Di fronte alle proposte romane

Possiamo accettare oggi un riconoscimento canonico
da parte della Roma neomodernista?

Studio dottrinale

  Nona e ultima parte


Pubblichiamo lo studio dottrinale approntato dai Cappuccini di Morgon, Francia, sulla controversa questione del riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X da parte di Roma.
Il documento è molto articolato e presenta una disamina delle questioni che da qualche anno sono sul tappeto, che hanno prodotto una vera spaccatura all'interno della Fraternità, fino a comportare la fuoruscita o l'allontanamento di diversi sacerdoti. In questo contesto, i Cappuccini di Morgon non condividono il possibile riconoscimento canonico, perseguito da alcuni anni dalla dirigenza della Fraternità, e in questo documento cercano mi mettere in chiaro la loro posizione.

Presentiamo il documento in una nostra traduzione, suddivisa per comodità in più parti, mentre rimandiamo al testo originale diffuso anche in formato pdf.






Prefazione

Nella tormenta e nella confusione attuali noi dobbiamo rimanere fedeli agli autentici principii cattolici e restare radicati in essi. E affinché questi siano realmente la luce che illumina e guida i nostri passi, noi dobbiamo trarre da essi le conseguenze pratiche ed applicarle rigorosamente nella nostra vita di tutti i giorni e nei nostri comportamenti quotidiani.

La coerenza e la non-contraddizione sono la conseguenza logica dell’adesione piena ed intera alla verità.

Come diceva il cardinale Pie, la carità, che è il vincolo della perfezione, dev’essere dettata e regolata dalla verità, ed è in questo spirito di carità che abbiamo voluto scrivere queste pagine.

Soprattutto, questo lavoro è stato realizzato sotto lo sguardo di Dio, perché è a Lui che dovremo rendere conto di tutta la nostra condotta; ma l’abbiamo redatto anche per far conoscere lealmente il fondo del nostro pensiero sulla questione delle proposte romane.

Infatti, nel condividere da molti anni la stessa battaglia con le altre comunità della Tradizione, noi abbiamo avuto a cuore di far conoscere a coloro che ci sono più vicini il modo in cui noi percepiamo la situazione attuale.

In ogni caso, noi speriamo che questo lavoro venga recepito in questo spirito di pace e di comprensione.

Si degni la Madonna, Vergine fedele e Regina della Pace, di mantenere tra noi i legami soprannaturali che ci uniscono, nella verità e nella carità, al suo divino Figlio, Gesù Cristo nostro Re.

Frate Antonio de Fleurance
Guardiano del Convento San Francesco



Conclusione generale

Il processo di regolarizzazione canonica attualmente in corso può essere paragonato al processo di accensione di un tizzone verde. Quando lo si mette sulla fiamma, esso non è in grado di prendere fuoco, perché c’è un ostacolo: la linfa. Quindi, la fiamma inizia a lambire il tizzone per riscaldarlo e far uscire la linfa. Una volta che questa è uscita, il tizzone prende fuoco.

Nel caso nostro, accade lo stesso: c’è un ostacolo al raggiungimento dello Statuto canonico, ed è la sfiducia reciproca tra il mondo conciliare e noi. Gli atti di «benevolenza» da parte del Papa hanno lo scopo di rimuovere questo ostacolo (284). Questi atti non implicano formalmente la dipendenza canonica dalle autorità romane. Una volta rimosso l’ostacolo della sfiducia, non ci sarà più un granché ad impedire la definizione di uno Statuto definitivo, a questo punto con la dipendenza effettiva dalla Santa Sede.
Possiamo entrare in una tale struttura canonica?
Per rispondere a questa domanda, in questa conclusione riassumeremo gli elementi di questo studio.

Ci siamo chiesti se la situazione a Roma fosse cambiata al punto tale che oggi si potrebbe rendere in considerazione da qui a poco una soluzione canonica, cosa che noi consideriamo impossibile. Siamo stati costretti a constatare che niente di essenziale è cambiato: gli atti del Papa sono sempre più gravi; la reazione dei conservatori, per quanto coraggiosa e meritevole di essere ben accolta, non mette in discussione i princípi della crisi… al contrario; l’attitudine della Santa Sede nei confronti di ciò che è tradizionale non è benevola; infine, le cose che Roma esige da noi, fondamentalmente sono sempre le stesse (questione 1).

Allora, quali sono precisamente i fondamenti dei nostri rifiuti precedenti di un accordo con Roma? Più esattamente: possiamo accettare un accordo con una Roma neo-modernista? Una tale accettazione ci farebbe entrare nel pluralismo conciliare, metterebbe a tacere i nostri attacchi contro gli errori moderni e metterebbe la nostra fede in pericolo prossimo. Di conseguenza, la soluzione canonica può essere presa in considerazione solo con una Roma convertitasi dottrinalmente e che abbia dato prova della sua conversione lavorando per il regno di Nostro Signore Gesù Cristo e lottando contro gli avversari di questo regno (questione 2).

Mettendoci nelle mani delle autorità romane, noi metteremmo in pericolo il nostro bene particolare ed anche il bene comune della Chiesa.
Il nostro bene particolare: perché noi siamo responsabili delle nostre anime e dunque della nostra fede; ora, senza la fede non ci si può salvare (285). E nessuno può scaricare questa sua responsabilità sugli altri.
Il bene comune della Chiesa: perché in effetti noi non siamo i padroni della fede, nel senso che non possiamo cambiarla a nostro piacimento. Essa è il bene della Chiesa, perché è con la fede che la Chiesa vive della vita del suo divino Sposo. E questa fede è un bene comune (286), non solo perché è comune a tutti i cattolici, ma perché occorre il concorso di tutti – benché non nella stessa misura per tutti – per conservarlo.
La Cresima (287) fa di noi dei soldati di Cristo: ogni cristiano dev’essere pronto ad esporsi per difendere la fede. E il carattere sacerdote unito alla missione della Chiesa conferisce ad ogni sacerdote il dovere sacro di predicarla e di difenderla pubblicamente, combattendo l’errore.
Noi facciamo parte della Chiesa militante, attaccata da ogni parte dall’errore. Non alzare più la voce pubblicamente contro l’errore, significa divenirne complici.

Dunque, ci è impossibile, oggi, metterci con una soluzione canonica nelle mani delle autorità neo-moderniste, proprio a causa del loro neo-modernismo. E’ questo il vero ostacolo per il nostro riconoscimento da parte di queste autorità.
Così facendo, lungi dal mettere in questione l’autorità del Papa, noi siamo convinti di rendergli il primo dei servizi, che è quello della verità (questione 3). Con le nostre preghiere, noi supplichiamo il Cuore Immacolato di Maria di ottenergli la grazia della conversione dottrinale, affinché egli torni a «confermare i suoi fratelli nella fede» (288).

Noi siamo coscienti che molti amici non condividono il nostro punto di vista su tutta questa questione. Certo, queste amicizie hanno un grande valore per noi e noi speriamo  che esse si mantengano. Ma l’amicizia con Gesù Cristo prevale su di esse, e noi preferiamo quest’ultima alle amicizie umane, se queste dovessero metterla in pericolo.

Noi non possiamo entrare – non possumus – in una struttura canonica che ci sottomette ad un’autorità modernista. E questo non lo diciamo in contrasto con i nostri amici che ritengono di potervi entrare; ma lo diciamo perché questo è il nostro dovere.
Ed è il nostro dovere, innanzi tutto nei confronti di Nostro Signore e della Sua Santa Chiesa: noi non abbiamo il diritto di esporci a fare la pace con coloro che li tradiscono.
Ed è poi nostro dovere nei confronti di noi stessi: perché noi dobbiamo salvare le nostre anime, e non le si può salvare senza la fede integra.
Ed è il nostro dovere nei confronti dei fratelli che sono entrati nella nostra comunità: essi vi sono entrati per diventare dei santi, alla scuola di San Francesco. Ora, la prima condizione per la santità è l’ortodossia (289), la quale è messa in pericolo prossimo da una soluzione canonica.
Ed è nostro dovere nei confronti delle nostre sorelle Clarisse. Esse si sono fidate installandosi al nostro fianco e dipendendo dalla nostra comunità per i sacramenti e per il cappellano. Noi non possiamo ingannare la loro fiducia e metterle in una situazione inestricabile.
Ed è nostro dovere nei confronti dei nostri terziari. Essi devono lottare duramente in questo mondo; e anche loro si sono fidati di noi per essere sostenuti in questa dura lotta.
Infine, è nostro dovere nei confronti dei fedeli che sono ricorsi al nostro ministero: noi non abbiamo il diritto di condurli del tutto dolcemente verso i pascoli avvelenati del Vaticano II.

Noi sappiamo che certuni di coloro che ci hanno dato fiducia si augurerebbero che noi seguissimo il movimento ed entrassimo nella struttura canonica, se Roma la concedesse.
Un tempo, questi amici la pensavano come noi e ci dispiace che siano cambiati. Ma noi non gliene vogliamo affatto: comprendiamo che la situazione è molto delicata e che non è veramente facile vedervi chiaro. Possano le pagine che precedono aver loro apportato alcuni lumi. In ogni caso, noi preghiamo per loro. Ma noi preghiamo anche per noi stessi: «Vegliate e pregate» - ci dice il divino Maestro - «per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (290).
Sì, vegliare: è una condizione fondamentale in questa battaglia. La fede non basta, occorrono anche lucidità e prudenza.
Ma neanche questo basta: infatti, quanti dei nostri predecessori, dai tempi del Concilio, avevano visto chiaro e tuttavia sono caduti. E’ che oltre alla lucidità, occorre la forza, per resistere verso e contro tutti: anche se tutti andassero contro quella che noi vediamo essere la volontà di Dio. Occorre una forza perseverante, per resistere all’usura del tempo; e la perseveranza è prima di tutto una grazia.

Vergine forte come un’armata in battaglia, Vergine fedele, otteneteci la grazia della forza e della perseveranza; accordatela a tutti coloro che noi amiamo!

San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale, proteggici.

Morgon, 3 giugno 2016, nella Festa del Sacro Cuore di Gesù, Re e centro di tutti i cuori, Re delle nazioni.


Allegato 1:

Il pensiero di Mons. Lefebvre sulla possibilità di un accordo con la Roma neo-modernista


Il problema che si pose a Mons. Lefebvre fin dal progetto del seminario a Friburgo, era: da un lato, trasmettere la fede e il sacerdozio ai giovani che ricorrevano a lui, e dunque proteggersi dagli errori conciliari; e dall’altro, fare un’opera della Chiesa. Dal momento che le autorità coeve erano imbevute degli errori conciliari, tutta la difficoltà stava nei rapporti con tali autorità.

Si possono distinguere tre periodi nella storia di questi rapporti. Il primo (1970-1975) in cui la Fraternità era riconosciuta dalle autorità romane. Il secondo (1975-1988), periodo di intimidazione, in cui Roma cerca di impedire all’opera di Ecône di espandersi e in cui Mons. Lefebvre si dimostra aperto a degli accomodamenti, posto che gli si lasci continuare la sua opera com’essa era. Infine, il terzo (1988-1991), nel quale Mons. Lefebvre, constatando l’impossibilità di un accomodamento dal momento che Roma è modernista, continua la sua opera pacificamente, aspettando la conversione delle autorità in carica.

A) Primo periodo: la FSSPX riconosciuta dalle autorità ecclesiastiche

Il 1 novembre 1970, S. Ecc. Mons. Charrier, vescovo di Friburgo, erige canonicamente la FSSPX «a titolo di Pia Unione» (291). Il 18 febbraio 1971, il cardinale Wright redige «il decreto di lode» che eleva la FSSPX al rango di Istituto di Diritto Pontificio (292).
Più ancora: il cardinale Antoniutti, Prefetto della Sacra Congregazione dei Religiosi, permette al Padre Snyder e ad un altro religioso americano di essere incardinati direttamente nella FSSPX. Questi atti sono ancora più importanti del devreto di lode, Il 6 maggio 1975, Mons. Mamie, successore di Mons. Charrier, sopprime la FSSPX. Sembra che questa soppressione sia illegale (293); nondimeno, de facto, da allora, la FSSPX è considerata da tutte le autorità come non più esistente giuridicamente.

Quanto alle ragioni di questa soppressione, esse furono chiaramente esposte da Mons. Lefebvre nel numero di Fideliter già citato (294): si trattava essenzialmente della questione liturgica, del rifiuto della nuova Messa, del rifiuto dell’applicazione degli orientamenti e delle decisioni del concilio Vaticano II. La goccia che fece traboccare il vaso fu la dichiarazione del 21 novembre 1974. «Questa dichiarazione – disse Mons. Mamie – è stata per me la conferma che in coscienza non potevo più sostenere la sua Fraternità» (295). Mons. Lefebvre presentò un appello che venne rigettato senza indugi.
«Gli attacchi contro Ecône – disse – apparivano chiaramente come una manifestazione di quella che S. S. Paolo VI ha denunciato col nome di «autodistruzione» della Chiesa. In questo caso, al di là delle nostre indegne persone, il nostro dovere è di combattere per l’onore di Dio, la fede cattolica e una successione sacerdotale tanto compromessa quanto vitale per la santa Chiesa. […] E’ per questo […] che io continuerò a formare nella fedeltà alla Chiesa romana i numerosi giovani che mi hanno dato fiducia, tutti felici di aver infine trovato un seminario in cui possono imparare a diventare molto semplicemente dei sacerdoti cattolici.» (296).

