Di fronte alle proposte romane

Possiamo accettare oggi un riconoscimento canonico
da parte della Roma neomodernista?

Studio dottrinale

  Sesta parte


Pubblichiamo lo studio dottrinale approntato dai Cappuccini di Morgon, Francia, sulla controversa questione del riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X da parte di Roma.
Il documento è molto articolato e presenta una disamina delle questioni che da qualche anno sono sul tappeto, che hanno prodotto una vera spaccatura all'interno della Fraternità, fino a comportare la fuoruscita o l'allontanamento di diversi sacerdoti. In questo contesto, i Cappuccini di Morgon non condividono il possibile riconoscimento canonico, perseguito da alcuni anni dalla dirigenza della Fraternità, e in questo documento cercano mi mettere in chiaro la loro posizione.

Presentiamo il documento in una nostra traduzione, suddivisa per comodità in più parti, mentre rimandiamo al testo originale diffuso anche in formato pdf.






Prefazione

Nella tormenta e nella confusione attuali noi dobbiamo rimanere fedeli agli autentici principii cattolici e restare radicati in essi. E affinché questi siano realmente la luce che illumina e guida i nostri passi, noi dobbiamo trarre da essi le conseguenze pratiche ed applicarle rigorosamente nella nostra vita di tutti i giorni e nei nostri comportamenti quotidiani.

La coerenza e la non-contraddizione sono la conseguenza logica dell’adesione piena ed intera alla verità.

Come diceva il cardinale Pie, la carità, che è il vincolo della perfezione, dev’essere dettata e regolata dalla verità, ed è in questo spirito di carità che abbiamo voluto scrivere queste pagine.

Soprattutto, questo lavoro è stato realizzato sotto lo sguardo di Dio, perché è a Lui che dovremo rendere conto di tutta la nostra condotta; ma l’abbiamo redatto anche per far conoscere lealmente il fondo del nostro pensiero sulla questione delle proposte romane.

Infatti, nel condividere da molti anni la stessa battaglia con le altre comunità della Tradizione, noi abbiamo avuto a cuore di far conoscere a coloro che ci sono più vicini il modo in cui noi percepiamo la situazione attuale.

In ogni caso, noi speriamo che questo lavoro venga recepito in questo spirito di pace e di comprensione.

Si degni la Madonna, Vergine fedele e Regina della Pace, di mantenere tra noi i legami soprannaturali che ci uniscono, nella verità e nella carità, al suo divino Figlio, Gesù Cristo nostro Re.

Frate Antonio de Fleurance
Guardiano del Convento San Francesco



Articolo Secondo: un riconoscimento canonico, non ci aprirebbe un immenso campo di apostolato?

Nell’articolo precedente abbiamo visto che il riconoscimento canonico delle opere della Tradizione passerebbe ineluttabilmente per un nostro riconoscimento implicito del falso principio del pluralismo. Ma quest’ultimo punto non esaurisce la complessità della questione.
Oltre al problema del pluralismo vi è quello dei contatti che si stabilirebbero tra il mondo conciliare e noi. E da qui nasce una prima domanda: questi contatti non sarebbero un’occasione di contaminazione per i nostri ambienti?
O, al contrario, non si tratterebbe di un’apertura di un campo immenso di apostolato?
E’ questo l’argomento di cui ci occuperemo adesso.


I - Ragioni a favore di una risposta positiva


Sembra che si aprirebbe davanti a noi un campo immenso di apostolato.

PRIMA RAGIONE

In effetti, i simpatizzanti (sacerdoti, vescovi ed anche cardinali) ci darebbero delle chiese e forse affiderebbero perfino un seminario alle nostre cure. Così noi potremmo partecipare, secondo la nostra vocazione, all’elaborazione di una generazione di sacerdoti pieni di fede e di zelo apostolico. Mentre attualmente, vista la nostra situazione, la barriera canonica rende loro impossibile queste iniziative.

SECONDA RAGIONE

Mons. Lefebvre ha sempre avuto in vista la conversione del Papa e della gerarchia della Chiesa. Ora, per farlo efficacemente, noi dobbiamo avere un posto riconosciuto nella Chiesa: è solo da questa posizione che noi possiamo convertire le attuali autorità.

TERZA RAGIONE

Certo, il pericolo di contaminazione è grande, ma noi possiamo e dobbiamo evitarlo, con la grazia di Dio. Ricordiamoci della parabola del grano e del loglio.


II - Opinioni in senso contrario

Tuttavia, il 9 settembre 1988, Mons. Lefebvre diceva:
«Se noi ci allontaniamo da questa gente, è esattamente quello che facciamo con le persone che hanno l’AIDS. Non vogliamo essere contagiati. Ora, essi hanno l’AIDS spirituale, delle malattie contagiose. Se si vuole conservare la salute, non bisogna frequentarli.». (158).

L’11 giugno 1988, a Flavigny, rivolgendosi ai seminaristi:
«Soprattutto, se si arrivasse ad un accomodamento [con Roma], noi saremmo invasi da un mucchio di gente: “adesso che voi avete la Tradizione e siete riconosciuti da Roma, verremo con voi”. Vi è un sacco di gente che vuole conservare lo spirito moderno e liberale, ma che verrebbe da noi perché farebbe loro piacere assistere di tanto in tanto ad una cerimonia tradizionale, avere dei contatti con dei tradizionalisti. E questo sarebbe molto pericoloso per i nostri ambienti. Se saremo invasi da gente così, cosa diventerà la Tradizione? A poco a poco si avrà una sorta di osmosi, una specie di consenso. “Oh, dopo tutto la nuova Messa non è poi così male, non bisogna esagerare!” Pian piano, dolcemente, si finirà col non vedere la distinzione tra il liberalismo e la Tradizione. Questo è molto pericoloso» (159).

In una lettera del 29 gennaio 1989, Mons. Lefebvre ha voluto dare qualche chiarimento su questa conferenza di Flavigny:
«Il mio desiderio era di far conoscere ai seminaristi le mie preoccupazioni riguardo alle influenze pericolose per la battaglia che noi conduciamo a favore della fede cattolica. La battaglia richiede una vigilanza continua per proteggerci contro gli errori modernisti e conciliari. […] Io intendevo mettere in guardia i seminaristi contro quelle influenze che rischierebbero di dividere i tradizionalisti» (160).

Infine, in una lettera al Papa, egli scriveva:
«Solo un ambiente interamente privo degli errori moderni e dei costumi moderni può permettere il rinnovamento della Chiesa. Questo ambiente è quello che hanno visitato il cardinale Gagnon e Mons. Perl, ambiente formato da famiglie profondamente cristiane, con numerosi figli, e da dove provengono numerose ed eccellenti vocazioni» (161).


III - Risposta di fondo

Il problema sollevato da tutte le ragioni che precedono è quello dei contatti con coloro che non hanno la nostra fede, e dei possibili pericoli per quest’ultima.
In che misura questi contatti sono permessi? San Tommaso ne ha trattato ex professio nella Summa theologie. Lasciamo a lui la parola.

1) I princípi dati da San Tommaso d’Aquino

Nella questione 10 (162), dedicata alla «infedeltà in generale», egli si chiede se si possono avere dei rapporti con gli infedeli (articolo 9). Come dice Padre Bernard, OP, commentando questo trattato nella Revue des jeunes, i dettagli concreti evocati da San Tommaso si riferiscono ad una società che da allora è cambiata, poiché non vi è più la cristianità, «Nondimeno – precisa – i princípi a cui si ispira questo antico diritto divenuto obsoleto, non sono cambiati» (163).

Il Padre Bernard dà delle precisazioni:
«Quanto agli affari [che sono occasione di contatto con gli infedeli], entrano in giuoco delle differenze molto sensibili a seconda della natura delle relazioni che questi affari esigono e del pericolo più o meno grande che tali relazioni comportano per la fede: se le relazioni sono semplicemente di lavoro, di mestiere, di traffico o di incontro, esse sono le più ammissibili, le meno pericolose; ma se sono dei rapporti di collaborazione sociale, come per esempio delle unioni corporative o sindacali, esse sono più delicate e più pericolose (164); a maggior ragione, i rapporti di collaborazione o di frequentazione dottrinale o letteraria, con dei libri, con dei circoli di studio o accademici e soprattutto con le scuole, devono essere oggetto delle più sagge misure di precauzione; infine, al massimo grado si può dire, la Chiesa mette i suoi fedeli in guardia contro i pericoli che la fede correrebbe quasi fatalmente nei rapporti domestici, fra marito e moglie […] Quanto agli affari, ancora, bisogna tenere conto, beninteso, per il pericolo per la fede, della familiarità più o meno stretta che essi suppongono, delle circostanze d’urgenza o della necessità per vivere, ed anche della loro affinità con la religione» (165).

