nostra a godere di un benessere materiale da loro gratuitamente supposto in forza della propaganda ingannevole a cui sono sottoposti dalle forze interessate alla destabilizzazione dell’Occidente cristiano, è cosa che sa tanto di diabolico, e colpisce non poco negativamente il fatto che il “papa” si presti a questo giuoco dell’inganno e della menzogna.

Quanto poi alla “dignità umana” che imporrebbe di non stare mai fermi, quasi l’uomo fosse un invasato posseduto da una sorta di delirio agitatorio, è evidente che si tratta di un becero luogo comune, che non corrisponde a nulla di reale e che è il frutto malvagio di certo sociologismo d’accatto e di certa psicologia deviata e deviante.

L’uomo non ha affatto bisogno di essere sempre in cammino, semmai ha bisogno di stabilità, di certezze, di solidi ancoraggi, che possano assicurargli quel minimo di tranquillità materiale in grado di sostenerlo nella sua ricerca interiore del giusto rapporto con Dio.
L’essere sempre in cammino, come pretende Francesco, scimmiottando le istanze movimentiste della predicazione evoluzionista, equivale a ritrovarsi in una perenne condizione di angoscia esistenziale, la stessa che accende l’interesse “umanitario” degli spacciatori di droga; esattamente come accade oggi nelle nostre sconquassate società dove i giovani, abbandonati a loro stessi, non conoscono più tregua né materiale, né sociale, né interiore.
Per tutti valga un solo esempio: il moltiplicarsi dei matrimoni seguiti dai divorzi e da nuovi matrimoni.

Secondo Francesco, una persona che non vive in questa condizione di incalzante schizofrenia, “non è vivente”; dal che si comprende come Francesco non abbia la minima nozione del “vivere”, del vivere composto ed ordinato, lasciando intendere che la sua visione del “vivente” scaturisce dall’immagine della vita in putrefazione, dove il continuo brulichio dei vermi racconta di una persona divenuta un “corpo morto”.

La prossima volta ci soffermeremo sulle confessioni di Bergoglio a proposito dei rapporti tra immigrazione ed Europa.


Parte prima: Bergoglio e l'immigrazione
Parte seconda: Bergoglio: l'immigrazione e l'Europa
Parte terza: Bergoglio: la Chiesa e la società




settembre 2017
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