Fino alla sua morte, sarà questa la costante in Mons. Lefebvre: fino alla fine egli ha cercato di rispettare la legalità (facendo appelli, ecc.). Ma non riuscendoci, e constatando di aver a che fare con persone che distruggono la Chiesa, egli va oltre senza alcuna remora.
Su questa questione, Jean Madiran concludeva: questi documenti «confermano (se ce ne fosse stato bisogno) che non c’è alcuna speranza, umanamente parlando, che la Fraternità Sacerdotale di Mons. Lefebvre possa ritrovare una esistenza canonica, fino a quando il potere amministrativo nella Chiesa resterà confiscato dal partito settario e persecutore che tiene Roma sotto lo stivale della sua occupazione straniera […]. Per fedeltà alla Chiesa, [Mons. Lefebvre] persevera nella formazione di veri sacerdoti» (297).
Occorre precisare che questa occupazione continuerà fino a quando le autorità romane non avranno ripreso la Tradizione e rigettato la dottrina conciliare. E siamo alle conclusioni che trarrà Mons. Lefebvre nell’estate del 1988.


B) Secondo periodo (1975-1988) – Ricerca di un modus vivendi


1) Mons. Lefebvre interviene in privato col Papa

a) Paolo VI

Nel concistoro del 24 maggio 1976, Paolo VI dichiara Mons. Lefebvre «fuori dalla Chiesa», per aver disobbedito (298). «Fuori da quale Chiesa – si chiede Madiran -  […] Ve ne sono due; e Paolo VI non ha ancora rinunciato ad essere il Papa di entrambe simultaneamente. In queste condizione, “fuori dalla Chiesa” non dice niente. Che attualmente vi siano due Chiese con un solo e medesimo Paolo VI alla testa di entrambe, non lo diciamo noi, non lo inventiamo, noi constatiamo che è così.» (299).

Dopo le ordinazioni del 29 giugno 1976, il 1 luglio, Mons. Lefebvre è sospeso a divinis.
Questa misura è seguita, per i sacerdoti della Fraternità, dai primi rifiuti della giurisdizione (300).
«A partire dal mese di luglio – dice Jean Madiran – la guerra non è più mascherata o frenata. La fazione che tiene la Chiesa militante sotto il giogo della sua occupazione straniera, vuole una vittoria rapida. Essa ha bisogno di schiacciare ogni resistenza cattolica (ibid.).

Malgrado le condanne, Mons. Lefebvre cerca di agire presso le autorità romane per rimediare alla situazione, ed ottenere la libertà d’azione per la FSSPX e per far sentire la voce della Tradizione.
In maniera insperata, l’11 settembre, Mons. Lefebvre viene ricevuto in udienza da Paolo VI. A lui, Mons. Lefebvre chiede di lasciare che i tradizionalisti facciano quello che hanno sempre fatto.
«Lei non ha che da dire una parola e tutto rientra nell’ordine […] Che ci si lasci fare questa esperienza. Io voglio rientrare in normali relazioni ufficiali con la Santa Sede, con le Congregazioni. Io chiedo solo questo» (301).

Venendo ai problemi di fondo, egli dice:
«Si rivedano i testi sulla libertà religiosa, due testi che si contraddicono formalmente, parola per parola. E sono testi importanti, dogmatici. Quello di Gregorio XVI e quello di Pio IX, Quanta Cura, e quello sulla libertà religiosa, essi si contraddicono parola per parola. Cosa bisogna scegliere?» -
«Ah! Risponde Paolo VI, lasciamo stare queste cose, non incominciamo a discutere.» (302).
In breve, Roma trascura la dottrina ed esige l’obbedienza alla persona di Paolo VI. E’ il rifiuto di ogni discussione (303). Da parte sua, poco importa, Mons. Lefebvre andrà avanti.
«Allora, qualunque cosa accada, anche se domani dovessi essere scomunicato, ebbene, se è questo che volete, sarò scomunicato, ma scomunicato forse solo dai massoni […] ebbene, dirò che si tratta di un brevetto di fedeltà alla Chiesa di sempre» (304).

b) Il cardinale Seper

«Tuttavia gli anni passano. L’abuso di potere si fa così evidente che l’opinione pubblica manifesta sempre più simpatia per le vittime […] Bisognerà attendere tre anni e mezzo perché si decidesse di svolgere un’inchiesta più approfondita sulla dottrina professata da Mons. Lefebvre e insegnata ad Ecône. Il 28 gennaio 1978, il cardinale Seper, Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, invia a Ecône un grosso questionario.» (305). Da tempo è ormai la Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) che gestisce il dossier. Ci si degna finalmente ad affrontare le questioni dottrinali, sembra.

Al suo arrivo al Soglio di Pietro, Giovanni Paolo II riceve in udienza Mons. Lefebvre. Il Papa si dice pronto a «leggere il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione». Mons. Lefebvre trova questa espressione appena passabile. In una lettera che gli invierà subito dopo, il 24 dicembre 1978, Mons. Lefebvre ribadirà ciò che aveva chiesto a Paolo VI:
«Noi vi scongiuriamo di dire una sola parola […] ai vescovi del mondo intero: “Lasciate fare”: “Noi autorizziamo il libero esercizio di ciò che la Tradizione plurisecolare ha utilizzato per la santificazione delle anime.”».
Egli preferisce questa intesa pratica alle discussioni.
«Io temo che delle discussioni prolungate e sottili non giungano ad un risultato soddisfacente e allontanino una soluzione che, sono persuaso, vi deve apparire urgente. La soluzione, infatti, non può trovarsi in un compromesso che praticamente farebbe sparire la nostra opera» (306).

A questo stadio, è dunque esatto dire che Mons. Lefebvre preferiva una soluzione pratica; è quanto emerge dalle discussioni dei mesi precedenti con la Congregazione per la Dottrina della Fede; le discussioni si sono impantanate (307); Il cardinale Seper sembra non comprendere, esige l’accettazione del Concilio senza discutere…  Ciò che chiede dunque Mons. Lefebvre è un «accordo pratico» senza contropartita dottrinale. Mons. Lefebvre suppone la buona volontà e la sincerità del Papa e dei vescovi per aiutare i fedeli e i sacerdoti della Tradizione.
Su richiesta del Papa, Mons. Lefebvre incontra il cardinale Seper per fare un bilancio sul questionario. L’incontro fu un vero «interrogatorio». Le relazioni tra Ecône e Roma si fermeranno lì.

Alle ordinazioni del 1980, egli riafferma la sua posizione: restare come siamo, predicare la Verità, continuare la Chiesa. Poi,
«se il Buon Dio vorrà, ci reintegrerà nella Chiesa ufficiale, così come siamo. […] Noi rientriamo nella Chiesa ufficiale poiché ci hanno buttati fuori da questa Chiesa ufficiale che non è la vera Chiesa, una Chiesa ufficiale che è stata infestata dal modernismo. […] Ne siamo convinti, […] le cose si aggiusteranno presto. […] Noi siamo forse più vicini che mai a questa soluzione per poter essere riconosciuti ufficialmente nella Santa Chiesa, come FSSPX e con tutto ciò che siamo, tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che crediamo, tutto ciò che facciamo» (308).

Nel novembre, ad Angers, lo ripete:
«Noi chiediamo semplicemente, forse, di non discutere troppo del problemi teorici, di lasciare le questioni che ci dividono, come quella della libertà religiosa. Non si è obbligati a risolvere tutti questi problemi adesso, il tempo porterà la sua chiarezza, la sua soluzione. Ma nella pratica, come ho già detto più volte, che ci si lasci fare l’esperienza della Tradizione» (309).

c) L’«apertura» del cardinale Ratzinger

Alla morte del cardinale Seper, all’inizio del 1982, a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede gli succede il cardinale Ratzinger. Il 25 marzo, Mons. Lefebvre lo incontra a Roma; e gli espone chiaramente la sua posizione.
«Ah – mi ha detto il cardinale – tutto questo è molto noioso, bisognerebbe quanto meno trovare una soluzione. La mia soluzione, gli ho detto, è molto semplice: accettate quello che noi chiediamo da anni [la liturgia tradizionale]. Dateci ciò che desideriamo. Tutto qui. Senza soluzione, noi siamo passati ad un'altra cosa: la questione canonica» (310).
Cioè la questione delle ordinazioni senza autorizzazione. Sembra che a questo stadio, quando Mons. Lefebvre parla di «esperienza della Tradizione», la cosa sia distinta dalla soluzione canonica. Ma egli la richiama tuttavia subito dopo:
«Se la nostra Società è di nuovo riconosciuta da Roma […] noi accettiamo. Noi potremmo benissimo dipendere da una società o da una congregazione romana. Non vediamo inconvenienti. La questione canonica sarà immediatamente e totalmente regolata» (311).

Si notino bene gli elementi: che ci si lasci fare ciò che è sempre stato fatto, e in sovrappiù, che ci si riconosca come eravamo già stati riconosciuti.

Il cardinale, dopo il loro incontro, scrive a Mons. Lefebvre. Egli non richiama affatto la soluzione proposta da Mons. Lefebvre, ma l’informa che il Papa ha creato una commissione cardinalizia per studiare e trovare una buona formula (ibid.).

Il 23 dicembre 1982, la commissione completa il suo lavoro e il Papa l’approva, il cardinale invia a Mons. Lefebvre la risposta romana. Il Papa vuole nominare un visitatore se l’arcivescovo accetta di firmare una dichiarazione dottrinale in due paragrafi: si chiede a Mons. Lefebvre di aderire al Vaticano II alla luce della Tradizione; di riconoscere che la nuova Messa
«è stata promulgata dalla legittima e suprema autorità della Santa Sede, […] e che, di conseguenza, quel Messale è in se stesso legittimo e cattolico. In conseguenza di ciò, io non ho mai negato e non negherò la validità delle Messe celebrate fedelmente secondo il Nuovo Ordo. Infine, io non voglio insinuare che queste Messe siano in qualche modo eretiche o blasfeme e tengo ad affermare che esse non devono essere rifiutate dai cattolici».
Il cardinale precisa che questi due punti non possono essere modificati. La visita avrà lo scopo di trovare uno Statuto canonico adeguato; la conseguenza sarà l’accettazione del Diritto Canonico (312).
Notiamo subito che per la Santa Sede, riconoscere che la nuova Messa è stata promulgata legittimamente, comporta necessariamente la sua legittimità e dunque che non si possono distogliere da essa i fedeli.

Commentando questa lettera, Mons. Lefebvre fa vedere che le relazioni si irrigidiscono. Sul riconoscimento della legittima promulgazione del nuovo Messale:
«di conseguenza – dice – io devo smettere di distogliere i fedeli con le mie critiche.»

Egli incomincia a fiutare la trappola nell’espressione: «Il Concilio alla luce della Tradizione».
«Per il cardinale Ratzinger, non si tratterebbe di interpretare il Concilio alla luce della Tradizione, ma piuttosto di integrare il Concilio in seno alla Tradizione. Questo è facile a dirsi, ma occorre poterlo fare!» (313).
Mons. Lefebvre afferma che tutte le divergenze si cristallizzano intorno alla Messa (Ibid.).
Così, il 5 aprile, Mons. Lefebvre risponde direttamente al Papa, col rifiuto del paragrafo sulla Messa ed esponendo in quale senso esatto egli intende l’interpretazione del Concilio «alla luce della Tradizione». Egli chiede la libertà di dire la Messa tradizionale, la riforma del Novus Ordo Missae per renderlo conforme alla fede cattolica e la riforma dei testi del Concilio contrari al Magistero ufficiale della Chiesa (314).

Il 20 luglio, il cardinale Ratzinger risponde alla lettera del 5 aprile. Fa presente la delusione del Santo Padre per il rifiuto della proposta romana (315). Il cardinale spiega in particolare la sua sorpresa nel notare la divergenza sull’espressione «il Concilio interpretato alla luce della Tradizione». «Anche il Santo Padre è stupito che persino la sua accettazione del Concilio interpretato secondo la Tradizione, è ambigua, poiché lei afferma immediatamente che la Tradizione non è compatibile con la Dichiarazione sulla Libertà religiosa.»
Commento di Mons. Lefebvre:
«Questo significa che i testi del Concilio possono essere integrati tutti nella Tradizione. Che diventa allora la “luce” della Tradizione?» (316).


2) Mons. Lefebvre interviene in pubblico


a) Lettera aperta al Papa

Il 21 novembre 1983, visto che i quindici anni di passi fatti in privato sono risultati vani, Mons. Lefebvre pubblica una lettera aperta al Papa, consegnata da Mons. de Castro Mayer.  Egli vi denuncia i principali errori veicolati dal Concilio e causa della tragica situazione in cui si trova la Chiesa (317). Per darle pubblicità, egli organizza, il 9 dicembre, all’aeroporto di Roissy, una conferenza stampa in cui presenta questa lettera ai giornalisti. Uno di questi si inquieta: se le relazioni con Roma si irrigidiscono, la situazione è bloccata e l’avvenire delle comunità tradizionali è compromesso.
«Per noi questo – risponde Monsignore – non è un problema. Noi abbiamo delle vocazioni nei nostri seminari. Noi siamo richiesti in tutto il mondo, da comunità di fedeli che vogliono almeno salvare le loro anime e che vogliono continuare la Chiesa cattolica. Quindi, da questo lato, noi non abbiamo alcuna difficoltà. Noi non abbiamo dei problemi interni. Ma certo, da parte di Roma non lo so. Io ammetto che la situazione è molto cupa, poiché Roma è occupata dai modernisti» (318).
Infine egli richiama la possibilità di consacrare un giorno dei vescovi, se è richiesto dalla gravità della situazione.