Se noi applichiamo tutto questo al dominio religioso, vediamo che l’apostolato, per qualcuno che è sufficientemente formato, giustifica i contatti con gli infedeli. Ma anche un fedele formato dev’essere prudente e rimanere in guardia di fronte ad un ambiente infedele.

Da notare che qui San Tommaso tratta dell’infedeltà in generale: egli parla di coloro che seguono delle false religioni, in quanto queste sono un pericolo per la nostra fede; egli non considera la questione canonica (il fatto che si tratti di scomunicati o di cose del genere). Di conseguenza, anche se i modernisti non possono essere canonicamente assimilati agli infedeli, di fatto essi professano una dottrina che è un pericolo per la nostra fede, e un pericolo ancora più insidioso perché conserva una vernice cattolica.
Ne consegue che tutto quello che abbiamo appena detto per i contatti con gli infedeli si applica in maniera generale ai modernisti in relazione al pericolo per la nostra fede.
Questo appunto vale per i prossimi articoli (a. 10 e q. 12, a. 2), ma ci ritorneremo.

2) Applicazione alla nostra situazione

Una soluzione canonica va necessariamente a mettere i fedeli della Tradizione in contatto col mondo conciliare. E’ quello che affermava Mons. Lefebvre alla vigilia delle consacrazioni, nel maggio 1988. Egli aveva inviato alle comunità amiche una esposizione della situazione in vista della riunione del 30 maggio a Pointet  (si veda l’allegato):
«Bisogna prendere coscienza che, dopo la messa in pratica dell’accordo, si presenterà una nuova situazione. […] Vediamone gli inconvenienti:
[…]
Relazioni con i vescovi, il clero e i fedeli conciliari. Malgrado l’esenzione molto estesa, sparite le barriere canoniche vi saranno necessariamente dei rapporti di cortesia e forse delle offerte di cooperazione: per le unioni didattiche – unioni dei superiori – riunioni sacerdotali – cerimonie regionali, ecc. Tutto questo mondo ha uno spirito conciliare-ecumenico-carismatico. […] Fino ad oggi noi siamo stati protetti naturalmente, la rottura col mondo conciliare assicurava automaticamente la selezione. Da allora in poi bisognerà stare attenti continuamente, premunirsi di continuo nei confronti degli ambienti romani, degli ambienti diocesani» [Ma a Roma] «essi stimano inconcepibile che li si tratti come un contesto contaminato, dopo tutto quello che hanno accordato.
«Per noi si pone dunque un problema morale:
«Bisogna assumere i rischi dei contatti con questi ambienti modernisti, con la speranza di convertire alcune anime e con la speranza di premunirsi, con la grazia di Dio e la virtù della prudenza, così da rimanere legalmente uniti a Roma per la lettera, poiché noi lo siamo per la realtà e lo spirito?
«Bisogna innanzi tutto preservare la famiglia tradizionale per mantenere la sua coesione e il suo vigore nella fede e nella grazia, considerando che il legame puramente formale con la Roma modernista non può essere messo sul piatto della bilancia con la protezione di questa famiglia, che rappresenta ciò che resta della vera Chiesa cattolica?»

E’ dunque chiaro che vi saranno dei contatti e delle offerte di cooperazione. Non si tratta di cooperazione in vista della fabbricazione di oggetti (e di altre opere relative a dei mestieri), né di cooperazione sociale, ma di cooperazione nell’ordine dottrinale e pastorale. Per esempio: immaginiamo un Priore che invita un sacerdote della Fraternità San Pietro a predicare la Quaresima nella sua cappella. Il Superiore dovrà sanzionare questo Priore? Se sì, e se il Priore facesse ricorso a Roma, quest’ultima darebbe ragione al Superiore? Questo significherebbe ammettere che il predicatore viene da un ambiente contaminato e dunque che l’ambiente conciliare è contaminato (166). Al contrario – che è la cosa più probabile – se il Priore non è sanzionato, la cosa farebbe giurisprudenza e questi incidenti si moltiplicherebbero, e la deriva dottrinale sarebbe incontrollabile.
Senza contare che tanti sacerdoti non sarebbero d’accordo con questa linea di condotta e questo non farebbe altro che aumentare il disordine e la divisione (poiché l’errore è fonte di divisione).

Ammettiamo dunque che dei preti diocesani conservatori o dell’Ecclesia Dei frequentino regolarmente i nostri ambienti, che dei «fedeli» di altre tendenze vengano nelle nostre cappelle (essendo cadute le barriere canoniche), a questo si applicherà quello che dice San Tommaso: quelli che sono ben formati resisteranno più o meno alla deriva, gli altri (e cioè la maggior parte, non bisogna farsi illusioni) si lasceranno contaminare.
Ci si può assumere questo rischio? Possiamo chiamare «rischio» ciò che è quasi una certezza?

D’altronde, l’esperienza delle comunità Ecclesia Dei ha dato l’illusione che si possa conservare la propria tenuta pur essendo ufficialmente riconosciuti: queste comunità hanno conservato la Messa di sempre; quindi, se si guarda oltre la liturgia ci si può lasciare sedurre. In effetti, da trent’anni, noi constatiamo un miscuglio di nostri fedeli con i riconciliati, sia che siano questi ad andare alla Messa di quelli, sia che essi inviino i figli nelle loro scuole o nei loro campi di vacanza, sia infine tramite dei «matrimoni misti».
Si assiste allora all’indebolimento dei princípi: nel vedere una certa pietà nei riconciliati, delle opere buone, ecc., ci si rimette in causa dicendo: «Non è esagerato dire che essi sono passati al nemico? Essi fanno ugualmente del buon lavoro!».
Certo, ma questo non basta: a che ci serve se non ad abbandonare la battaglia per la fede? (167)
Ora, se una tale osmosi si produce già adesso, che accadrà se cadranno le barriere canoniche in seguito ad un riconoscimento da parte di Roma?



IV - Risposte alle obiezioni

ALLA PRIMA: I SIMPATIZZANTI CI DARANNO DELLE CHIESE, PERFINO UN SEMINARIO

«Essi ci daranno delle chiese»: sì, questo è molto probabile (168). Ma quali fedeli ci verranno? I conservatori di tutte le tendenze; ai predicatori occorrerà una grande forza d’animo per predicare la verità integra.

Tuttavia, la difficoltà più seria verrà dai vescovi che ci avranno affidato queste chiese: potranno tollerare che vi si denuncino gli errori conciliari? E se lo tollerassero, la cosa arriverebbe fino a Roma; e la Santa Sede a chi darebbe ragione?
Citiamo la testimonianza di Don de Cacqueray del 2001, allora di servizio a Tolosa:
«Quando mi trovavo nel mio posto precedente a Montréal-de-l’Aude e a Tolosa, nel 2001, accadde l’esplosione della fabbrica AZF, che provocò molti morti; la cappella che noi possediamo a Tolosa si trovava a poche centinaia di metri dalla fabbrica e per la forza dell’esplosione, il tetto della cappella si sollevò e la nostra cappella si è trovata fuori uso per nove mesi; dopo le peripezie affrontate, bisognava trovare un luogo dove poter celebrare la Messa. Con un piacere di cui non dirò, il vescovo di Tolosa ha finito col mettere a nostra disposizione una cappella nella sua casa diocesana, la cappella di San Pietro e San Paolo. Io e i miei confratelli abbiamo celebrato la Messa in questa cappella per nove mesi. Io confesso che durante questo periodo mi si è presentato terribilmente questo dilemma: o manteniamo questa cappella o diventeremo dei senza tetto per le strade di Tolosa… Quindi ho fatto attenzione a ciò che dicevo nella cappella diocesana; se in quel periodo ci fosse stata una nuova Assisi, per precauzione avrei misurato le mie parole, per evitare di essere messi alla porta della chiesa. […]
Ho provato questo e non ho difficoltà ad immaginarmi le conseguenze di una situazione simile su tutta la terra e per tutto il tempo. Mi sono detto: dopo nove mesi potrò dire tutto quello che dovevo dire. Ma immaginiamoci questo nel mondo intero: i sacerdoti sarebbero obbligati a misurare ogni parola che pronunciano: molte verità non potrebbero più essere trasmesse, verrebbero sia nascoste, sia dissimulate con discorsi molto indeboliti. A mio avviso, è così che si spiegano le deviazioni e le deformazioni che abbiamo visto prodursi.
«Fondamentalmente, a questa idea di rientrare infine nel “perimetro visibile” della Chiesa, io rispondo con l’argomento della libertà: libertà di esprimere la verità completamente e nella sua integralità, tanto più che praticamente noi siamo gli ultimi a poterla esprimere. Se noi, Fraternità San Pio X, smettiamo di dire queste verità, chi le dirà ancora? Chi potrebbe dirle ai vescovi e, quando è possibile, allo stesso Papa? Io temo fortemente che, in tali condizioni, il tesoro che è stato affidato dalla Provvidenza alla Tradizione sarà un tesoro che non verrà più comunicato al Papa, alle autorità della Chiesa e infine ai fedeli. L’argomento centrale col quale io rispondo è quello della libertà che bisogna conservare per esprimere tutta la verità cattolica.» (169).