Così, con questo manifesto episcopale si entra in una nuova fase, nella quale Mons. Lefebvre si rivolge pubblicamente al Papa, per il bene della Chiesa. Notiamo che egli non manifesta complessi di colpa nei confronti di Roma: i problemi sono dalla loro parte, non dalla nostra. Si tratta di far risuonare la voce della verità.
In breve, tutta la sua azione è in vista del bene comune della Chiesa, non del suo bene personale e di quello della sua opera.


Il 3 ottobre 1984, La Santa Sede pubblica l’Indulto che autorizza la celebrazione della Messa tradizionale, imponendo certe condizioni, in particolare: «Con ogni chiarezza deve constare anche pubblicamente che questi sacerdoti ed i rispettivi fedeli in nessun modo condividano le posizioni di coloro che mettono in dubbio la legittimità e l'esattezza dottrinale del Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970.» (319). Già un anno prima. Mons. Lefebvre diceva:
«Ora, l’autorità religiosa come potrebbe assicurarsi che un sacerdote non celebra col rito antico per disprezzo del nuovo?» (320).

E gli si chiedeva di dire la Messa nuova almeno una volta ogni tanto.
E’ difficile non cogliere nella concezione di queste disposizioni una manovra destinata a fare pressione sui sacerdoti tradizionalisti per convincerli a celebrare la nuova Messa; e questo in nome di uno spirito di conciliazione che segnerebbe la loro perdita (321).

Sei mesi più tardi, il 17 marzo 1985, nel corso di una conferenza data all’Istituto San Pio X, a Parigi, Mons. Lefebvre dimostra che, malgrado alcuni aspetti tradizionali di Giovanni Paolo II, Roma non è cambiata. Ai giornalisti che gli dicevano: «Quantomeno dovrete arrivare ad intendervi [con Giovanni Paolo II]» (322); Mons. Lefebvre rispondeva:
«Quando Roma abbandonerà questa libertà religiosa e ritornerà alla Tradizione, condannando l’errore e quindi affermando che nessun uomo può avere il diritto di scegliere la sua religione, allora sì che si potrà dire veramente che vi è stato un cambiamento» (323).
Poi, egli dimostra che Roma vuole trovare un accomodamento su delle formule ambigue. Egli rifiuta tale accomodamento, che sarebbe un compromesso con l’errore.
«E poi io dico alcune volte: noi non vogliamo un matrimonio misto. Noi non vogliamo essere sposati con persone che non hanno la nostra religione. Se io accettassi i suoi errori [quelli del cardinale Ratzinger] e perfino diciamo quasi le sue eresie, ebbene, io mi sposerei con una Chiesa che non è la Chiesa cattolica!» (324).
Con queste parole, Mons. Lefebvre non esclude una soluzione canonica, ma rifiuta il compromesso proposto dal cardinale Ratzinger; egli rifiuta la soluzione come gli fu presentata allora.
Come si vede e come si vedrà ancora, a questo stadio egli è ancora aperto ad una soluzione in cui ci fosse lasciata la libertà di continuare quello che facciamo.
«Allora, che bisogna fare?». Continuare quello che facciamo, anche se siamo colpiti; sviluppare la nostra azione, sostenuta con la preghiera e il sacrificio; combattere senza accettare tregue con coloro che distruggono la Chiesa. Il Buon Dio benedice questi sforzi (325). Queste sono le consegne di Monsignore.

Un mese dopo questa conferenza, il 17 aprile 1985, Mons. Lefebvre propone al cardinale Ratzinger una nuova dichiarazione che sostituisce quella proposta dal cardinale il 23 dicembre 1982; inoltre, egli chiede che sia ridato alla Fraternità il riconoscimento ufficiale del 1970, e che questa venga riconosciuta di diritto pontificio; propone che la Fraternità risponda all’appello che potrebbero fare i vescovi dei suoi sacerdoti (326). Ma questa proposta sarà rigettata dal Papa a causa del rifiuto delle novità conciliari, della nuova Messa e del nuovo Codice (327).

Nel gennaio 1985,  nello stesso senso, Don Schmidberger, Superiore generale, inviava una petizione al Santo Padre, chiedendo la libertà per tutti i sacerdoti di dire la Messa tradizionale senza condizioni; la fine delle sanzioni contro Mons. Lefebvre e i suoi sacerdoti; e che la Fraternità fosse riconosciuta come società di diritto pontificio e prelatura personale (328). A parte la prelatura personale, questa petizione è il riflesso della lettera di Mons. Lefebvre del 17 aprile. Le firme vennero consegnate dal Superiore generale al cardinale Ratzinger, il 26 marzo (329).

b) Lettera aperta ai cattolici perplessi

Dopo la lettera aperta al Papa, Mons. Lefebvre indirizza questa volta una Lettera aperta ai cattolici perplessi (330).

Alla fine di quest’anno 1985 doveva svolgersi un Sinodo straordinario, in occasione dei vent’anni dalla chiusura del Concilio (331). Mons. Lefebvre coglie questa occasione per supplicare il Papa di approfittare del Sinodo per fare marcia indietro. Egli inviò un solenne avvertimento consegnato da Mons. de Castro Mayer (332), datato 31 agosto. I due vescovi dicevano tra l’altro: «Se il Sinodo, sotto la sua autorità, persevera in questo orientamento, lei non sarà più il Buon Pastore». Giovanni Paolo II prese la cosa alla leggera e disse scherzando a Mons. Schwery, vescovo di Sion: «Attenzione, adesso io non sono più un buon pastore!» «La misura dell’indifferenza di fronte all’apostasia è stracolma – esclamava Don Schmidberger – un ultimo grido sorto dall’animo torturato di due vescovi cattolici è stato ridicolizzato con un’ironia insuperabile» (333).

Il 6 novembre, Mons. Lefebvre presenta alla Congregazione per la Dottrina della Fede una raccolta di 39 dubbi (obiezioni) sulla libertà religiosa, sperando che Roma alla fine accetterà di affrontare le questioni di fondo (334).

c) Dopo il Sinodo del 1985: accecamento e ostinazione

Roma rimase sorda a questi avvertimenti ed entrò in una nuova fase. Il Sinodo rifiutò di constatare la crisi e parlò invece di numerosi frutti del Concilio (335).
Peggio: un mese più tardi, il 25 gennaio 1986, Giovanni Paolo II annuncia la riunione interreligiosa di Assisi, approfittando del 1986, anno scelto dall’ONU come anno della pace. Il 13 aprile 1986, egli fa una visita alla Sinagoga di Roma. «Lo scandalo dei cristiani è consumato», commenta Fideliter; «Il bacio della vergogna»: così la rivista commenta l’abbraccio fraterno con il gran rabbino di Roma (336).

Il 27 agosto, Mons. Lefebvre invia a otto cardinali una lettera per supplicarli di protestare pubblicamente contro la riunione di Assisi (337). E allo stesso Papa dei disegni per fargli toccare con mano la gravità di quell’atto (338).
Facendo il bilancio di questi avvenimenti, Don Schmidberger dirà: «Nel corso degli anni 1977-1983 si è compiuto un processo di chiarimento: Monsignore dichiara rivolto a chi vuol comprendere che, malgrado tutte le sue critiche alla Roma modernista, egli non romperà mai con il successore di Pietro. […] La formula “né eretici, né scismatici” traduce bene la sua linea di condotta […]. Infine, dopo il 1983, sotto la pressione degli avvenimenti […], Mons. Lefebvre attacca, con una veemenza che non ha nulla di esagerato né di irrispettoso, i responsabili della rovina della Chiesa nei loro atti scandalosi, in primo luogo il Papa Giovanni Paolo II, senza tuttavia, fino ad oggi, trarne alcuna conclusione giuridica» (339).

Tutti questi avvenimenti potevano solo confermare Mons. Lefebvre nella sua convinzione: non siamo noi che siamo nell’illegalità, sono loro!
«Sono loro che in effetti si allontanano dalla legalità della Chiesa e […] noi, al contrario, rimaniamo nella legalità e nella validità. Considerando oggettivamente che essi compiono degli atti in uno spirito che distrugge la Chiesa, in pratica ci siamo trovati nell’obbligo di agire in maniera che sembra contraria alla legalità della Chiesa. […] Da allora  noi abbiamo agito secondo le leggi fondamentali della Chiesa: per salvare le anime, salvare il sacerdozio, continuare la Chiesa. Sono effettivamente queste le cose che sono in questione. Noi ci siamo opposti a certe leggi particolari della Chiesa per conservare le leggi fondamentali. Facendo entrare in giuoco le leggi particolari contro di noi, sono le leggi fondamentali che sono distrutte: è andare contro il bene delle anime, contro i fini della Chiesa» (340).

Arriva il 1987, Il 9 marzo, Mons. Lefebvre riceve la risposta ai dubbi sulla libertà religiosa (341). Monsignore vede in questa risposta che riafferma la dottrina conciliare sull’argomento e la riunione di Assisi, i segni che è arrivato il momento di consacrare dei vescovi. Egli annuncia pubblicamente la data delle consacrazioni: il 29 giugno (342). Roma si rinchiude nei suoi errori e non ascolta più la voce della verità; bisogna dunque pensare all’avvenire: bisogna che la Chiesa continui e per questo sono necessari dei vescovi.


3) Le trattative del 1987-1988

a) Un’apertura insperata

Di fronte alla minaccia di consacrare dei vescovi, Roma si muove. Mons. Lefebvre viene convocato in Vaticano. Incontra il cardinale Ratzinger il 14 luglio. Il 28 dello stesso mese, il cardinale gli invia una lettera in cui propone la libertà alla FSSPX, senza previa dichiarazione dottrinale (343). Dapprima diffidente, Mons. Lefebvre accetta questa apertura.
«Se Roma vuole darci una vera autonomia, quella che abbiamo ora, ma con la sottomissione, noi l’accetteremo. […] Evidentemente, questo richiede delle soluzioni che bisogna esaminare, che bisogna discutere e che non sono facili da regolare nei particolari. Ma, con la grazia del Buon Dio è possibile giungere ad una soluzione che ci permetta di continuare il nostro lavoro senza abbandonare la nostra fede.» «E’ una piccola speranza. Oh! Io non sono di un ottimismo esagerato, perché proprio queste due correnti che ho descritto e che si oppongono, è difficile raccordarle» (344).

La rivista Fideliter, chiedendosi quale soluzione canonica sarebbe l’ideale, richiama la prelatura personale; ma questa presentava più inconvenienti che vantaggi. Altra soluzione possibile: essere riconosciuti come un rito proprio «sembrerebbe maggiormente adatto al ruolo singolare affidato alla Fraternità dalla Provvidenza» (345). Mons. Lefebvre considerava anche una soluzione simile a quella degli Ordinariati militari (346).

Roma invia allora il cardinale Gagnon e Mons. Perl a visitare tutti i Priorati in Francia della Fraternità e delle comunità amiche (19 novembre – 8 dicembre) - Erano anni che Mons. Lefebvre aveva chiesto questo (347).
La visita va molto bene, ma Mons. Lefebvre ha poche speranze.
«A causa del peso attuale in tutta questa Chiesa modernizzata e modernista – dice il 13 dicembre, cinque giorni dopo la fine della visita – io non sarei sorpreso se cercassero con tutti i mezzi di fare in modo che noi ci si avvicini a loro e a questo spirito conciliare. Io temo questo» (348). «Ho una gran paura che ricadiamo nella stessa situazione di prima [cioè con la richiesta di concessioni al Vaticano II], a causa delle influenze che agiscono a Roma, perché Roma è divisa» (349).

Il 18 gennaio, Mons. Lefebvre è a Roma. Là si rende conto che le cose rischiano di non avanzare così rapidamente come sembrava. Tuttavia, sembra acquisito che si darà alla FSSPX la libertà «senza contropartite». Il 30 gennaio, egli annuncia ad alcuni amici che consacrerà tre o quattro vescovi il 30 giugno (350).

L’8 aprile, la Santa Sede rende pubblica una lettera del Papa al cardinale Ratzinger, in cui Giovanni Paolo II esprime il suo augurio che gli sforzi in vista di un accordo proseguano, ma al tempo stesso egli mantiene l’esigenza di riconoscere il concilio Vaticano II (351). La rivista Fideliter conclude giustamente: «Se un tale accordo si realizzerà, sarà un vero miracolo» (352).

b) Una contraddizione?

Giunti a questo punto del nostro studio, vi è una piccola difficoltà da risolvere. Per un verso, come abbiamo visto, Mons. Lefebvre si mostra incline a regolare canonicamente la sua situazione. Per l’altro, in particolare a partire dal 1984, egli incomincia a dire che non è possibile mettersi sotto un’autorità modernista. Così, dopo la pubblicazione dell’Indulto del 1983, certi fedeli desiderano essere reintegrati nella Chiesa ufficiale, per poter cambiare le cose dall’interno.
«E’ un ragionamento assolutamente sbagliato – replica Mons. Lefebvre – Non si rientra in un quadro sotto dei Superiori mentre questi hanno tutto in mano per giugularci. “Una volta riconosciuti, dite, potremmo agire all’interno della Chiesa”. E’ un profondo errore e un disconoscimento totale dello spirito di coloro che compongono la gerarchia attuale. […] Noi non possiamo porci sotto un’autorità le cui idee sono liberali e che ci condannerebbe a poco a poco, per forza di cose, ad accettare le sue idee e le loro conseguenze, innanzitutto la nuova Messa.» (353).

Il 14 luglio, egli dice al cardinale Ratzinger:
«Eminenza, vede, anche se voi ci accordate un vescovo, anche se ci accordate una certa autonomia nei confronti dei vescovi, anche se ci accordate tutta la liturgia del 1962, se ci accordate di continuare i seminari e la Fraternità come facciamo adesso, noi non potremmo collaborare, è impossibile, impossibile, perché noi lavoriamo in due direzioni diametralmente opposte: voi lavorate alla scristianizzazione della società, della persona umana e della Chiesa, e noi lavoriamo alla cristianizzazione. Non ci si può intendere.» (354).

«Per tutta l’estate [1987] – dice il suo biografo – il realismo della fede che penetra l’Arcivescovo […] gli fa dire nel suo intimo: noi non possiamo collaborare con questi nemici del regno di Nostro Signore» (355).

Tuttavia, malgrado queste parole, Mons. Lefebvre ha continuato con le discussioni, per due ragioni che gli sembravano sufficienti. La prima e la principale era la necessità di fornire alla Fraternità e ai fedeli della Tradizione dei vescovi cattolici, e così salvare l’episcopato. Una volta ottenuti i segni dal Cielo, egli era pronto a procedere alle consacrazioni, senza più attendere. Ma visto che Roma aveva proposto di sistemare le cose, egli ha voluto evitare tutto quello che avrebbe potuto dare l’impressione di uno scisma. Nel mentre diceva ai suoi interlocutori romani che era aperto alle proposte, egli ribadiva che avrebbe consacrato il 30 giugno.
L’altra ragione era che Mons. Lefebvre per lungo tempo ha creduto possibile, quantunque difficile, trovare un dispositivo per proteggersi dalle autorità moderniste mentre aveva ripreso delle relazioni con loro. Le condizioni, o «esigenze», che egli poneva nel 1987, erano tre:
«per garantire l’esenzione dai Vescovi diocesani, un ordinariato il cui Ordinario sia il Superiore generale della Fraternità; una commissione romana presieduta da un Cardinale, ma tutti i membri della quale, ivi compreso l’Arcivescovo segretario generale, siano presentati dal Superiore generale; infine, tre vescovi, tra cui lo stesso Superiore generale» (356).

c) Il Protocollo del 5 maggio 1988

Adesso possiamo riprendere il filo degli avvenimenti.

Su richiesta della Santa Sede, il 12 e il 13 aprile si tenne una riunione al Sant’Uffizio tra esperti romani ed esperti della Fraternità, per considerare le proposte concrete. Si redasse una «dichiarazione in cinque punti che Mons. Lefebvre, dopo alcune correzioni il 4 maggio, giudicherà di poter firmare, dal momento che gli si permette di esprimere che “alcuni punti del concilio e delle riforme della liturgia e del diritto gli sembravano difficilmente conciliabili con la Tradizione”» (357). Di contro, nessuna delle tre esigenze viene accordata; gli si dice solo, a viva voce, che si potrebbe considerare di consacrare un vescovo. Aggrappandosi a questa parola, credendo che la cosa fosse assicurata, Mons. Lefebvre chiede un secondo vescovo. Quanto alla commissione, essa sarà composta da membri dei dicasteri romani. Monsignore insiste presso il cardinale, dicendo che desiderava far parte della commissione. Di fronte a questa insistenza, il cardinale Ratzinger rimane evasivo e trascina le cose. Mettendolo da parte, il 3 maggio, Mons. Lefebvre dà i nomi di quattro vescovi che vuole consacrare, annunciando che invierà i loro dossier. L’indomani, 4 maggio, ha luogo la riunione decisiva tra i due. E’ in questa occasione che il cardinale dirà: «Riterrei opportuno che a Saint-Nicolas du Chardonnet, accanto alle messe della Fraternità, ci fosse una messa della parrocchia: la Chiesa è una» (358).
«Ah! – dice Mons. Lefebvre – allora volete la coabitazione, in seno alla Chiesa… conciliare».
Per la commissione di cinque membri, due soli sarebbero della Fraternità, di cui uno al segretariato. Sarà concesso un solo vescovo. Sulla data, il cardinale rimane evasivo. Durante il pranzo, Mons. Lefebvre dice ad uno dei suoi collaboratori:
«Fermiamoci qui, io non voglio continuare».

Diamo un’occhiata al Protocollo d’accordo, appena elaborato.

Esso contiene due parti: una dichiarazione dottrinale e una parte che regola le questioni giuridiche. La dichiarazione dottrinale pone dei gravi problemi, in particolare nei punti seguenti:

«Noi dichiariamo di accettare la dottrina contenuta nel n° 25 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II sul Magistero ecclesiastico e sull’adesione che gli è dovuta.» (n° 2).
Di quale Magistero si tratta? Nell’ottica delle autorità romane si tratta evidentemente del magistero conciliare; in quella di Mons. Lefebvre, la cosa suppone la concezione cattolica del magistero tradizionale. La formula è dunque ambigua e pericolosa: le dette autorità avranno buon giuoco ad appoggiarsi su di essa per costringere ad accettare le novità o almeno a tacere su questo soggetto. Ci ritorneremo.

«A proposito di certi punti insegnati dal Concilio Vaticano II o relativi alle riforme posteriori della liturgia e del diritto, che ci sembrano difficilmente conciliabili con la Tradizione, ci impegniamo ad assumere un atteggiamento positivo di studio e di comunicazione con la Sede Apostolica, evitando ogni polemica.» (n° 3).
In altre parole, non si tratta di denunciare con chiarezza gli errori conciliari – questo costituirebbe un atteggiamento combattivo e polemico – ma di accontentarsi di esprimere i propri dubbi alla Santa Sede, a porte chiuse. Si trattava di un’arma per sanzionare i predicatori troppo «arditi».

«Dichiariamo inoltre di riconoscere la validità del Sacrificio della Messa e dei sacramenti celebrati con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa e secondo i riti indicati nelle edizioni tipiche del Messale romano e dei rituali dei sacramenti promulgati dai Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II.» (n° 4).
A prima vista, la formula sembra inoffensiva, poiché così com’è noi non l’abbiamo mai negato.
Ma vediamo la dichiarazione dei sacerdoti di Campos (18 gennaio 2002). «Riconosciamo la validità del Novus Ordo Missae, promulgato dal Papa Paolo VI, sempre che sia celebrato correttamente e con l’intenzione di offrire il vero Sacrificio della Santa Messa.» (359).
Certo, la formulazione è meno chiara di quella del Protocollo, ma le due sono sostanzialmente identiche. Ora, ecco quello che diceva il Padre Cottier – futuro cardinale – teologo del Papa, a proposito della Dichiarazione dei sacerdoti di Campos: «Molti lefebvriani ritengono che la “nostra” Messa di Paolo VI non sarebbe valida. Adesso, questo gruppo, almeno, non potrà più pensare una cosa simile. A poco a poco bisognerà prevedere dei passi supplementari: per esempio, che essi partecipino anche alla concelebrazione nel rito riformato. Ma non dobbiamo precipitare. La cosa importante è che in cuor loro non vi sia più il rigetto. La comunione ritrovata nella Chiesa ha il suo dinamismo interno che maturerà.» (360).
Ritorneremo anche su questo «dinamismo interno», quello della Rivoluzione; il Padre Cottier si è espresso con prudenza e allora non pensava che questo dinamismo avrebbe agito così presto: i sacerdoti di Campos professano la legittimità della nuova Messa, Mons. Rifan ha concelebrato nel 2004.

«Infine promettiamo di rispettare la disciplina comune della Chiesa e le leggi ecclesiastiche, specialmente quelle contenute nel Codice di Diritto Canonico promulgato dal Papa Giovanni Paolo II, fatta salva la disciplina speciale concessa alla Fraternità con legge particolare.» (n° 5).
E’ l’accettazione del nuovo Codice (361).

Quanto alle questioni canoniche, notiamo i seguenti punti:
- La commissione romana che regolava i rapporti con gli altri dicasteri, contava solo due membri della Fraternità su cinque (paragrafo 2).
- La comunità amiche verrebbero ricollegate ai loro rispettivi Ordini, dunque messi al passo (paragrafo 3.4) i fedeli saranno sottoposti alla giurisdizione dell’Ordinario del luogo (paragrafo 3).
Viene accordato a Mons. Lefebvre la rimozione della sospensione e la dispensa per le irregolarità sopraggiunte in seguito alle ordinazioni (paragrafo 6).
Questo equivale a riconoscere la validità di queste pene, quindi, implicitamente, il loro fondamento.

Malgrado ciò, Mons. Lefebvre pensa che avrà un vescovo. Così si reca a Roma il 5 maggio per firmare il Protocollo d’accordo. Lasciando Albano, egli incrocia una suora delle Discepole del Cenacolo e le dice:
«Se don Putti fosse qui, cosa direbbe? “Monsignore dove andate? Che fate?»
Al ritorno, non è tranquillo.
«La testa tra le mani durante tutto il rosario e la benedizione in cappella. L’arcivescovo prega, talvolta sospira, poi senza dire nulla si ritira.» (362).
La notte non dorme, scrive al cardinale Ratzinger per ritirare la sua firma. Gli conferma che consacrerà quattro vescovi il 30 giugno, con o senza autorizzazione.
«Fissare una data è, per Monsignor Lefebvre, il test della sincerità di Roma, la prova che non lo si prende in giro, che Roma non vuole soltanto attendere la sua morte» (363).

«Il 30 giugno è la data limite – dice Monsignore -. Lo sento, arrivo alla fine della mia vita, le mie forze diminuiscono, ho difficoltà a viaggiare in macchina. Non posso più rimandare, sarebbe mettere in pericolo la continuazione della Fraternità e dei nostri seminari».

Il 20 maggio, scrive al Papa per dirgli che gli servono più vescovi per il 30 giugno. Il 24 maggio, è per l’ultima volta a Roma, e chiede che gli si dia la risposta il 1 giugno.

d) Rottura dei colloqui – La consacrazioni

Il 30 maggio, egli riunisce a Pointet i sacerdoti grandi difensori della fede e i Superiori delle comunità amiche, per avere il loro parere.
Se tra i sacerdoti i pareri sono divisi, i religiosi sono unanimi nel rigettare le proposte romane. «Noi non possiamo più trattare con dei vescovi che hanno perduto la fede». Vi è in questo «un rischio per la fede e la coesione della Tradizione». E’ a quest’ultimo parere che si allineerà Mons. Lefebvre;
«Il legame ufficiale con la Roma modernista non è nulla a confronto della preservazione della fede» (364).
Lo stesso giorno, il 30 maggio, il Papa risponde negativamente alle richieste di Mons. Lefebvre. Così il 2 giugno, festa del Corpus Domini, Mons. Lefebvre scrive al Papa.
«I colloqui e gli incontri con il cardinale Ratzinger e i suoi collaboratori, benché si siano svolti in una atmosfera di cortesia e di carità, ci hanno convinto che il momento di una collaborazione franca ed efficace non è ancora arrivato. […] Dato il rifiuto di considerare le nostre richieste ed essendo evidente che lo scopo di questa riconciliazione non è affatto lo stesso per la Santa Sede e per noi, crediamo sia preferibile attendere dei tempi più propizi per il ritorno di Roma alla Tradizione. […] noi continueremo a pregare perché la Roma moderna, infestata di modernismo, ridiventi la Roma cattolica e ritrovi la sua Tradizione bi millenaria. Allora il problema della riconciliazione non avrà più ragion d’essere, e la Chiesa ritroverà una nuova giovinezza» (365).

L’11 giugno, egli espone la situazione ai seminaristi di Flavigny e dice loro, tra le altre cose:
«Se non hanno cambiato intenzione [cioè ricondurci al Concilio] è perché non hanno cambiato i princípi [gli errori conciliari]» (366).

Alla vigilia delle consacrazioni, un inviato della Nunziatura gli consegna un telegramma del cardinale Ratzinger, che gli chiede di recarsi immediatamente a Roma e di non procedere alle consacrazioni. Monsignore dice ad un sacerdote:
«Se anche oggi mi si portasse il mandato pontificio debitamente firmato, rimanderei la consacrazione al 15 agosto e l’annuncerei domani» (367).

Nel sermone per le consacrazioni, Mons. Lefebvre precisa:
«E perché, Monsignore, avete bloccato questi colloqui che tuttavia sembravano avere un certo successo? Precisamente perché, mentre apponevo la mia firma sul protocollo, nello stesso minuto l’inviato del cardinale Ratzinger che mi portava questo protocollo da firmare, mi consegnava una lettera nella quale mi si diceva di chiedere perdono per gli errori che facevo. […] E qual è questa verità se non la verità del Vaticano II? Se non la verità di questa Chiesa conciliare? […] è lo spirito d’Assisi. Ecco la verità di oggi. E questa noi non la vogliamo per niente al mondo, per niente al mondo! Ecco perché, constatando questa ferma volontà delle attuali autorità romane di ridurre a niente la Tradizione e di condurre tutti in questo spirito del Vaticano II e in questo spirito d’Assisi, noi abbiamo preferito ritirarci, evidentemente, e dire: Non possiamo, è impossibile. […] Ci mettiamo in queste mani e, quindi, nelle mani di coloro che vogliono condurci allo spirito del concilio e allo spirito d’Assisi. Questo non è possibile. […] preferiamo continuare nella Tradizione, conservare la Tradizione, in attesa che questa Tradizione ritrovi il suo posto, in attesa che questa Tradizione ritrovi il suo posto nelle autorità romane, nello spirito delle autorità romane. […] Oggi, in questa giornata, si compie l’operazione sopravvivenza, e se io avessi concluso quella operazione con Roma, proseguendo negli accordi che avevamo firmato e proseguendo con la messa in pratica di questi accordi, avrei compiuto l’operazione suicidio. Allora, non v’è scelta» (368).