Altrettanto si può dire dei seminari che ci potrebbero essere affidati.

Infine, concludiamo dicendo che il miraggio del successo apostolico missionario non data da ieri. Ecco come rispondeva Don Schmidberger a Dom Gérard: «Se pensano che la loro cosiddetta “sospensione” nuoccia alla loro diffusione apostolica, si sbagliano: la Croce è più feconda della facilità» (170).


ALLA SECONDA: E’ SOLO UNA VOLTA RICONOSCIUTI CHE POTREMO CONVERTIRE LA GERARCHIA

La luce tanto più illumina per quanto più è viva. Solo l’integrità dottrinale è capace di dissipare le tenebre dell’errore; integrità che presuppone la lotta a quest’ultimo.
Quindi la priorità è conservare in noi la fede.

Ma inoltre, l’integrità dottrinale dei fedeli giova agli infedeli. E’ questo che insegnava Mons. de Castro Mayer. Segnalando i pericoli delle mezze eresie («l’eresia progredisce mascherata. […] Il demonio infonde uno spirito di confusione»), egli esortava i suoi sacerdoti a formare con cura i fedeli.
«A molti potrà sembrare […] che voi perdiate il vostro tempo, poiché per loro sarà difficile comprendere perché vi sforziate a perfezionare la fede che bene o male già possiedono, mentre sarebbe meglio cercare di convertire quelli che si trovano fuori dalla Chiesa e che si aspettano il vostro apostolato. […] Dimostrate loro che si sbagliano. […] Innanzi tutto, col vostro esempio e con le vostre parole voi potete provare che questi due comportamenti non sono incompatibili. […] In più, l’integrità della fede produce tra i cattolici tanti frutti di virtù e spande così vivamente nella Chiesa il buon odore di Gesù Cristo, che attrae efficacemente a sé gli infedeli, di modo che il bene fatto ai figli della Chiesa gioverà necessariamente a quelli che si trovano fuori dalla porta.» (171).


ALLA TERZA: VI È NECESSARIAMENTE MISCUGLIO TRA BUON GRANO E LOGLIO

Il senso di questa parabola è che il capo deve talvolta tollerare certi soggetti contaminati, per timore di fare più danno estirpando la zizzania. Ma l’inseminazione della zizzania rimane un male, ed è un dovere stretto dei capi vegliare che essa non si produca (abbiamo appena visto cosa detto da Mons. de Castro Mayer).
Ora, una soluzione canonica renderebbe inevitabile la diffusione dell’errore nei nostri ranghi, come abbiamo visto prima.

Peraltro, contare sulla grazia per sfuggire alla contaminazione, mentre intanto ci si mette nell’occasione, significa tentare Dio. «Tenta Dio – dice San Tommaso – chi potendo farsi indietro si espone senza motivo al pericolo, come per vedere se Dio potrà liberarlo.» (172).
Ora, qual è la necessità così impellente di esporsi al pericolo di contaminazione, che l’obiettante peraltro stima essere grave?

Ma non ci sarebbe il mezzo per sopprimere tutte queste influenze, grazie ad uno statuto che ci protegga?
E’ questa la questione che esamineremo adesso.


Articolo terzo: Non potremmo ottenere uno statuto che ci protegga?



I – Ragioni a favore di una risposta positiva


Sembra di sì, potremmo ottenere uno statuto che ci protegga.

PRIMA RAGIONE

In effetti, ci si propone una prelatura personale; e il progetto offerto al nostro esame contiene delle garanzie supplementari che non figurano nel Codice del 1983 e che ci mettono completamente al riparo dall’influenza dei vescovi diocesani. In breve, si tratta di un’esenzione quasi totale. E questa struttura non è stata proposta ad alcuna delle altre comunità riconciliate con Roma; di conseguenza, ci si può appoggiare sulla loro esperienza per valutare il nostro caso.

SECONDA RAGIONE

Certo, questa struttura non potremmo accettarla al momento, poiché certe condizioni poste dalle autorità romane rimangono ancora inaccettabili. Ma a poco a poco loro tolgono queste condizioni, per giungere all’unione: hanno cessato di esigere da noi la professione di fede e il giuramento del 1989, l’accettazione della legittimità della nuova Messa, il riconoscimento della libertà religiosa e dell’ecumenismo. Questi punti di dottrina sono presentati come delle questioni aperte. E a questo momento non ci è stato più chiesto di riconoscere il Vaticano II in qualsivoglia maniera. Ci si dà anche il diritto di difendere pubblicamente le nostre posizioni; così, il momento di una normalizzazione delle nostre opere è arrivato.

TERZA RAGIONE

Inoltre, noi poniamo come condizione sine qua non di essere accettati così come siamo. Era ciò che chiedeva già a suo tempo Mons. Lefebvre alle autorità romane. E infine, perché non ci sia alcuna ambiguità su questo, noi precisiamo ai nostri interlocutori che questo vuol dire che: noi riteniamo che certi nuovi riti dei sacramenti (cresima e ordine) siano dubbi e se necessario li rigettiamo. Ci si dovrà accettare così. Tale condizione implica tutte le altre e questo è sufficiente.

QUARTA RAGIONE

A quel punto noi continueremo a denunciare tutti gli errori, dopo come prima della normalizzazione. Niente cambierà.

QUINTA RAGIONE

Ma lo statuto è sufficiente? Certo che no! Occorre anche che sia rispettato. Ora, giustamente, non solo il Papa ha della simpatia per noi, ma egli prende la nostra difesa contro quelli che vorrebbero condannarci. E’ una realtà innegabile. Anche se non è d’accordo con noi su tutti i punti, egli nondimeno apprezza il nostro lavoro.

SESTA RAGIONE

Per tutto quanto precede, si vede quanto le circostanze di un eventuale riconoscimento ci siano favorevoli e non abbiano niente a che vedere con quelle che erano presenti alla fondazione delle altre comunità tradizionali riconosciute da Roma. Ma inoltre vi è una circostanza cruciale: queste comunità erano loro che chiedevano il riconoscimento, mentre per noi è Roma che fa pressione. In altre parole: si tratta di un segno della Provvidenza, che noi non abbiamo mai cercato; di conseguenza, noi avremmo le grazie di stato per far fronte a questa nuova situazione. D’altronde, la Fraternità e le comunità amiche non sono consacrate alla Madonna? La Santa Vergine ci guiderà.

SETTIMA RAGIONE

Inoltre, non è giusto dire che le comunità legate a Roma abbiano abbandonato la battaglia. Per esempio, la Fraternità San Pietro, almeno all’interno, è rimasta fedele alla Messa tradizionale, con poche concessioni. Questa è la prova con i fatti che ci si possa proteggere efficacemente.

OTTAVA RAGIONE

Se noi cerchiamo un riconoscimento canonico, non è per essere uniti alla persona, ma alla funzione del Papa. Certo, la persona può propugnare degli errori - che noi continueremo a rigettare - ma la funzione che essa esercita è sacra.

II – Opinioni in senso contrario

Nel 1984, a coloro che volevano approfittare dell’indulto per essere reintegrati nella Chiesa ufficiale – per «cambiare le cose dall’interno», secondo la loro espressione – Mons. Lefebvre rispondeva:
«E’ un ragionamento assolutamente sbagliato. Non si rientra in un quadro, sotto dei superiori, mentre questi hanno tutto in mano per giugularci. “una volta riconosciuti – dite – potremo agire all’interno della Chiesa”. E’ un profondo errore e un disconoscimento totale dello spirito di coloro che compongono la gerarchia attuale. […] Noi non possiamo porci sotto un’autorità le cui idee sono liberali e che ci condannerebbe a poco a poco, per forza di cose, ad accettare le loro idee e le loro conseguenze, innanzi tutto la nuova Messa.» (173).

O ancora: «Che significa mettersi all’interno della Chiesa? E prima di tutto, di quale Chiesa parliamo? Se si tratta della Chiesa conciliare (174), noi che abbiamo lottato per vent’anni perché vogliamo la Chiesa, dovremmo rientrare in questa Chiesa conciliare per, come si dice, renderla cattolica. E’ un’illusione totale. Non sono i soggetti che fanno i superiori, ma i superiori che fanno i soggetti.» (175).

III – Risposta di fondo

Le ragioni che precedono fanno emergere due tipi di protezioni che impedirebbero che noi si sia contaminati dagli ambienti conciliari. La prima è l’esenzione (176) dalla giurisdizione dei vescovi; con questa noi saremmo puramente e semplicemente sottratti alla loro influenza diretta. La seconda è molto diversa: la persona – fisica o morale – resta sotto l’influenza del capo (in questo caso il Santo Padre), ma la protezione consisterebbe nell’ottenere da lui l’impegno che non esigerà da noi degli atti che metterebbero in pericolo la nostra fede.

Il primo tipo di protezione – l’esenzione dai vescovi – diminuisce il pericolo, ma non lo elimina: per due motivi.
Il primo è che l’esenzione, supposta che sia totale, ci proteggerebbe efficacemente dai vescovi ostili alla Tradizione; ma nel caso ci fosse qualche vescovo benevolente che offrisse ai nostri sacerdoti di collaborare con lui in certe opere, si tornerebbe facilmente alla sfiducia. Se noi accettassimo queste proposte, ricadremmo nel caso trattato nell’articolo precedente.
Il secondo motivo è che, in ultima analisi, noi rimarremmo sottomessi ad un papa modernista. Di conseguenza, l’esatta questione da risolvere è la seguente: Ci si può proteggere efficacemente da un papa neo-modernista? Per rispondere sarà utile esaminare il ruolo dell’autorità in seno a tutta la società e la disposizione a seguire l’autorità che si constata nella natura umana.

1) Il ruolo dell’autorità in una società

In ogni società, il capo, detentore dell’autorità, ha il ruolo di causa efficiente di questa società. E’ lui che spinge e stimola i suoi soggetti nel perseguimento del bene comune. Senza autorità, ognuno è istintivamente portato a soddisfare i suoi interessi personali, che gli fanno dimenticare – senza che ci sia necessariamente cattiva volontà – le esigenze del bene comune (177).

Una società perfetta – com’è il caso della Chiesa – ha in sé tutti i mezzi per conseguire il suo fine; il suo capo ha tutti i mezzi necessari per condurvi i suoi soggetti. Trattandosi della Chiesa, questi mezzi sono eccellenti di per sé; ma se il capo – in questo caso il Papa – non conduce più al bene comune (178) della Chiesa, e cioè al regno di Nostro Signore nelle anime e nelle istituzioni, e più ancora, se ne distoglie le anime, noi abbiamo il dovere di proteggerci da lui e di continuare a lavorare a questo bene comune, malgrado il Papa. E’ in questo senso che Mons. Lefebvre diceva: «Da parte nostra, noi diciamo che non si può essere sottomessi all’autorità ecclesiastica e conservare la Tradizione. Loro [i riconciliati] affermano il contrario. Questo significa ingannare i fedeli.» (179).

2) Una disposizione della natura umana

Non solo la retta ragione ci dimostra che l’autorità è necessaria perché la società persegua il bene comune, ma il Buon Dio ha messo in noi una disposizione a seguire l’autorità. Anche questa disposizione può essere obnubilata dal peccato (è ciò che spesso ci fa disobbedire!), ma essa necessariamente rimane sempre.

Nel suo libro Machiavelli pedagogo, Pascal Bernardin riporta delle esperienze che mettono in evidenza «il ruolo dell’autorità nel comportamento umano. [Il professore Milgram] ha ripetuto le sue esperienze su 300.000 persone; esse sono state replicate in numerosi paesi. I risultati sono indiscutibili» (180). Questo dimostra il loro carattere universale; si tratta di una legge che attiene alla natura umana. Nel corso di queste esperienze, in un liceo, l’autorità (181) chiede ad un professore di colpire con una scarica elettrica gli allievi che danno una risposta sbagliata (182); cosa che egli fa a malincuore, contro la sua coscienza. Seguendo le direttive, tra il 60% e 85% dei professori arrivano fino alla fine dell’esperimento. Più ancora: nessun professore prova a denunciare lo sperimentatore (dunque l’autorità).

L’autore richiama in seguito il conformismo. Poi dimostra come si arriva a cambiare le idee di un uomo facendogli compiere degli atti contrari alle sue convinzioni: questi atti provocano una contraddizione interiore (detta «dissonanza cognitiva»). Un uomo in questa situazione cercherà di «riorganizzare la sua psiche per ridurre la dissonanza […] In altri termini, se un individuo è stato impegnato in un certo tipo di comportamento, avrà tendenza a razionalizzarlo.» (183).

Tutto quanto precede è constatato da delle persone che non hanno necessariamente la fede, ma che prendono atto dei fenomeni relativi alla natura delle cose.

3) Ci si può proteggere dal Papa?

Certo, da dopo il Concilio, il Papa distoglie le anime dal bene comune della Chiesa, ma non c’è un mezzo per impedire questa cattiva influenza su di noi, ponendo delle condizioni ad ogni riconoscimento canonico: che non si esiga da noi il riconoscimento del Vaticano II, la celebrazione della nuova Messa, ecc.?

In teoria, la cosa è possibile; d’altronde Mons. Lefebvre ci ha provato. Ma nella pratica è quasi impossibile. E questo si comprende assai facilmente. In effetti, ancora una volta, in una società tutto è polarizzato verso il bene comune. Ora, il «bene» verso il quale i papi conciliari dirigono le anime e le istituzioni è, non solo un falso bene (si veda il precedente articolo 1), ma un bene diametralmente opposto al vero fine della Chiesa: essi si oppongono al regno di Nostro Signore, mentre noi siamo tutti tesi verso questo regno. Come potrebbero ammettere, costoro, una comunità che andrebbe contro il loro «bene comune»? Sarebbe contraddittorio.
Necessariamente, gli scopi divergono. Mons. Lefebvre faceva questa constatazione: «Ma rapidamente ci siamo accorti di avere a che fare con persone che non sono oneste. […] Noi volevamo il riconoscimento, Roma voleva la riconciliazione e che noi riconoscessimo i nostri errori» (184).

4) Allora, abbiamo il diritto di porci sotto l’autorità di un papa neo-modernista?

a) La nostra situazione

Per valutare la portata di questa situazione, ricordiamo brevemente la situazione in cui ci troviamo. Tra il 1970 e il 1975, Mons. Lefebvre ha diretto la sua opera senza essere disturbato in modo particolare dalle autorità romane. Addirittura, nel 1971, la Santa Sede è intervenuta in suo favore con un decreto di lode. A poco a poco, egli ha dovuto prendere delle misure più ferme per proteggersi dalle influenze moderniste:  dapprima interrompendo la frequentazione dell’Università di Friburgo, poi proibendo formalmente l’assistenza alla nuova Messa (1974).
Su questo, giunsero alla Santa Sede – in particolare dall’episcopato francese – delle lamentele contro di lui, cosa che portò alla soppressione della Fraternità nel 1975. Da allora, il nostro apostolato si è svolto al di fuori di ogni effettiva influenza delle autorità ecclesiastiche.
Da qui la domanda: possiamo rimetterci sotto queste autorità, e cioè accettare l’esercizio della loro autorità su di noi, sapendo che tale esercizio è abitualmente volto verso un fine opposto al regno di Nostro Signore?

b) I princípi dati da San Tommaso

Lasciamo ancora la parola a San Tommaso (185). «Gli infedeli possono avere un’autorità o perfino una sovranità sui fedeli?» Il dottore angelico passa dal dominio sociale (articolo 9: contatti con gli infedeli) a quello politico: «Questione di subordinazione, dice il Padre Bernardo, e non più solo di comunicazione». L’autore precitato esplicita il contesto di questa questione: l’ordine feudale. Certo, la soggezione dei servi nei confronti dei signori non era assoluta, ma è sempre questa autorità che «conferiva a colui che ne era rivestito un prestigio religioso, una investitura che talvolta era una vera consacrazione. Bisogna tenere presente tutto questo per comprendere qui la gravità della questione posta» (186).

Il caso che ci interessa non è simile a quello descritto dal Padre Bernard? «Chi ascolta voi, ascolta me» (187), dice Nostro Signore ai suoi Apostoli. Il Papa è Vicario di Cristo. La consacrazione dei vescovi, l’intronizzazione dei papi conferiscono a costoro un prestigio più che umano: sacro (188). D’altronde, nei contatti di Mons. Lefebvre con le autorità romane, queste ultime non hanno mancato di ricordarlo quando esigevano da lui la sottomissione.