C) Terzo periodo (1988-1991):
continuare la Tradizione,
anche senza l’avallo di Roma

In questo terzo periodo le cose sono molto più chiare, per diverse ragioni. Innanzi tutto, prima delle consacrazioni non era facile cogliere le intenzioni romane; gli ultimi avvenimenti hanno fatto cadere la maschera. Poi, l’esperienza dei riconciliati non farà che confermare la saggezza della decisione presa da Mons. Lefebvre.

1) Una linea di condotta: nessun accordo possibile fintanto che Nostro Signore non è reintronizzato

a) Mons. Lefebvre dà le ragioni della rottura dei colloqui

«Per molto tempo – dice Mons. Lefebvre nel 1987 -, ho sperato in un accordo con Roma, che avrebbe dimostrato una certa tolleranza, che ci avrebbe «lasciato fare l’esperienza della Tradizione», […]
Ma lungo gli anni ci si è dovuti arrendere all’evidenza; la prospettiva di un accordo si allontanava sempre più» (369).
Si può dire che è stata questa speranza a spingerlo a continuare i colloqui romani e a presumere la lealtà dei suoi interlocutori:
«I nostri veri fedeli – diceva – quelli che hanno compreso il problema e che ci hanno aiutato a proseguire nella linea retta e ferma della Tradizione e della fede, temevano i passi che facevo con Roma. Essi mi hanno detto che era pericoloso e che io perdevo il mio tempo. Sì, certo, io ho sperato fino all’ultimo minuto che a Roma si testimoniasse un minimo di lealtà. Non mi si può rimproverare di non aver fatto il massimo. Così oggi, a quelli che mi vengono a dire: bisogna accordarci con Roma, io credo di poter dire che io sono andato più in là di quanto avrei dovuto» (370).
Apprezziamo l’umiltà di Mons. Lefebvre in questa circostanza.

Questa speranza, unita al presentimento della sua morte prossima e, dall’altro lato, alla cattiva volontà romana di rimanere nell’ambiguità, tutto questo spiega perché il 5 maggio Mons. Lefebvre finì col firmare; sebbene sia giusto ricordare in quali condizioni. Egli non era sereno, e questo contrasta con la gran pace che caratterizzarono gli ultimi tre anni della sua vita.

b) Le condizioni per una ripresa dei colloqui

Allo scopo di non ritrovarsi nella situazione ambigua delle iniziative precedenti, Mons. Lefebvre detta le condizioni per una ripresa dei contatti con Roma:
«Ma se vivrò ancora un po’, e supponendo che da qui a qualche tempo Roma ci rivolga un appello, che voglia rivederci, riprendere a parlare, in quel momento sarò io a porre le condizioni. Io non accetterò più di trovarmi nella situazione in cui ci siamo trovati al momento dei colloqui. Basta. Io porrò la questione sul piano dottrinale: “Siete d’accordo con le grandi encicliche di tutti i Papi che vi hanno preceduti? Siete d’accordo con Quanta cura di Pio IX, Immortali Dei e Libertas di Leone XIII, con Pascendi di San Pio X, con Quas Primas di Pio XI, con Humani generis di Pio XII? Siete in piena comunione con questi Papi e con le loro affermazioni? Accettate ancora il giuramento antimodernista? Siete per il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo? Se voi non accettate la dottrina dei vostri predecessori, è inutile parlare. Fino a quando non accetterete di riformare il Concilio in base alla dottrina di questi Papi che vi hanno preceduti, non è possibile alcun dialogo.” Così le posizioni saranno più chiare.» (371).

Il 9 settembre 1988, egli ritornava sugli ultimi avvenimenti:
«Bisogna dunque uscire da questo ambiente dei vescovi, se non si vuol perdere la propria anima. Ma questo non basta, poiché l’eresia si è installata a Roma. Se i vescovi sono eretici – anche senza prendere questo termine nel senso canonico con le relative conseguenze – questo non avviene senza l’influenza di Roma.
In altre parole, una esenzione dai vescovi non basta, poiché in ultima analisi si rimane sotto l’autorità della Santa Sede.
«Se noi ci allontaniamo da questa gente, è esattamente come facciamo con le persone che hanno l’AIDS. Non vogliamo essere contagiati. Ora, essi hanno l’AIDS spirituale, delle malattie contagiose. Se si vuole conservare la salute, non bisogna frequentarli. […] Ora, le autorità non hanno cambiato di uno iota le loro idee sul Concilio, il liberalismo e il modernismo. Idee che sono anti-Tradizione, contro la Tradizione come l’intendiamo noi e come l’intende la Chiesa. […] Per costoro, no, tutto questo evolve, ed è evoluto col Vaticano II. Lo stadio attuale dell’evoluzione è il Vaticano II. Ecco perché non possiamo legarci a Roma. Avremmo potuto, se fossimo arrivati a proteggerci completamente come avevamo richiesto. Ma essi non hanno voluto. […] Essi vogliono che noi si sia direttamente sotto di loro, per poterci imporre ufficialmente questa politica anti-Tradizione di cui sono imbevuti. […] Io mi sono accorto di questa volontà di Roma di volerci imporre le loro idee e il loro modo di vedere. […] Essi non accordano qualcosa per stima della liturgia tradizionale, ma semplicemente per ingannare coloro a cui l’accordano e diminuire la nostra resistenza, infilare un cuneo nel blocco tradizionale, per distruggerlo. È la loro politica, la loro tattica cosciente. Essi non si sbagliano, e voi conoscete le pressioni che esercitano. […] Essi fanno degli sforzi considerevoli dappertutto.» (372).
In questo testo intenso, Mons. Lefebvre afferma che non ci si può legare con questa gente, perché sono l’anti-Tradizione, e di fatto cercano di distruggerci. Le loro aperture sono solo delle tattiche. Da cui l’esigenza di aspettare la loro conversione dottrinale, prima di potersi mettere nelle loro mani.

Nel dicembre 1988, a Flavigny:
«Da parte nostra, noi diciamo che non si può essere sottomessi all’autorità ecclesiastica e conservare la Tradizione. Loro [i riconciliati] affermano il contrario. Questo significa ingannare i fedeli. […] Noi dobbiamo evitare ogni compromissione sia nei confronti dei sedevacantisti sia nei confronti di coloro che vogliono essere assolutamente sottoposti all’autorità ecclesiastica. […] Così, quando mi si pone la domanda di sapere quando vi sarà un accordo con Roma, la mia risposta è semplice: quando Roma reintronizzerà Nostro Signore Gesù Cristo. Noi non possiamo essere d’accordo con quelli che hanno detronizzato Nostro Signore. Il giorno in cui riconosceranno di nuovo Nostro Signore re dei popoli e delle nazioni, non avranno raggiunto noi, ma la Chiesa cattolica nella quale noi siamo rimasti.» (373).

Un anno dopo le consacrazioni, Mons. Lefebvre esplicita il suo pensiero su questo punto; e ritorna sui tentativi del 1987-1988, e a proposito della mano tesa egli dice:
«Ma personalmente io non ho alcuna fiducia. E’ da anni e anni che frequento questo ambiente, da anni che vedo il loro modo d’agire. Io non ho più alcuna fiducia. Ma ciò nonostante non volevo che quanto meno nella Fraternità e negli ambienti della Tradizione si dicesse poi: avrebbe potuto provare, non le costava niente discutere, dialogare. Questo era il loro parere (374) […] Ma rapidamente ci siamo accorti che avevamo a che fare con persone che non sono oneste. […] Noi desideravamo il riconoscimento, Roma voleva la riconciliazione e che noi riconoscessimo i nostri errori. […] Io sono andato comunque a Roma per questi colloqui, ma non avendo alcuna fiducia. […] Il effetti, io ho voluto spingermi il più lontano possibile, per dimostrare la nostra buona volontà
E poco dopo:
«Ancora una volta, io non credo possibile che una comunità possa rimanere fedele alla fede e alla Tradizione se i vescovi non hanno questa fede e questa fedeltà alla Tradizione. E’ impossibile. La Chiesa è fatta ancora innanzi tutto dai vescovi. Si possono avere benissimo dei sacerdoti, ma i sacerdoti sono influenzati dai vescovi.»

E allora, viene posta una domanda a Monsignore: si sarebbe potuto agire più efficacemente dall’interno? Ed egli ribatte:
«Queste sono cose facili a dirsi. Che significa mettersi all’interno della Chiesa? E prima di tutto, di quale Chiesa parliamo? Se si tratta della Chiesa conciliare (375), noi che abbiamo lottato contro di essa per vent’anni, perché vogliamo la Chiesa, dovremmo rientrare in questa Chiesa conciliare per, come si dice, renderla cattolica. E’ un’illusione totale. Non sono i soggetti che fanno i superiori, ma i superiori che fanno i soggetti

Quanto alle aperture romane verso la Tradizione:
«Io non penso che questo sia un vero ritorno. E’ come in una battaglia, quando si ha l’impressione che le truppe si spingano un po’ troppo lontano, le si richiama. […] No, questa è una tattica un po’ necessaria, come in tutte le battaglie. […] E’ per questo che ciò che può apparire come una concessione, in realtà non è altro che una manovra per arrivare a distogliere da noi quanti più fedeli è possibile. E’ in questa prospettiva che sembra che essi ci diano sempre un po’ di più e vadano più lontano. Dobbiamo assolutamente convincere i nostri fedeli che si tratta di una manovra, che è un pericolo mettersi nelle mani dei vescovi conciliari e della Roma modernista. E’ il più grande pericolo che li minaccia. Se noi abbiamo lottato per vent’anni per evitare gli errori conciliari, non è per metterci adesso nelle mani di coloro che li professano.»
Parlando della professione di fede del 1989:
«Così com’è, questa formula è pericolosa.E questo dimostra lo spirito di queste persone con le quali è impossibile intendersi.» (376).

Nel novembre 1988, a Sierre, egli richiama il fondamento della nostra posizione: il regno di Nostro Signore Gesù Cristo.
«E’ per questo che non bisogna stupirsi che noi non arriviamo ad intenderci con Roma. Questo non sarà possibile fintanto che Roma non ritornerà alla fede nel regno di Nostro Signore Gesù Cristo, fintanto che essa continuerà a dare l’impressione che tutte le religioni sono buone.» (377).

c) Nell’attesa: mantenere le distanze

In Itinerario spirituale, che è come il suo testamento, egli ritorna su questi argomenti:
«Queste autorità romane conciliari non possono, perciò, che opporsi ferocemente e violentemente ad ogni riaffermazione del Magistero tradizionale. […] Potevo pensare fondamentalmente [dopo l’approvazione della Fraternità nel 1970] che tale Fraternità che si voleva attaccata ad ogni tradizione della Chiesa, dottrinale, disciplinare, liturgica ecc., non sarebbe rimasta a lungo approvata dai demolitori liberali della Chiesa.» (378).
In altre parole: essendo modernisti, essi possono volere solo la distruzione della Tradizione.
La conseguenza è logica:
«… finché tale Segretariato [per l’unità dei cristiani] manterrà il falso ecumenismo come suo orientamento e finché le autorità romane ed ecclesiastiche lo approveranno, si può affermare che essi resteranno in rottura aperta ed ufficiale con tutto il passato della Chiesa e con il suo Magistero ufficiale. E’ dunque uno stretto dovere per ogni sacerdote che voglia rimanere cattolico separarsi dalla Chiesa conciliare, fino a quando essa non ritroverà la tradizione del Magistero della Chiesa e della fede cattolica.» (379).

Terminiamo citando una conferenza del settembre 1990.
«Certi vorrebbero […] quanto meno riunirsi a Roma, al Papa… Noi lo faremmo, certo, se essi fossero nella Tradizione. […] Ma essi stessi riconoscono che hanno preso una strada nuova. […] “Oh [dicono certuni], posto che ci si accordi la Messa buona, si può dare la mano a Roma, non ci sono problemi”. Ecco come vanno le cose! Essi sono in un vicolo cieco, perché non si può allo stesso tempo dare la mano ai modernisti e voler conservare la Tradizione» (380).

Dopo tutte queste citazioni, è innegabile che c’è stata un’evoluzione nel pensiero di Mons. Lefebvre, non quanto alle dottrine difese, né riguardo alla fermezza nei confronti delle autorità romane, ma nella percezione delle loro intenzioni profonde. A partire dal 1988, egli si è convinto che i prelati neo-modernisti, a causa dei loro princípi, non possono voler il bene della Tradizione; che mettersi nelle loro mani significa esporsi ad essere contaminati dal loro liberalismo; che di conseguenza è impossibile considerare un accordo fintanto che essi non saranno ritornati alla Tradizione.

d) Una questione di intenzione

Sembra che Mons. Lefebvre abbia accordato una certa importanza alla valutazione delle intenzioni dei suoi interlocutori romani, e che l’idea che se n’è fatta sia stata in seguito determinante. Saremmo quindi nel soggettivismo?
In più, la Chiesa non giudica le intenzioni (381). Non è pericoloso regolare la propria condotta basandosi sulle intenzioni? E d’altronde, queste intenzioni possono cambiare. Infine, che si abbia una buona o una cattiva intenzione, cosa cambia nel concreto?

Per rispondere a questa difficoltà, vi sono alcune distinzioni da fare. Innanzi tutto tra intenzione non colpevole e intenzione colpevole. L’intenzione è colpevole quando si vuole scientemente qualcosa di contrario alla legge eterna. Quando la volontà si volge a tale oggetto, ma senza aver coscienza della sua opposizione alla legge eterna, l’intenzione non è colpevole. Ora, qui, non è determinante e addirittura importa poco sapere se le intenzioni della autorità romane sono colpevoli o no. Infatti, coscientemente o meno, ciò che esse ricercano è qualcosa di oggettivamente cattivo.
Ma si distingue anche l’intenzione nel senso moderno, sinonimo di velleità, che si oppone alla realizzazione (382); e per altro verso l’intenzione nel senso che gli dà San Tommaso. Per lui, «l’intenzione è il movimento della volontà verso il fine tramite l’azione.» Così intesa, l’intenzione è come il motore che accompagna l’azione fino al fine. Al contrario, «si tratterà di una debolezza dell’intenzione non poter sfociare nell’azione» (383).
L’intenzione è tutta volta verso il fine; ora, niente è più oggettivo del fine, nell’azione. E in quest’ultimo senso, «intenzione» è sinonimo di «ferma volontà».

E’ in quest’ultimo senso che Mons. Lefebvre intendeva il termine «intenzione» nel contesto che qui ci interessa: dai fatti, egli si è reso conto che le autorità romane erano tese verso (384) un fine diametralmente opposto al regno di Nostro Signore Gesù Cristo, e cercavano di trascinarvelo.
Queste intenzioni, possono cambiare? Certo, ma bisogna provarlo con i fatti.
Il seguito di questo studio ci mostrerà come stanno le cose su questo punto.

e) Una obiezione

Tuttavia, vi è un’obiezione, che si può formulare così: Mons. Lefebvre ha detto:
«Se avessero accettato le condizioni che avevo poste, io avrei firmato».
E riguardo al Protocollo:
«Se ho firmato il protocollo è perché non v’era nulla di contrario alla fede».

E’ vero che Mons. Lefebvre ha detto questo. Ecco le sue dichiarazioni:
«Io avrei firmato un accordo definitivo dopo aver firmato il protocollo, se noi avessimo avuto la possibilità di proteggerci efficacemente contro il modernismo di Roma e dei vescovi» (385).
Egli descrive in seguito queste condizioni, che abbiamo peraltro riportato prima (commissione romana, ecc.). E poi conclude:
«Io sentivo un’opposizione molto netta. Intanto non avevamo che un solo vescovo invece di tre, e due posti in commissione su sette. Non era possibile continuare così. La volontà di Roma di non aiutare la Tradizione, di non volere veramente fidarsi, era evidente» (386).
«In realtà – dice ancora in questa stessa conferenza – Roma non vuole né sostenere, né proseguire [cioè continuare] la Tradizione. Si vogliono condurre molto dolcemente questi giovani (della Fraternità San Pietro] e questi sacerdoti al Concilio. E’ evidente. Nel corso degli ultimi contatti che ho avuto con Roma,  ho voluto sondare più volte le loro intenzioni, valutare se vi fosse un vero cambiamento. Questo non sembrava possibile, dopo la constatazione degli scacchi catastrofici e  disastrosi seguiti al Concilio, e anche dopo la visita del cardinale Gagnon e di Mons. Perl.» (387).
E siamo sempre  lì: Mons. Lefebvre ha voluto «sondare le intenzioni», vedere vi era la «possibilità» di proteggersi. Ed ha dovuto arrendersi all’evidenza: le loro intenzioni sono quelle di combattere la Tradizione, perché sono modernisti (388). E dunque, perché si abbia la possibilità di intendersi, è necessario a priori che essi ritornino alla Tradizione.

Nella stessa conferenza, egli deplora l’attitudine dei riconciliati.
«Se non hanno detto esplicitamente: noi accettiamo il Concilio e tutto ciò che Roma professa attualmente, essi lo fanno implicitamente. Mettendosi interamente nelle mani dell’autorità di Roma e dei vescovi, essi saranno praticamente obbligati ad arrivare ad essere d’accordo con loro» (389).

Quanto al Protocollo, ecco quello che ne diceva col passare del tempo:
«Mentre firmavo il protocollo, Roma si rifiutava di darci dei vescovi. E se noi avessimo proseguito, in pratica avremmo avuto tutti i problemi del mondo» (390).
«Se avessimo accettato – diceva il 13 giugno 1988 – noi saremmo morti! Non saremmo durati un anno» (391). «Se ci si mette alla dipendenza delle autorità moderniste, si verrà influenzati da esse. E questo – sia detto per inciso – malgrado le migliori intenzioni: e questo non necessariamente perché firmare un accordo sia un gesto da liberalismo, ma anche per una mancanza di lucidità sulla situazione, un’imprudenza. Quello che importa qui è l’oggettività della situazione e non le intenzioni soggettive – buone o cattive che siano. In una situazione oggettivamente cattiva si mette a rischio la propria fede» (392).

Concludiamo mostrando che questa linea di condotta è stata fatta propria dalla Fraternità dopo le consacrazioni: «Fino a quando regnerà questo spirito liberale – diceva Don Schmidberger – non bisogna aspettarsi alcun cambiamento, dunque alcun accomodamento, perché le nostre differenze non sono né umane, né politiche, ma dottrinali.» «Nessun accordo è possibile con Roma nelle mani dei liberali e degli umanisti» (393). E nel 1992, egli dirà anche: «Se avesse luogo una ripresa dei contatti, essa dovrebbe innanzi tutto basarsi sulla dottrina. E’ fuori questione parlare per adesso di soluzione giuridica o canonica, può parlarsi solo di dottrina. […] Tutto questo un giorno si sistemerà, ma potrà essere solo nella verità di fede. Ogni altra soluzione ci condurrebbe sullo stesso terreno in cui si trova oggi la Fraternità San Pietro, e cioè in un vicolo cieco» (394).

Nel 2006, il successore di Don Schmidberger, Mons. Fellay, riaffermava la necessità di regolare i problemi dottrinali prima di affrontare le questioni canoniche. «In ogni caso, è impossibile passare alla terza tappa, e quindi considerare degli accordi, prima che queste discussioni non siano giunte a chiarire e a correggere i princípi della crisi. […] E’ chiaro che noi non firmeremo degli accordi se le cose non sono risolte al livello dei princípi. […] Per risolvere il problema, bisognerà dunque che le autorità romane manifestino ed esprimano in maniera chiara, in modo che tutti comprendano, che per Roma non ci sono 36 strade per uscire dalla crisi, che ve n’è una sola di valida: che la Chiesa ritrovi pienamente la propria Tradizione bi millenaria. Il giorno in cui questa convinzione sarà chiara nelle autorità romane, anche se sul terreno tutto è lungi dall’essere regolato, sarà facile realizzare degli accordi» (395).

Il Capitolo generale della Fraternità San Pio X del 2006, riaffermava nella sua dichiarazione: «… i contatti che essa [la Fraternità] tiene sporadicamente con le autorità romane hanno per unico scopo di aiutarle a riappropriarsi della Tradizione che la Chiesa non può perdere senza rinnegare la sua identità, e non la ricerca di un vantaggio per se stessa o di giungere ad un impossibile “accordo” puramente pratico. Il giorno in cui la Tradizione ritroverà tutti i suoi diritti, “il problema della riconciliazione non avrà più ragion d’essere e la Chiesa ritroverà una nuova giovinezza” (396)» (397).

2) L’esperienza dei riconciliati

Mons. Lefebvre ha potuto constatare i frutti amari del ricongiungimento. La divina Provvidenza ha permesso che egli vivesse  così a lungo – tre anni – da poter giudicare l’albero dai suoi frutti.

«Quando essi dicono che non hanno ceduto in niente, è falso. - diceva Monsignore nel 1991 - Essi hanno ceduto la possibilità di contrastare Roma. Non possono più dire niente. Devono tacere, dati i favori che sono stati loro accordati. Adesso, per loro è impossibile denunciare gli errori della Chiesa conciliare. Del tutto dolcemente, essi aderiscono, non foss’altro che per la professione di fede richiesta dal cardinale Ratzinger. Io credo che Dom Gérard è sul punto di pubblicare un piccolo libro scritto da uno dei suoi monaci sulla libertà religiosa, in cui prova a giustificarla
In effetti, invece che un «piccolo libro», il Padre Basile, di Le Barroux, ha pubblicato una tesi di 2960 pagine. Ce ne vogliono di pagine per cercare di conciliare l’inconciliabile! (398).

«Dal punto di vista delle idee – prosegue Monsignore – essi virano dolcemente e finiscono con l’ammettere le false idee del Concilio, perché Roma ha accordato loro alcuni favori per la Tradizione. E’ una situazione molto pericolosa» (399).
«Essi hanno praticamente abbandonato la battaglia per la fede. Non possono più attaccare Roma
Ricordando il fatto che Dom Gérard e il Padre de Blignières si sono riconciliati, egli aggiungeva:
«Ritengo in ogni caso che abbiano fatto un grave errore. Essi hanno peccato gravemente agendo come hanno fatto, scientemente e con una disinvoltura inverosimile» (400).

Quello che Mons. Lefebvre esprime in questa terza frase è il frutto di una lunga deduzione. Le regole che egli detta sono tratte dall’esperienza. Allorché con le esperienze si giunge ad una regola generale, dopo non c’è più bisogno di rinnovare indefinitamente la stessa esperienza.

Principalmente, ciò che Mons. Lefebvre ha dedotto è che un superiore modernista cercherà ineluttabilmente di portare i suoi soggetti al modernismo. Per lungo tempo egli ha sperato che le autorità romane fossero capaci di dare fiducia alla Tradizione – secondo la sua espressione -, ma ha dovuto concludere che le loro intenzioni potevano essere solo opposte a quelle della Tradizione.
Da qui, la sola soluzione che rimane è cercare di reintrodurre a Roma i princípi della Tradizione. E come diceva Mons. Freppel, non ci si risolleva mai dall’abbandono dei princípi. Ci vorrebbe un’autorità superiore al Papa per mostrargli i suoi errori. Quello che possono fare i semplici sacerdoti ed anche i vescovi è far risuonare la voce della verità;  in seguito sarà Dio che potrà fare il miracolo, servendosi di questa voce che grida nel deserto.
Le discussioni dottrinali del 2009-2011 hanno fatto sentire questa voce, e attraverso di essa la grazia di Dio può oggi toccare le intelligenze.



Allegato II: il dialogo

Per «dialogo» noi non intendiamo qui la conversazione o la discussione, ma un’intesa e degli scambi tra persone il cui pensiero è divergente e che comporta delle concessioni dottrinali.

Si può dire che nel XX secolo, i maestri in materia sono stati i comunisti. Malgrado le atrocità che hanno potuto commettere, con quest’arma essi sono riusciti a sedurre una moltitudine di cristiani che tuttavia erano stati testimoni dei loro eccessi.
Il Padre Dufay (401) ha fatto un’analisi dettagliata del meccanismo del dialogo tra comunisti e cattolici, in Cina. Si rimane colpiti nel constatare la quasi identità dei metodi comunisti con quelli impiegati dalla Roma modernista verso le comunità tradizionali.

Dopo aver presentato la spiegazione del Padre Dufay, faremo il parallelo col dialogo fra Roma e queste comunità.

1) Dialogo tra comunisti e cattolici in Cina

a) Principio generale

Per prima cosa, il principio generale è che tutto quello che deriva dai comunisti è da interpretare in senso marxista. Quando essi parlano di «patriottismo», lo fanno in funzione dei princípi marxisti, con uno scopo marxista e dunque materialista.

b) Fare slittare i cattolici sul terreno politico

Per attirare i cristiani ad aderire ai loro movimenti e imbarcare la Chiesa nella Rivoluzione, essi cominciano con l’accusarla di essere complice dell’imperialismo. Cercano così con l’attirarli sul terreno politico, trasformando la religione in una questione politica. In tal modo, il problema è falsificato alla base. I cattolici sono invitati a militare «in quanto cattolici». A partire da ciò, l’autorità civile rivendica il diritto e il dovere di controllare la politica del gruppo religioso, procedendo alle epurazioni necessarie. Ogni oppositore non sarà più un difensore della fede, ma un politico refrattario. E allora, il governo fa combattere i cattolici fedeli dai progressisti; essi seminano la sfiducia nei confronti dei primi e sollevano i secondi contro di essi. Dal momento che il terreno è quello profano, non si tratta più di martirio e quindi la volontà di resistenza sparisce.

c) Formule ambigue

La seduzione del dialogo deriva dalle formule ambigue impiegate dai comunisti: questi si presentano come degli ardenti difensori del patriottismo. Il patriottismo, non è un imperativo del cristianesimo? Sentire i comunisti divenuti patrioti, non è già una vittoria del cattolicesimo?