«Allorché il signore ha un tale potere sui suoi soggetti – prosegue Padre Bernard - i fedeli possono avere a capo un infedele? Non vi è in questo uno scandalo per gli infedeli e un pericolo per i fedeli? Tale è la domanda.» (189).

Per rispondere, San Tommaso fa una distinzione. Si possono considerare due casi differenti: come primo caso si può trattare di istituire ex novo una sovranità o un’autorità degli infedeli sui fedeli. «Questo, dice il teologo, non dev’essere permesso in alcun modo, perché sarebbe uno scandalo e costituirebbe un pericolo per la fede. Infatti, coloro che sono sottomessi alla giurisdizione di altri, possono facilmente essere mutati da coloro che stanno al di sopra di loro e di cui devono eseguire gli ordini, a meno che questi subordinati non possiedano una grandissima virtù.»
Notiamo che il principio qui enunciato da San Tommaso è molto generale e può essere applicato così: un modernista a cui si conferisce l’autorità potrà facilmente mutare i suoi soggetti.

Infatti, commenta Padre Bernard: «è molto pericoloso per i fedeli essere governati da un in infedele, perché questi può fare molto male alla loro fede: con le blasfemie che dice o lascia dire e con i mezzi di persuasione o di persecuzione di cui dispone». Del pari, un papa modernista, con gli scandali ecumenici, è un pericolo per la fede (190), anche per noi (191).

Quanto ai mezzi di persuasione e di persecuzione, forse li abbiamo dimenticati, ma basta rinfrescarsi la memoria leggendo i vari numeri di Intinéraires degli anni 1960-1970 (192). Più recentemente vi è il caso dei Francescani dell’Immacolata.

«Queste ragioni, continua Padre Bernard, sono legate all’esperienza e al semplice buon senso: esse attengono alla natura stessa delle situazioni [indipendentemente dalle buone intenzioni di tale o tal’altro soggetto – NDR] e quindi non sono mutabili o contestabili. Quindi esse sono sempre valide.» (193).

«Ecco perché, conclude San Tommaso, la Chiesa non permette in alcun modo che gli infedeli acquisiscano la sovranità sui fedeli, né che siano posti a dirigerli, a qualunque titolo, in un dato incarico.»

In seguito, come secondo caso, si può considerare quello di una autorità che già esiste;  quello di un principe infedele che ha già l’autorità su dei fedeli; salvo casi eccezionali, basta questa sola ragione dell’infedeltà perché il principe possa essere destituito. Questa questione non riguarda direttamente il nostro caso, poiché essa è regolata dai princípi propri del potere temporale dei príncipi.

Più avanti (194), San Tommaso esamina il caso del principe apostata. L’apostasia è più grave della semplice infedeltà, poiché implica un rinnegamento. Ecco cosa egli dice dell’esercizio dell’autorità di un tale principe: «In effetti, un tale esercizio dell’autorità potrebbe portare ad una grande corruzione della fede, poiché, come abbiamo già detto (195), l’apostata in cuor suo medita il male e semina i litigi, cercando di allontanare le persone dalla fede.»
Lo ripetiamo, i papi conciliari non sono canonicamente apostati, ma quante volte Mons. Lefebvre ha parlato di apostasia nei loro confronti (196)? Sul piano oggettivo, essi si discostano dalla fede e di fatto cercano di distogliere coloro che sono rimasti fedeli.
Tutte le relazioni tra Ecône e Roma ne sono la prova eclatante.

Come conseguenza di ciò che precede, bisogna dire che dei soggetti che si trovassero posti sotto l’autorità di superiori che lavorano alla corruzione della fede dovrebbero, anche a costo di grandi sacrifici, cercare di allontanarsi il più possibile dal raggio di questa influenza prevaricatrice.

5) Gli elementi in giuoco di questa questione

Essi sono né più né meno che la conservazione della nostra fede e la sua pubblica confessione.

a) La confessione della fede

Per prima cosa: la pubblica confessione della fede. L’esperienza dimostra che le autorità neo-moderniste cercano di imbavagliarci, di ridurci al silenzio. E’ quello che constatava Mons. Lefebvre riguardo ai riconciliati.
«Quando essi dicono che non hanno ceduto in niente – diceva nel 1991 – è falso. Essi hanno ceduto sulla possibilità di contrastare Roma. Non possono più dire niente. Devono tacere, dati i favori che sono stati loro accordati. Adesso, per loro è impossibile denunciare gli errori della Chiesa conciliare. Del tutto dolcemente, essi aderiscono, non fosse che per la professione di fede richiesta dal cardinale Ratzinger. Io credo che Dom Gérard è sul punto di far pubblicare un piccolo libro, scritto da uno dei suoi monaci, sulla libertà religiosa, in cui la si giustifica

In effetti, invece di un «piccolo libro», Padre Basile, del monastero de Le Barroux, ha pubblicato una tesi di 1960 pagine. Ce ne vogliono di pagine per tentare di conciliare l’inconciliabile! (197).

«Dal punto di vista delle idee – prosegue Monsignore – essi virano molto dolcemente e finiscono con l’ammettere le idee false del Concilio, perché Roma ha accordato loro alcuni favori per la Tradizione. E’ una situazione molto pericolosa» «Essi hanno praticamente abbandonato la battaglia per fede. Non possono più attaccare Roma» (198).

Nel 1988, dopo le consacrazioni, il Courrier de Rome ritornava sul Protocollo del 5 maggio. «Nella nota diffusa il 16 giugno 1988 dalla Sala Stampa del Vaticano, si legge che nel Protocollo “destinato a servire da base” per la “riconciliazione”, Mons. Lefebvre e la Fraternità si impegnano “ad un atteggiamento di studio e di comunicazione con la Sede Apostolica, evitando ogni polemica a proposito dei punti insegnati dal Vaticano II e delle riforme posteriori, che appaiono a loro difficilmente compatibili con la Tradizione».
Questo è chiaramente un “patto di silenzio”.

«Un’amara esperienza da più di vent’anni ha largamente dimostrato che argomentare “con un atteggiamento di studio e di comunicazione” con il Vaticano, è cosa perfettamente inutile: il solo risultato che aveva in vista l’“accordo” era la riduzione al silenzio dell’univa voce autorizzata e inquietante che si era fatta sentire al momento dell’autodemolizione generalizzata della Chiesa» (199).

b) La conservazione della fede

In seguito, la fede stessa finisce con l’essere toccata. Ecco cosa dice Don Gaudron a proposito dei riconciliati: «Essi hanno cominciato con un silenzio che giudicavano prudente, ed hanno dovuto sempre più pagare nuovi prezzi. Sono stati sottomessi, senza neanche rendersene conto, alla pressione psicologica del liberalismo – tanto più efficace per quanto sembra meno obbligante. Hanno finito con l’interdire a loro stessi di pensare diversamente da come parlavano e da come agivano. (“a forza di non vivere come si pensa – diceva Paul Bourget – si finisce col pensare come si vive”).
In breve, Essi sono finiti per intero nell’ingranaggio in cui avevano cominciato imprudentemente a mettere le dita» (200).

6) Conclusione

Noi lasciamo la parola a Mons. Lefebvre:
«Se vivrò ancora un po’, e supponendo che da qui a qualche tempo Roma ci rivolga un appello, che voglia rivederci, riprendere a parlare, in quel momento sarò io a porre le condizioni. Io non accetterò più di trovarmi nella situazione in cui ci siamo trovati al momento dei colloqui. Basta. Io porrò la questione sul piano dottrinale: “Siete d’accordo con le grandi encicliche di tutti i Papi che vi hanno preceduti? Siete d’accordo con Quanta cura di Pio IX, Immortali Dei e Libertas di Leone XIII, con Pascendi di San Pio X, con Quas Primas di Pio XI, con Humani generis di Pio XII? Siete in piena comunione con questi Papi e con le loro affermazioni? Accettate ancora il giuramento antimodernista? Siete per il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo? Se voi non accettate la dottrina dei vostri predecessori, è inutile parlare. Fino a quando non accetterete di riformare il Concilio in base alla dottrina di questi Papi che vi hanno preceduti, non è possibile alcun dialogo.” Così le posizioni saranno più chiare.» (201).

IV – Risposte alle obiezioni

ALLA PRIMA: LA PRELATURA PERSONALE CI PROTEGGERÀ COMPLETAMENTE

Da chi ci proteggerà? Dai vescovi? Certo, nel migliore dei casi. Ma, come abbiamo detto, l’esenzione ci lega in maniera più stretta alla Santa Sede.
«Bisogna dunque uscire da questo ambiente dei vescovi – diceva Mons. Lefebvre nel 1988 – se non si vuole perdere l’anima. Ma questo non basta, perché è a Roma che si è installata l’eresia. Se i vescovi sono eretici (anche senza prendere il termine nel senso canonico, con le relative conseguenze), questo non accade senza l’influenza di Roma» (202).
In altre parole, una esenzione dai vescovi non basta, poiché in ultima analisi si rimane sotto l’autorità della Santa Sede.

Quanto all’autonomia, essa non arriverebbe fino a poter prescindere dai vescovi. Facciamo un paragone: noi abbiamo parlato dei religiosi esenti. Ora, basta leggere la storia della Chiesa, e la storia degli Ordini religiosi, per rendersi conto rapidamente che le relazioni tra il clero secolare e il clero regolare non sono state sempre facili. Che ci sono stati dei malintesi o anche delle gelosie, fonti di tensioni, che manifestano che l’equilibrio è sempre fragile. E questo senza alcuna divergenza dottrinale!
Che accadrebbe quindi con dei vescovi così lontani dalla dottrina tradizionale?

ALLA SECONDA: LA SANTA SEDE È SUL PUNTO DI ELIMINARE TUTTE LE CONDIZIONI

Per Roma, vi sono due modi diversi per condurci sulla scia del Vaticano II.
Il primo è esigere preventivamente un’adesione formale al Concilio; e questo è stato il metodo della Santa Sede fino ad oggi.
Il secondo è quello di «lasciar decantare», operare un riavvicinamento a piccoli passi, con degli atti di «benevolenza», e lo scopo sarebbe di camminare insieme mettendo da parte i princípi; a poco a poco si aderisce ai princípi di colui col quale si agisce. E’ il consiglio che dava già Galpérine [Plekhanov] (ispiratore di Lenin), che diceva in sostanza: «Non predicate l’ateismo, farete fuggire la gente; questo è stato l’errore dei nichilisti. Piuttosto, inducete le masse a lottare per degli interessi materiali, ve farete degli atei».

Ma Roma può arrivare fino a questo punto? Ahimè, sì! La Roma modernista ne è capace.
Per prima cosa, riguardo agli atti di «benevolenza», ecco cosa ne pensava Mons. Lefebvre:
«Essi vogliono averci direttamente sotto il loro controllo per poterci imporre logicamente la loro politica anti-Tradizione di cui sono imbevuti. […] Essi non accordano la liturgia tradizionale perché la stimano, ma solo per ingannare quelli a cui la danno e diminuire la loro resistenza, infilare un cuneo nel blocco tradizionale per distruggerlo. E’ la loro politica, la loro tattica cosciente. Essi non si sbagliano e voi sapete quali pressioni esercitano. […] Fanno degli sforzi considerevoli dappertutto» (203).

Quanto alle aperture romane verso la Tradizione:
«Io non penso che si tratti di un vero ritorno. E’ come in una battaglia, quando si ha l’impressione che le truppe si sono spinte un po’ troppo lontano, le si trattiene. […] No, è una tattica un po’ necessaria, come in ogni battaglia. […] Ecco perché ciò che potrebbe apparire come una concessione, in realtà è solo una manovra per riuscire a staccare da noi il maggior numero possibile di fedeli. E’ in questa prospettiva che sembra che ci diano sempre un po’ di più e che vadano più lontano. E’ assolutamente necessario convincere i fedeli che si tratta di una manovra, che è un pericolo mettersi nelle mani dei vescovi conciliari e della Roma moderna. E’ il più grande pericolo che li minaccia. Se abbiamo lottano per venticinque anni per evitare gli errori conciliari, non è per metterci nelle mani di coloro che li professano» (204).

ALLA TERZA: NOI ESIGIAMO DI ESSERE ACCETTATI «COSÌ COME SIAMO».

Che è stata la condizione posta da Le Barroux. «Quando Roma dice ad una comunità: “Vi si accetta come siete”, non lo pensa. In realtà, Roma pensa: «Vi si accetta come sarete, come diverrete”. I Romani sanno per esperienza che, quando vi è un accordo, la comunità, più o meno velocemente, finirà con l’evolvere. Dunque, essi ci accettano così come saremo tra un anno, cinque anni, dieci anni; non come siamo oggi, con la nostra opposizione alla nuova Messa e al Concilio» (205).

Noi abbiamo visto, nell’articolo primo, che Roma si sforza di ottenere che, prima ancora del riconoscimento, noi si diventi come essa vuole che siamo: e cioè che noi si passi dalla battaglia per la fede ad un’attitudine di discussione accademica sul Concilio. A quel punto, essi non avranno più difficoltà ad accettarci «così come siamo», o piuttosto così come saremo una volta accettato questo cambiamento di attitudine.

ALLA QUARTA: NOI CONTINUEREMO A DENUNCIARE GLI ERRORI, NIENTE CAMBIERÀ

Al momento del riconoscimento, nel migliore dei casi, si può sperare che nulla sia cambiato. Ma col tempo, l’esercizio dell’autorità finirà col corrodere i convincimenti, e questo può accadere molto presto. Così l’Istituto del Buon Pastore, due mesi dopo la fondazione, diceva di essere «portatore di una buona notizia: la guerra del 1970 è terminata. Quarantacinque anni dopo il Concilio dobbiamo smettere di ricorrere allo stesso linguaggio stereotipato» (206).

Inoltre, abitualmente Roma comincia con l’imporre delle esigenze minimali, per rafforzarle in seguito. Per esempio, al momento del ricongiungimento dei sacerdoti di Campos, il Padre Cottier se ne rallegrava, aggiungendo: «A poco a poco bisognerà prevedere dei passi supplementari: per esempio, che essi partecipino alla concelebrazione nel rito riformato. Ma non dobbiamo precipitare, […] La comunione ritrovata nella Chiesa ha il suo dinamismo interno che maturerà.» (207). Più avanti, egli aggiunge che la comunione innesca tutto un processo.

Questo si è verificato anche nell’Istituto del Buon Pastore. Al momento della fondazione, era stata lasciata loro una certa libertà in rapporto al Concilio. Dopo la prima visita canonica, nel 2012, la Commissione Ecclesia Dei ha chiesto di togliere dagli Statuti la menzione che la Messa tridentina fosse esclusiva; inoltre «più che su una critica, anche “seria e costruttiva”, gli sforzi dei formatori [dei seminaristi] dovranno essere rivolti alla trasmissione dell’integralità del patrimonio della Chiesa, insistendo sull’ermeneutica del rinnovamento nella continuità, e prendendo come base l’integrità della dottrina cattolica esposta nel Catechismo della Chiesa cattolica [1992]» (208).

Lo stesso processo si è ripetuto con l’Oasis de Jesus-Prêtre (209). Nel 2007, il Padre Muñoz sollecita a Roma il riconoscimento della Congregazione. A quel momento, le Costituzioni furono approvate ad experimentum, comportanti alcune modifiche insignificanti. Nel 2016, per i cinquant’anni della fondazione, lo stesso Mons. Pozzo che aveva effettuato la visita all’IBP nel 2012, ha accordato all’Oasis l’approvazione definitiva, questa volta con delle modifiche consistenti: niente più Superiore generale, ogni Superiore locale dipende dal vescovo del luogo (dunque, egli diviene più vulnerabile; l’unità della Congregazione è compromessa); la Messa tradizionale non è più esclusiva, ma il «carisma» proprio.
Si tratta dell’entrata nel pluralismo conciliare.

ALLA QUINTA: IL PAPA PRENDE LE NOSTRE DIFESE

Certo, egli ha letto due volte la biografia di Mons. Lefebvre, ma perché? Perché è rimasto entusiasta per la sua battaglia? O per meglio conoscere il dossier, cogliere meglio la «psicologia» dei tradizionalisti? Lenin è andato a trascorrere delle vacanze in Vandea, e questo non certo per venerare la memoria degli eroi vandeani, ma per meglio capire sul terreno come la Rivoluzione può riuscire a bloccare i sollevamenti; e la cosa gli è stata utile per il suo colpo di Stato dell’ottobre 1917.

Il Papa vuole veramente proteggerci? E contro chi?