Le proposte avanzate dai comunisti hanno sempre un’interpretazione cattolica possibile. Di più, essi dicono di volere questa interpretazione. Ma poi, nella loro condotta, essi utilizzano il loro senso e i loro princípi per loro stessi. Essi sanno perfettamente che da una parte e dall’altra, le parole non hanno lo stesso significato.Tutta la loro politica di seduzione e di mano tesa è basata su questa consapevolezza. La Rivoluzione è innanzi tutto una prassi; le parole sono solo un semplice strumento. Dal momento che il suo metodo è dialettico, essa utilizza una proposta mal compresa come un montone contro il bersaglio che è la verità. Qui, nel caso in oggetto, essa oppone «patriottismo» e Vaticano.

d) Le concessioni

Una volta che i cristiani sono rimasti presi nella trappola, cominciano le concessioni e i compromessi. In un circolo, qualcuno lancia un’accusa contro un vescovo, giudicato anti patriottico. Subito la cosa disturba i cattolici, ma poi essi si vedono obbligati a seguire l’esempio, avendo ammesso il principio del patriottismo. Così, agiscono contro la loro coscienza, e presto cadono nel declino morale. Il comunismo fa crollare la Chiesa con la corruzione delle coscienze, da cui non si guarisce. E’ peggio dell’apostasia, è una ripetizione di atti contro la fede, le idee si annebbiamo completamente.
A quel punto, la resistenza diventa impossibile. Non tutti aprono gli occhi nello stesso momento: e il blocco cattolico si divide e si disgrega pezzo a pezzo.

e) Conclusione: da subito rifiutare il dialogo e preferire il martirio

Di conseguenza, occorre rifiutare il dialogo ad armi ineguali, che è sleale. I sorrisi dei marxisti sono infinitamente più pericolosi delle loro armi. Ogni volta che i comunisti percepiscono una resistenza nei cristiani, gettano via la zavorra. Il che significa che per loro la rottura del dialogo è indesiderabile, in quanto esso è essenziale per il loro scopo. Che fare? Si può continuare a dialogare? No, perché con questo metodo, i comunisti coinvolgono i cattolici nella loro dialettica materialista: così che quello che è in giuoco è la fede. Per salvarsi, bisogna accettare la persecuzione e il martirio. E in questo modo, provocando dei martiri, il comunismo prepara la sua disfatta.
«Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo», dice il Re dei martiri.

2) Dialogo tra la Roma conciliare e i tradizionalisti

a) Principio generale

Se applichiamo tutto questo alla nostra situazione, il primo principio che ne deriva è che ciò che viene dai modernisti si deve interpretare in senso modernista. Noi l’abbiamo visto, tra l’altro, a proposito dell’espressione: «Concilio visto alla luce della Tradizione». Il loro scopo è di coinvolgere tutti nella dinamica rivoluzionaria del Vaticano II, e cioè nell’evoluzione dei dogmi, e poi nell’ecumenismo, base della «nuova evangelizzazione» (402), e infine nell’unità del genere umano nella diversità delle credenze, essendo ognuna uguale e libera.

b) Fare scivolare i tradizionalisti dal piano dottrinale al piano disciplinare

Per attirare i tradizionalisti in questo movimento, essi cominciano con le accuse: «Siete dei dissidenti, staccati da Roma». E allora fanno delle proposte allettanti: le possibilità di un più grande irraggiamento apostolico; e infine, niente di più efficace dei regali: il Motu proprio del 2007, la remissione delle scomuniche del 2009, la giurisdizione per le confessioni (403).

Si potrebbe opporre che il Papa Benedetto XVI, quando ha riconosciuto che la Messa tradizionale non era mai stata abrogata e ha dichiarato che ogni sacerdote nel mondo poteva celebrarla, non ha fatto delle concessioni particolari. Certo, noi apprezziamo il coraggio che ha dovuto avere, visto che le sue dichiarazioni hanno suscitato il cattivo umore di quasi tutto l’episcopato; ma la verità esige che si sottolinei che Benedetto XVI, nel momento stesso in cui presentava queste forti concessioni, le recuperava augurandosi la reciproca fecondazione delle due Messe. Egli così facendo, ha operato in realtà un processo dialettico allo scopo di giungere ad una riforma della riforma, ad un consenso in cui tutti sono invitati a fare delle concessioni.

Quanto alle altre concessioni, chi ci ha guadagnato è la Santa Sede, poiché è apparsa come un buon principe che attua la misericordia; così che il nostro rifiuto di fare delle concessioni appare tanto più odioso. In questo modo, su di noi viene esercitata una pressione psicologica per farci smettere di combattere. E questi passi avanti lasciano intendere pubblicamente che le cose si possono aggiustare, mentre in realtà il problema di fondo, che è dottrinale, resta al suo posto.

I cattolici della Tradizione sono invitati a rientrare «in quanto fedeli della Tradizione»; con il che si vuole imbarcare la Tradizione «in quanto tale» nella Rivoluzione; occorre che conservino il «proprio carisma». Con tale giochetto, la luce della Tradizione non è più quella che deve illuminare ogni uomo, ma un’opinione tra le altre.
Così, il processo di ricongiungimento mette avanti le questioni pratiche e tra parentesi il problema dottrinale. E’ a questo livello che si determina lo scivolamento. Non si nega certo la dottrina, ma si insiste sulla regolarizzazione. E a forza di parlare principalmente di questo, si finisce col pensare che noi saremmo nell’irregolarità. Tutto viene considerato da questo punto di vista.
Come i comunisti fanno della religione una questione politica, così le autorità romane fanno dell’adesione al Concilio una questione di obbedienza. In questa maniera, il motivo del martirio – la fede – viene soppresso. Ogni reclamo contro gli errori conciliari o contro gli scandali ecumenici, sarà tacciato di disobbedienza o di peccato contro l’unità. Ecco dunque che non ci sono più martiri e a poco a poco la resistenza sparisce.

c) La riduzione al silenzio o l’oblio del bene comune della Chiesa

Da questo si comprende che, per il fatto stesso del riconoscimento canonico, veniamo ridotti al silenzio.
Mons. Lefebvre lo diceva già a proposito di Dom Gérard:
«Non è vero che non hanno ceduto niente; hanno ceduto la possibilità di contrastare Roma. Essi non possono più dire niente. Devono tacere» (404).

Questo punto è fondamentale, poiché si vede che, anche se non si esige da noi alcuna dichiarazione dottrinale sul Vaticano II, già si cessa di criticarlo e, nei fatti, si entra nel meccanismo rivoluzionario: quest’ultimo infatti ammette al suo interno chiunque con le proprie opinioni, ma a condizione di ammettere che le opinioni del vicino sono da difendere.. Così, nei fatti, tacendo, si ammette  che l’ideologia conciliare è accettabile; il che è un riconoscimento implicito del Vaticano II. Successivamente, non si tarda a relativizzare le questioni dottrinali e ad ammettere esplicitamente gli errori moderni.

Questo ci permette di fare una precisazione importante: la questione del bene comune. Con la nostra battaglia dottrinale e la nostra opposizione pubblica agli errori dottrinali, noi difendiamo il bene comune della Chiesa. Tacendo, noi saremmo ammessi nella Chiesa ufficiale con dei vantaggi, certo, ma così facendo metteremo il nostro bene particolare al di sopra del bene comune.
Questa è la trappola dei liberali: fare dell’assoluto [la verità, la Tradizione] qualcosa di relativo. Infatti, a quel punto, la verità, la Tradizione, sono considerate un bene per certe persone arretrate (noi), quindi un bene relativo, ma in nessun caso un bene necessario per tutti, un assoluto.

Al contrario, la nostra attitudine è quella di membri della Chiesa. Il membro è parte di un tutto: la parte è per il tutto. Ciò che noi vogliamo è il bene della Chiesa, il bene comune, e cioè che Roma ritrovi la sua Tradizione.
Certo, alcuni possono pensare che con un riconoscimento canonico si potrebbe far sentire maggiormente la voce della Tradizione; le intenzioni sono sincere, ma noi abbiamo visto che si tratta di un’illusione.
La piccola capra di Mons. Seguin credeva che poteva vincere il lupo, ma ha dovuto subire la terribile realtà. Ciò che conta è la realtà oggettiva. Bisogna rifletterci, perché qui il bene comune è una questione di salvezza eterna.

d) Formule ambigue

Quanto alla seduzione derivata da formule ambigue, facciamo un esempio: «Accettarci così come siamo».
«Quando Roma dice ad una comunità: “Vi si accetta come siete”, in realtà Roma non lo pensa. Quello che realmente pensa è: “Se vi si accetta come siete, come diverrete”. I romani sanno per esperienza che, quando vi è un accordo, la comunità evolverà più o meno presto. Dunque, essi ci accettano così come saremo tra un anno, cinque anni, dieci anni; non come noi siamo adesso, con la nostra opposizione alla nuova Messa e al Concilio» (405).
Altro esempio: il semplice termine «Chiesa». «Vi è solo un’unica Chiesa – diceva il cardinale Ratzinger a Mons. Lefebvre – non bisogna fare Chiese parallele».
Chi non sottoscriverebbe una tale proposizione, in sé perfettamente cattolica?
«Qual è questa Chiesa per lui? – ribatteva Mons. Lefebvre – E’ chiaro: la Chiesa conciliare […] egli voleva portarci nella Chiesa conciliare».

e) Le concessioni

Ed ecco che cominciano i compromessi, i rinnegamenti del passato. Per esempio: a Le Barroux, dove si è accettato che i sacerdoti di passaggio vi celebrino la Messa di Paolo VI, ecc. E poi la tesi sulla libertà religiosa. Questi atti a ripetizione fanno sparire totalmente il senso della battaglia per la fede. E’ una persecuzione senza martiri. La seduzione è riuscita: se certuni sono andati via, è stato col contagocce, non vi è stata un’opposizione in massa.

E’ facile applicare tutto questo al Protocollo d’accordo del 1988. Noi ne abbiamo già segnalato i pericoli. E’ solo sotto la pressione psicologica sempre più forte esercitata dalle autorità romane che Mons. Lefebvre lo firmò; ci si ricordi del terribile malessere che egli provò e del ritiro della sua firma la notte seguente. Si trattava infatti di un testo di compromesso che non avrebbe mancato di generare il suo «dinamismo interno». Questo testo, infatti, serviva così bene la Rivoluzione, che le autorità conciliari se ne sono servite come base per gli accordi con i riconciliati.
Infatti, vediamo quello che è successo a Le Barroux. Don Gérard, nell’estate del 1988, scrisse un articolo su Présent per giustificare la sua posizione. Tra le altre cose, egli affermò: «Quello che abbiamo chiesto fin dall’inizio (Messa di San Pio V, Catechismo, sacramenti, il tutto conforme al secolare rito della Tradizione della Chiesa) ci è stato accordato senza contropartita dottrinale, senza concessioni, senza rinnegamenti. Il Santo Padre ci ha offerto dunque di essere integrati nella Congregazione benedettina così come siamo.» E più avanti elenca le condizioni che lui aveva poste, di cui la seconda: «Che non si esiga da noi alcuna contropartita dottrinale o liturgica e che non venga imposto alcun silenzio alla nostra predicazione antimodernista» (406).

Il cardinale Mayer venne intervistato e interrogato sull’argomento. «L’affermazione di Dom Gérard non è esatta – disse. Basta ricordare che l’accordo è stato negoziato sulla base del Protocollo del 5 maggio, che esigeva l’accettazione della dottrina contenuta nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium (n° 25) [e il cardinale ricordò gli altri paragrafi che abbiamo citato prima].
Non si possono accettare unicamente le concessioni offerte dal Protocollo e dimenticarne gli obblighi! Così come nel Motu proprio Ecclesia Dei del 2 luglio precedente, non ci si può limitare a guardare alle aperture alle giuste aspirazioni spirituali e liturgiche e dimenticare la critica implicita del falso concetto  di Tradizione [e cioè del concetto tradizionale di Tradizione] (407).
In altre parole, Dom Gérard non fa alcuna concessione esplicita su tale o tal’altro punto del Vaticano II, ma ha implicitamente riconosciuto il nuovo magistero, tramite l’accordo con Roma su un testo di compromesso che ormai Roma interpreta in senso modernista, E sempre secondo il cardinale Mayer, egli ha implicitamente rigettato il concetto tradizionale di Tradizione.
A poco a poco, ci viene chiesto sempre di più.
Mons. Lefebvre dimostrò come la professione di fede del 1989 chiedeva più esplicitamente ciò che era implicito nel Protocollo (408).
«Vedi – diceva ad un amico -,  io sono un po’ nella posizione di Papa Pio VII, e Giovanni Paolo II è Napoleone. Se io firmo, Giovanni Paolo II più tardi mi imporrà degli articoli organici» (409).
Tale è la doppiezza della Rivoluzione.

f) Conclusione: rifiutare il dialogo fin dall’inizio, e preferire il martirio morale.

Ecco perché nel 1988, Mons. Lefebvre capì che era impossibile discutere fintanto che le autorità romane continuavano ad essere imbevute di modernismo. Perché la doppiezza è consustanziale al modernismo; non una doppiezza morale, ma ontologica: sono degli spiriti falsi. «Quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadono in un fosso» (410).
Mons. Lefebvre ha preferito il martirio morale, per salvare la fede.
«Non rientra forse  […] nel piano della Provvidenza che la Tradizione cattolica non sia integrata nel pluralismo della “Chiesa conciliare”, fintanto che questa continuerà ad infangare l’onore della Chiesa cattolica e ad offuscare tanto la sua unità quanto la sua visibilità? “Cristo ha sofferto fuori dalle porte di Gerusalemme”, ci dice San Paolo, ed aggiunge “Dunque, per andare da Lui, usciamo dall’accampamento portando il suo obbrobrio”» (411).