Contro i vescovi? Consideriamo due casi.
Primo caso: che si verifichi un conflitto dottrinale. Il Papa sosterrà il vescovo col quale è dottrinalmente d’accordo, o il sacerdote della FSSPX che critica il Concilio? Inoltre, per gli affari correnti, non è direttamente il Papa che se ne occupa, ma le Congregazioni romane, che esercitano il potere pontificio in suo nome. E’ quello che è accaduto nel 1999 con la Fraternità San Pietro; il Papa non è intervenuto, ed anche «il cardinale Ratzinger, che si era sempre impegnato molto nettamente a favore dei cattolici dell’Ecclesia Dei, tacque. In realtà, nel suo discorso del 24 ottobre 1998 annunciava già il suo prudente riserbo.» (210).

Secondo caso: che si tratti di un problema disciplinare, per esempio un’ingiustizia commessa contro la FSSPX. Il Papa avrà sufficiente autorità per fare giustizia? Gli ultimi decenni dimostrano che il Papa – di fatto – ha solo un potere: limitato ai vescovi. Possiamo ragionevolmente prevedere che egli sia pronto a mettersi contro una Conferenza Episcopale per difenderci?
Contro il Papa stesso? Anche un papa conservatore può benissimo imporci qualcosa di inaccettabile. Chi ci proteggerà dal Papa?

Infine, aggiungiamo che l’esperienza degli ultimi 25 anni prova che Roma non mantiene le sue promesse. Nel 1999, ecco cosa diceva Michael Davies: «Mons. Lefebvre ha rigettato l’accordo del 1988 con la Santa Sede perché sentiva che non poteva fidarsi che il Vaticano mantenesse le sue promesse. Sembrerebbe che oggi in Curia ci siano delle forze potenti determinate a provare che avesse ragione.» (211).

Roma è pronta a prometterci la luna, ma è bene tenere presenti le lezioni della storia. Un accordo «blindato» diventa inefficace quando i detentori dell’autorità non sono affidabili. Noi immaginiamo le cose come se avessimo a che fare o con dei capi integerrimi che mantengono la parola o con degli eguali. In realtà, sono loro che hanno l’autorità e una volta che avranno l’autorità su di noi, avranno tutto in mano per metterci al passo.

ALLA SESTA: IL NOSTRO CASO NON È SIMILE A QUELLO DELLE ALTRE COMUNITÀ UNITE A ROMA, CHE ERANO LORO A CHIEDERE

L’obiettante insinua che queste comunità avrebbero avuto un desiderio incontenibile di essere riconosciuti, mentre noi sappiamo controllarci, aspettare. In breve, egli lascia intendere che l’integrità morale sia una garanzia sufficiente per non cadere. Ora, si può essere molto virtuosi e lasciarsi ingannare. Come dei bravi fedeli sono stati ingannati dai loro pastori dopo il Concilio. Allo stesso modo, dopo i ricongiungimenti successivi, dei religiosi integri che avevano seguito i loro Superiori, talvolta hanno aperto gli occhi solo anni dopo. Lo stesso Mons. Lefebvre si lasciò ingannare firmando il Protocollo. E si potrebbero moltiplicare gli esempi a non finire: Leone XIII e il suo accordo, Pio XI e l’affare dei Cristeros e quello dell’Action française, ecc.

ALLA SETTIMA: LE COMUNITÀ UNITE A ROMA SONO RIMASTE FEDELI, ALMENO ALLA MESSA TRADIZIONALE

Sì, la maggior parte di queste comunità celebrano esclusivamente la Messa tradizionale; anche se bisogna sottolineare che tutte hanno ammesso la legittimità della nuova Messa. E’ il minimo che la Roma neo-modernista potesse esigere.
Ora, la liturgia non è tutto; durante il Concilio si celebrava la Messa tradizionale; durante la Rivoluzione francese i preti che giurarono non conoscevano altro rito. Le dette comunità non hanno fatto “poche concessioni»? Circa le concessioni di ordine liturgico, certo, è vero. Tuttavia, Roma incomincia voler imporre il culto dei nuovi «santi» e l’uso dei nuovi prefazi. Ma se si tratta di concessioni di ordine dottrinale, non si può certo dire che ci siano state «poche concessioni».

Infatti, quanto all’ecumenismo, la Fraternità San Pietro ha dedicato il numero di novembre 2004 – febbraio 2005 della sua rivista Tu es Petrus (212) alla giustificazione dello scandalo di Assisi e, in maniera generale, del dialogo interreligioso. La stessa rivista, nel n° 108-109 del 2007, ha giustificato la preghiera di Benedetto XVI nella moschea di Istanbul. Il Padre Basile, di Le Barroux, ha scritto due libri (2013) per giustificare l’ecumenismo conciliare. L’IBP tace sugli scandali ecumenici del Papa; Don Tarnoüarn ha preso sì la parola, ma per prendere la difesa della riunione di Assisi del 2011.

Per quanto riguarda la libertà religiosa, abbiamo già ricordato la tesi di Padre Basile. Anche l’IBP ha fatto delle dichiarazioni volte a giustificare la libertà religiosa. Questo soggetto ritorna regolarmente nelle diverse pubblicazioni, in particolare in quelle della Fraternità San Vincenzo Ferrer.

Si può anche aggiungere che la Fraternità San Pietro, l’IBP, i sacerdoti di Campos, l’Istituto Cristo Re, Le Barroux, partecipano alle Giornate Mondiali della Gioventù o quanto meno incoraggiano a parteciparvi.

L’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la libertà religiosa sono delle mostruosità, massimamente ingiuriose dell’adorabile Trinità; non si può dire in alcun modo che sono «poche concessioni». E’ tutto il fondamento della nostra battaglia che viene demolito.

E siamo costretti a concludere che c’è stato proprio un ricongiungimento (213) dottrinale, mentre all’inizio queste comunità avevano in mente solo un ricongiungimento strategico; tale che l’aggettivo di “ricongiunti” si addice loro perfettamente.

ALL’OTTAVA: NOI CERCHIAMO DI ESSERE UNITI ALLA FUNZIONE, NON ALLA PERSONA DEL PAPA

Come si fa ad essere uniti alla funzione del Papa, e cioè, come si è in comunione col Vicario di Cristo, con la Chiesa cattolica? Molto semplicemente con l’assenza di scisma, come spiegava il cardinale Billot (214); se non siamo scismatici (215), siamo uniti al Vicario di Cristo, alla sua funzione.

Adesso, il problema che si pone è quello dell’esercizio che egli fa del suo potere. Noi abbiamo visto che questo esercizio è ordinato ad un fine opposto al regno di Nostro Signore.
Ora, come dice l’adagio: actiones sunt suppositorum (216), le azioni appartengono ai supponenti, alle persone. Dunque, l’attività che svolge Papa Francesco – attività rivoluzionaria – dev’essere attribuita alla sua persona e non alla sua funzione (perché allora egli non agirebbe come Papa). Ora, è proprio dall’influenza che egli esercita con la sua attività che noi vogliamo proteggerci, rifiutando uno statuto canonico. Di conseguenza, siamo pienamente d’accordo con l’obiettante che dice che bisogna essere uniti alla funzione del Papa e non alla sua persona; e per farlo occorre rifiutare uno statuto canonico che ci legherebbe alla sua persona e ci porrebbe sotto le sue influenze.


Conclusione sui primi tre articoli


Adesso possiamo concludere rispondendo alla domanda iniziale: «Possiamo accettare un riconoscimento canonico offerto da un papa neo-modernista?»

Data la sua nuova ecclesiologia, di cui uno dei princípi fondamentali è il pluralismo, egli cerca di farci entrare in un sistema pluralista. Così, ci è impossibile accettare l’atto stesso del riconoscimento, anche anteriormente al pericolo per la fede (articolo primo).

Dopo il riconoscimento, cadute le barriere canoniche, l’osmosi con gli ambienti conciliari è inevitabile, con la messa in pericolo della nostra fede (articolo secondo).

Infine, un’autorità neo-modernista cercherà di imporci le sue idee, facendoci abbandonare la battaglia per la fede e facendoci aderire a poco a poco agli errori moderni (articolo terzo).

Questi tre elementi sono inclusi nel processo di riconoscimento. Di conseguenza, noi non possiamo accettare un riconoscimento canonico offerto dal Papa attuale; e quindi non si può prendere in considerazione l’accordo prima di una conversione dottrinale del Santo Padre.

A questo punto, ci resta da considerare se questa conclusione è una regola da mantenere in maniera assoluta o se essa è semplicemente una misura prudenziale.

 
(segue)


NOTE

158 – Conferenza a Ecône, 9 settembre 1988, in Fidelier n° 66, p. 28
http://www.unavox.it/Documenti/Doc0621_Conferenza_Mons-Lefebvre_9.9.1988.html
159Fidelier n° 68, pp. 23-24.
160Ibid., pp. 24-25.
161 – Lettera al Papa, 20 maggio 1988; in Fideliter n° 59, p. 63.
162Summa Theologiae, II II, q. 10.
163La Foi, t. 2, 1963, p. 286.
164 – Il motivo è che non ci si trova più strettamente nel dominio del «fare» (arti e mestieri, con l’uso delle tecniche), ma nel dominio del sociale o politico, il dominio dell’«agire», che è regolato dalla virtù; ora, questo è vero solo se essa è regolata dalla vera religione.
165- Ibid., pp 287-288.
166 – Basta ricordare quello che è successo con la Fraternità San Pietro nel 1999. Si veda Fideliter n° 132, pp. 41- 42 e tutto il dossier intitolato «Il cinismo di Roma» [in italiano si veda il Dossier San Pietro].
167 – Nel prossimo articolo vedremo cosa è successo ai riconciliati ed il loro abbandono della battaglia della fede.
168 – E’ il caso delle comunità riconciliate. Per esempio: a Friburgo, in Svizzera, la Fraternità San Pietro si è vista affidare perfino una Basilica in pieno centro città, dove vi si celebra solo la Messa tridentina.
169 – Supplemento alla Lettre de la Péraudière, «I rapporti fra Roma e la Fraternità San Pio X», conferenza a Parigi del 27 settembre 2006, pp. 13-14.
170Fideliter n° 65, p. 21.
171Lettera pastorale sui problemi dell’apostolato moderno, ed. du Sel, 2006, pp. 6-11, passim.
172 – II II, q. 97, a. 1.
173 - Citato in Mons. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, ed. Tabula Fati, Chieti, 2005, pp. 603 e 604.
174 - «L’instaurazione di questa “Chiesa conciliare” imbevuta dei princípi del 1789, dei princípi massonici nei riguardi della religione e delle religioni, nei riguardi della società civile, è un’impostura ispirata dall’Inferno per la distruzione della religione cattolica, del suo magistero, del suo sacerdozio e del sacrificio di Nostro Signore.» (Itinerario spirituale, Albano Laziale, ed. Ichthys, 2000, p. 26.
175Fideliter n° 70, p. 6.
176 – L’esenzione è un privilegio per il quale una persona o una comunità è sottratta, in tutto o in parte, all’autorità dei vescovi, per rimanere direttamente sotto quella della Santa Sede.
177 – Allorché questo è gravemente minacciato, un istinto più profondo ci porta a difenderlo, ma queste tendenza, posta in noi dal Creatore,  è spesso obnubilata dalle conseguenze del peccato originale e dai nostri peccati personali.
178 – Il bene comune è la causa finale della società.
179 Fideliter n° 68, p. 16.
180 – Pascal Bernardin, Machiavel pédagogue, ed. Notre-Dame des Grâces, 1995, p. 14.
181 – Lo sperimentatore dice al professore che è incaricato dal preside, il che gli conferisce autorità.
182 – Si tratta di una simulazione da parte degli allievi, ma il professore ci crede perché non è al corrente della simulazione. Gli allievi danno a vedere di torcersi dal dolore.
183 - Pascal Bernardin, Machiavel pédagogue, ed. Notre-Dame des Grâces, 1995, p. 22.
184Fideliter n° 70, p. 2.
185 – II II q. 10, a. 10.
186La Revue des jeunes, La Foi, t. 2, 1963, pp- 288-289.
187Lc. 10, 16.
188 – A partire dalla Rivoluzione, i governi repubblicani non sono più provvisti di questo prestigio sacro. Nondimeno, essendo dei capi, essi conservano una influenza, in questo caso malvagia, sui loro soggetti. E’ sempre sbagliato avere dei cattivi capi.
189 La Revue des jeunes, ibid.
190 – Per maggiori dettagli si veda Dall’ecumenismo all’apostasia silenziosa.
http://www.unavox.it/doc93.htm
191 – Mons. Lefebvre diceva questo a proposito dello scandalo di Assisi.
192 – In particolare: «Les chiens» (Supplemento al n° 89), e l’appello ai vescovi di Francia di Jean Madiran (n° 92, pp. 4-17).
193 La Revue des jeunes, ibid.
194 – II II, q. 12, a. 2.
195 - II II, q. 12, a. 1: «L’apostata semina i litigi, perché cerca di allontanare gli altri dalla fede, come se n’è allontanato lui stesso
196 - «Roma è nell’apostasia. Queste non sono parole, non sono parole in aria che vi dico, è la verità! Roma è nell’apostasia.» (Conferenza a Ecône, 4 settembre 1987).
197 – Si veda Don Matthias Gaudron, Catéchisme catholique de la crise dans l’Église, 3ème édition, éd. du Sel, Avrillé, 2009, p. 290. [ed. italiana: Catechismo delle crisi della Chiesa, ed. Ichthys, 2015, Albano Laziale].
198Fideliter, n° 79, pp. 5-6.
199 - La Tradition excommuniée, Pubblicazione del Courrier de Rome, Versailles, 1989, p. 40.
200 - Don Matthias Gaudron, Catéchisme catholique de la crise dans l’Église, 3ème édition, éd. du Sel, Avrillé, 2009, p. 289. [ed. italiana: Catechismo delle crisi della Chiesa, ed. Ichthys, 2015, Albano Laziale].
201Fideliter, n° 66, pp. 12-13.
http://www.unavox.it/Documenti/Doc0625_Dichiarazione_Lefebvre_dicembre_1988.html
202 - Fideliter, n° 66, pp. 28-30.
203 - Fideliter, n° 66, pp. 28-30.
204 - Fideliter, n° 70, pp. 12, 13, 16.
205Le Sel de la terre n° 88, «Chute et dérive du Barroux”, del Padre Bruno. L’articolo è seguito da una perfetta illustrazione del fenomeno di cui trattiamo.
206 - «No – rispondeva energicamente Arnaud de Lassus – la guerra del 1970 – altrimenti detta la lotta contro gli errori dottrinali e i disordini che ne derivano, introdotti o aggravati dal concilio Vaticano II – questa guerra non è finita. Gli elementi in giuoco di oggi sono gli stessi di quelli di ieri: lo stesso liberalismo, […] lo stesso spirito conciliare impregnato della filosofia dei Lumi, la stessa perdita del senso della verità, a cui bisogna opporsi, […] non si abbassano le braccia in pieno combattimento, quando la battaglia che si combatte – della verità contro l’errore – non ammette armistizio. E’ a questo che conduce l’Istituto del Buon Pastore. Come potremmo seguirlo su questa strada? Una strada che si rivela irrealista perché non tiene conto della realtà delle cose.» (AFS n° 188, pp. 1-2).
207- Citato in Le Sel de la terre n° 40, p. 166.
208 – Rivista del Distretto di Francia n° 301 del 16 aprile 2012. Il rapporto è di un certo Mons. Pozzo…
209 – L’Oasis de Jesus-Prêtre è una Congregazione fondata da Padre Muñoz, sacerdote spagnolo (nato nel 1927). Egli fondò nel 1966 una Congregazione di religiosi contemplativi, i cui membri si offrono per la santificazione dei sacerdoti e delle anime consacrate, nello spirito di San Francesco di Sales. Essa venne approvata come pia unione. Nel 1986, Mons. Lefebvre ne approvò le Costituzioni. Si veda Le Sel de la terre n° 42, pp. 246-248.
210Fideliter n° 132, p. 20.
211 - Fideliter n° 132, p. 28.
212 – Rivista del Distretto di Francia.
213 – Il termine “ricongiungimento” [ralliement] ha indicato inizialmente l’atto dei monarchici e dei bonapartisti francesi che aderirono alla Repubblica a partire dal 1892, sulla consegna di Leone XIII. Lo scopo era strategico: unire le forze cattoliche per combattere le leggi persecutorie. Di fatto, l’anima di questa politica era lo spirito di conciliazione con un governo che non chiedeva altro impegno che l’accettazione delle leggi persecutorie. Il risultato fu che i cattolici perdettero lo spirito combattivo e adottarono le idee liberali. Così il ricongiungimento strategico si risolse in un ricongiungimento dottrinale.
214 – Cardinale Billot, L’Église, pubblicazione del Courrier de Rome, Versailles, 2010, tomo II, p. 68: «Il legame di unione è rotto a causa dello scisma»; e a p. 76: «Oltre al carattere del battesimo, al legame dell’unità di fede e di comunione cattolica, non è richiesta altra condizione per far parte della Chiesa».
215 – Più avanti, nella questione 3, stabiliremo chiaramente che noi non siamo scismatici.
216 – Si veda III q. 3, a.1.





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novembre 2017

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Resistenza cattolica