NOTE

284 – Quanto a noi, non intendiamo allontanarci da questa giusta sfiducia nei confronti delle autorità ostili alla Tradizione perché ostili al regno di Nostro Signore.
285 – Cfr. Ebrei, 11, 6.
286 – Ci si deve riferire al trattato De caritate di San Tommaso, in cui egli ci dimostra come la beatitudine eterna, pur essendo la felicità di ogni santo, è un bene comune. Si veda anche Charles de Koninck, De la primauté du bien commun contre les per-sonnalistes, Québec, 1942.
287 – E’ dovere di ogni cristiano ricevere questo sacramento.
288 Luca. 22, 32.
289 – Così parlava il cardinale Pie rivolgendosi al Conte Albert de Mun: «Si è apostoli solo a condizione di lavorare per essere santi; e la prima condizione della santità è l’ortodossia. L’ardore più generoso non potrebbe supplirvi. Noi non possiamo far niente senza la grazia e non si arriva alla grazia divorziando dalla dottrina. Per i servitori di Dio e della causa divina, l’errore, anche inconscio e che non costituisce peccato formale, è sempre un grandissimo ostacolo per la fecondità della parola e dell’azione.»
290Mc. 14, 38
291 – Decreto di erezione, in Fideliter n° 53, p. 6.
292Fideliter n° 55, p. 3 – Facsimile del Decreto, p. 5.
293 – Sull’argomento si veda il Courrier de Rome, marzo 2016
294Ibid., pp. 5-6.
295 – Lettera del 6 maggio 1975, in Itinéraires n° 205 ter, p. 29.
296 - Itinéraires n° 205 ter, pp. 55-56; lettera di Mons. Lefebvre alla «Libre Belgique».
297 Ibid., p. 57.
298Ibid., p. 108.
299Ibid., p. 113.
300Ibid., p. 149.
301 - Itinéraires n° 207 bis, p. 109.
302Ibid., p. 117.
303 – Si veda in particolare la lettera di Paolo VI dell’11 ottobre 1976, che chiude tutte le porte (Itinéraires n° 207 bis, p. 121).
304 – Conferenza del 20 agosto 1976 (COSPEC 32 B).
305 - Itinéraires n° 233, pp. 4-5.
306Ibid., pp. 139-140. Si veda anche la lettera del 13 aprile 1978 al cardinale Seper, p. 116.
307 – Mons. Lefebvre ritiene anche di aver detto tutto, che i suoi interlocutori sanno ciò che lui pensa (si veda la conferenza del 21 giugno 1978, COSPEC 60 A). Sarà il suo turno di chiedere loro di quale Chiesa sono e se accettano le encicliche dei papi di prima del Concilio.
308Fideliter, n° 16, pp. 9-10.
309Quindici anni dopo il Vaticano II, conferenza ad Angers, 23 novembre 1980.
310Fideliter, n° 29, p. 45.
311Ibid., pp. 45-46.
312 – Siamo alla vigilia della promulgazione del nuovo Codice. Si veda Fideliter n° 35, pp. 51-53.
313Ibid., p. 59.
314Ibid., pp. 55-57.
315Fideliter n° 45, nelle pagine da 6 a 20, pubblica questa lettera in extenso, mettendo accanto i commenti e i testi di Mons. Lefebvre e di Padre Calmel, che chiariscono che si è in pieno dialogo tra sordi.
316Ibid., p. 17.
317Fideliter n° 36, pp. 3-12. Egli lo supplica di usare il suo potere pontificio per confermare i suoi fratelli nella fede.
318 - Fideliter n° 37, p. 15.
319 - Fideliter n° 42, p. 19.
320 – Vi è chiaramente un «rifuso» nel testo riportato da Fideliter: «che un sacerdote non celebri il nuovo rito per disprezzo del vecchio?», questo va contro il contesto e rende la frase incomprensibile. NDR.
321Fideliter n° 35, p. 60.
322 Fideliter n° 45, p. 23.
323Ibid., p. 26.
324 Ibid., p. 28.
325 - Ibid., pp. 30-32.
326Fideliter n° 46, pp. 2-3.
327Ibid., pp. 4-5. Lettera del cardinale Ratzinger del 29 maggio 1985.
328Fideliter n° 43, pp. 16-17. Il riconoscimento come Istituto di diritto pontificio regolava la situazione della FSSPX nei confronti di Roma; la prelatura personale regolava l’apostolato dei sacerdoti.
329 – Il totale arriva a 130.000 firme. Fideliter n° 45, pp. 21-22.
330Fideliter n° 48, pp. 2-3, maggio giugno 1985.
331Fideliter n° 48, pp- 16-17. Dichiarazione sul Sinodo del 1985.
332 – Testo in Fideliter n° 49, pp. 4-6.
333Ibid., pp. 2-3.
334Ibid., pp. 7-8. Presentazione di questi dubbi.
335Fideliter n° 50, p. 2. «E’ un accecamento volontario», commenta la rivista, «La piaga diventa del tutto inguaribile.»
336 - Fideliter n° 51, p. 4.
337 - Fideliter n° 54, p. 3.
http://www.unavox.it/Documenti/Doc0284_Lettera_Lefebvre_ai%20cardinali_27.10.1986.html
338Ibid., pp. 17-20.
339 Ibid., pp. 23-24.
340 - Fideliter n° 55, p. 7. Conferenza del settembre 1986.
341 - Fideliter n° 58, p. 8.
342 Ibid., pp. 2 e 6.
343Fideliter n° 60, p. 4. Visto il degradarsi apocalittico della situazione, era da due anni che Mons. Lefebvre aveva interrotto i suoi passi in vista di una soluzione canonica.
344Ibid., pp. 18-19.
345 Ibid., p. 9.
346 - Fideliter n° 62, p. 3.
347 - Fideliter n° 61, p. 4. Resoconto della visita in Fideliter n° 62, pp. 5-26.
348 - Fideliter n° 61, p. 7.
349 - Fideliter n° 62, p. 31.
350 Ibid., p. 2. Il 2 febbraio Monsignore Lefebvre conferma la notizia: «Sono deciso a consacrare almeno tre vescovi il 30 giugno, sperando di avere l’approvazione di Giovanni Paolo II, ma se non dovesse concedermela, trasgredirò per il bene della Chiesa, per la perpetuità della Tradizione.» (Mons. Tissier de Mallerais, Marcel Lefebvre, une vie, Clovis, Étampes, 2002, p. 581 [Mons. Marcel Lefebvre, una vita, Tabula Fati, Chieti, 2005, p. 624]).
351 – Lettera in Fideliter n° 63, pp. 3-5.
352Ibid., p. 1.
353 – Mons. Tissier de Mallerais, ibid., pp. 561-562 [in italiano pp. 603 e 604].
354 Le Sel de la terre n° 31, p. 194.
355 - Mons. Tissier de Mallerais, ibid., p. 577 [in italiano, p. 620].
356 - Ibid., pp. 580-581 [in italiano, p. 623].
357 - Ibid., p. 582 [in italiano p. 625].
358 - Ibid., p. 583 [in italiano p. 626].
359Le Sel de la terre n° 40, p. 160.
360 – Intervista del 19 gennaio 2002, in Le Sel de la terre n° 40, p. 166.
361 – Si veda ciò che abbiamo detto prima.
362 - Ibid., p. 584 [in italiano p. 627].
363 - Ibid., p. 585 [in italiano p. 628].
364 - Ibid., p. 589 [in italiano p. 632].
365 Le Sel de la terre n° 25, p. 153.
366 – Conferenza tenuta a Flavigny l’11 giugno 1988, diffusa da Ecône nel 2008 (CD) col titolo: «Perché ho rifiutato gli accordi con Roma».
367 - Mons. Tissier de Mallerais, ibid., p. 593 [in italiano, p. 636].
368 Fideliter n° 64, pp. 5-6.
http://www.unavox.it/Documenti/Doc0256_Omelia_Lefebvre_30.6.1988.html
369 - Fideliter n° 59, p. 70.
370 - Fideliter n° 79, p. 11.
371 Fideliter n° 66, pp.12-13
http://www.unavox.it/Documenti/Doc0625_Dichiarazione_Lefebvre_dicembre_1988.html
372 Fideliter n° 66, pp. 28.30.
http://www.unavox.it/Documenti/Doc0621_Conferenza_Mons-Lefebvre_9.9.1988.html
373 - Fideliter n° 68, p. 16.
374 – Qui si vede una ragione supplementare per la quale Mons. Lefebvre ha proseguito nei colloqui: i suoi giovani collaboratori spingevano in questo senso.
375 – «L’instaurazione di questa “Chiesa conciliare” imbevuta dei princípi del 1789, dei princípi massonici nei riguardi della religione e delle religioni, nei riguardi della società civile, è un’impostura ispirata dall’Inferno per la distruzione della religione cattolica, del suo magistero, del suo sacerdozio e del Sacrificio di Nostro Signore.» (Itinerario spirituale, Albano Laziale, ed. Ichthys, 2000, p. 26).
376 Fideliter, n° 70, pp. 2, 4, 5, 6, 12, 13, 16.
377 - Mons. Lefebvre, L’Église infiltrée par le modernisme, ed. Fideliter, Éguelshardt, 1993, pp. 70-71.
378 - Mons. Marcel Lefebvre, Itinerario spirituale, Albano Laziale, ed. Ichthys, 2000, pp. 10-11.
379Ibid., pp. 33-34.
380 - Mons. Lefebvre, L’Église infiltrée…, ibid. pp.137 e 139.
381De internis Ecclesia non judicat, dice l’adagio del Diritto Canonico.
382 – In questo senso si dice: «L’inferno è lastricato di buone intenzioni».
383 – Nota di Padre Pinckaers in “La revue des jeunes”, Les actes humains, Cerf, Parigi, 1962, p. 344. Si veda  S. Th. I II,  q.12, a.1. Si veda anche Padre Achille Desurmont, La charité sacerdotale, 1901, tomo I, pp 92 ss.
384In-tendere: tendere verso. Da cui il termine «intenzione».
385 Fideliter n° 68, pp. 7-8, marzo-aprile 1989. Conferenza del dicembre 1988.
386Ibid., p. 9.
387 – Ibid., p. 7.
388 – Così, il loro modernismo li acceca sia sulle rovine accumulate dal Vaticano II, in cui essi vedono un rinnovamento, sia sui frutti della Tradizione, che avrebbero dovuto aprire loro gli occhi. E’ necessario che cadano prima dai loro occhi le scaglie del modernismo.
389 - Ibid., p. 4.
390Fideliter n° 70, p. 17.
391Le Sel de la terre n° 28, p. 167.
392 – Così, le buone intenzioni dei riconciliati si scontrano con le intenzioni dei conciliari; è la storia del vaso di ferro e del vaso di coccio; è quest’ultimo a farne le spese. Le autorità romane hanno tutti i mezzi per imporre il loro scopo.
393Fideliter n° 69, p. 5.
394Fideliter n° 86, pp. 3-4.
395 - Fideliter n° 71, p. 41.
396 – Lettera di Mons. Lefebvre a Papa Giovanni Paolo II, 2 giugno 1988.
http://www.unavox.it/Documenti/Doc0396_Lettera_Mons-
Lefebvre_a_Giovanni_Paolo_II_2.6.1988.html
397 – Dichiarazione del Capitolo, in Nouvelles de Chrétienté n° 100, p. 6.
http://www.unavox.it/Documenti/doc0143FSSPX.htm
398 – Si veda: Don Gaudron, Catéchisme catholique de la crise dans l’Église, 3° ed., ed. du Sel, Avrillé 2009, p. 290 [ed. italiana: Catechismo delle crisi della Chiesa, ed. Ichthys, 2015, Albano Laziale].
399 Fideliter n° 79, p. 5.
400Ibid., p. 6.
401 – Padre Francesco Dufay, En Chine, l’étoile contre la croix, Castermann, Parigi, 1954. Per l’applicazione ai modernisti, usiamo il n° 135 del Combat de la foi catholique, 7 ottobre 2001.
402 – Tutto questo è stato spiegato molto chiaramente da Benedetto XVI nella sua lettera del 10 marzo 2009. La priorità odierna – dice – è lottare contro l’estinzione della «fede». Per questo occorre unire i cattolici tra loro (conciliari e tradizionalisti), poi i cristiani (ecumenismo) e infine i credenti (dialogo interreligioso). Queste tre fasi rientrano nella stessa dinamica. Non bisogna entrare nel giuoco, le cui regole sono state poste dai rivoluzionari.
403 – Nella stessa lettera del 10 marzo 2009, Benedetto XVI riconosce che nel passato, i favori fatti a dei gruppi tradizionalisti hanno cambiato il loro clima interno, ed essi hanno cessato di avere dei comportamenti «unilaterali»: in altre parole, si sono rammolliti e hanno fatto delle concessioni.
404Fideliter n° 79, p. 9.
405Le Sel de la terre n° 88, «Chute et dérive du Barroux», del Padre Bruno. Tutto l’articolo è la perfetta illustrazione del fenomeno di cui ci occupiamo.
406 - Fideliter n° 65, pp. 18-19.
407 - Fideliter n° 67, p. 17.
408 - Fideliter n° 70, p. 16.
409 - Le Sel de la terre n° 32, p. 178.
410Mt. 15, 14.
411Ebrei 13, 12-13, Fideliter n° 65, p. 20. Don Schmidberger.




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gennaio 2018

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